“Scrivere… perché è l’ultima possibilità”: Sergio Quinzio, un salutare K.O.

Posted on Agosto 23, 2019, 6:45 am
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Non è più l’opera dell’aut aut, ma del knock out. Non c’è scelta, crocevia, ipotesi a una fedeltà – ma caduta. E a quel cedimento occorre dare fede. “Almeno nella vita dello spirito le avventure andrebbero portate fino in fondo”, scrive Norman O. Brown. Il ‘mondano’ è per natura transitorio, il furtivo dei patti, ciò che non è mondato. Allo spirito ogni eccesso è consentito, occorre dotarlo di schianto.

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Non credo che Sergio Quinzio sia il pensatore della disperazione – chi affronta la Bibbia sa che Dio irradia deserti, consuma, lecca il sangue – dalla richiesta del figlio di Abramo, al sacrificio di sé come Figlio. Tutto è preparato al martirio di Dio, alla sua morte. Da quel vuoto – la Croce come segno d’interpunzione, come ago che divide la Storia e sancisce la mattanza dello spirito, la sconfitta, un urlo – si comincia a leggere. Non per cercare il conforto, ma per lenire la pena: perché il Regno è questa mancanza?

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“Veramente non si sa più che cosa sia il cristianesimo, e se il mondo deve andare avanti nel tempo ancora per qualche anno, credo che diventerà impossibile perfino ricostruirne l’idea, renderla riconoscibile”. Storia degli ultimi lustri: preti impauriti dal Verbo, che non parlano del Vangelo ma evangelizzano il semolino della buona morale, il quieto vivere dei pavidi, un esagitato volemose bene. Del cristianesimo dimenticando l’aristocrazia del martirio, l’agonismo nel combattere il contemporaneo. Cristo è per tutti, ma pochi lo seguono, non si aggioga né a Roma né al Sinedrio. “Vengo a gettare il fuoco sulla terra… Pensate che sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, la divisione”, tuonava il Vangelo di Luca, domenica, che esplode nel versetto 29, capitolo 12, della Lettera agli Ebrei, “perché il nostro Dio è fuoco che divora”. Fuoco e divisione è Dio: ustione e squarcio. Non ha morale, il cristianesimo, ma la fuga dai costumi, la preparazione del Regno nella preghiera. Il resto è fallimento, tenere il piede in due scarpe, camminare a sinistra.

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“Qualunque tentativo di reinterpretazione della Rivelazione in funzione delle esigenze di una certa ‘cultura’, per adattarla e inserirla verosimilmente e plausibilmente in essa come suo elemento, la nega capovolgendola nel momento stesso in cui avrebbe l’intenzione di affermarla”. Quinzio, sul ciglio della metropoli bombardata di luci, ricorda di che lega è la pietra.

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Nel 1982 Mondadori pubblica Silenzio di Dio. Così Vittorio Messori descrive Sergio Quinzio: “Forse in pochi casi il temperamento, la vita, il personaggio stesso sono così strettamente legati al suo pensiero. Un uomo che si dice timido ed è tra i più estroversi e piacevoli nella torrenziale conversazione, si lagna di un suo presunto isolamento ed è da anni al centro di polemiche spesso furibonde, firma su autorevoli giornali, è pubblicato e tradotto dai maggiori editori, si compiace di un’ostinata ipocondria definendosi ‘un povero vecchio’. Quel suo bellissimo barbone rossiccio lo fa apparire simile a quei rabbini che tanto ama e che spesso amano così poco lui. Quinzio implora gli ebrei di abbandonare la tentazione sionista che a lui pare suicida se non blasfema. Così attento, secondo la migliore tradizione ebraica, ai segni del cielo e a quelli della terra, Quinzio è uomo di vastissime letture, ma di due soprattutto si nutre: la Bibbia e i giornali. Quanto alla Bibbia pare che tutta la conosca a memoria, soltanto così sarebbe stato possibile buttare giù di getto le più di mille pagine del suo Commento, dove i 47 libri dell’Antico Testamento e i 27 del Nuovo sono legati in una impressionante rete di riferimenti più e più volte incrociati e sovrapposti. Inviso a chi ha fatto della teologia un mestiere, sospetto ai laici perché troppo cattolico e sospetto ai cattolici perché troppo laico. È di destra o di sinistra, si chiedono i miserabili classificatori del mistero dell’uomo. Qualcuno lo scambia per conservatore o addirittura per reazionario, mentre invece è un apocalittico che è il contrario della soffocante ideologia piccolo o grande borghese. Forse si potrebbe estendere a lui una definizione in cui io stesso credo di riconoscermi: e cioè un anarchico che crede nel peccato originale”.

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In Quinzio non è l’accademia o la ricerca culturale ad inviarlo alla Bibbia, ma il dolore. Dal 1949 nella Guardia di Finanza – su pressioni familiari – sposa, a 36 anni, Stefania, la figlia del senatore Gaetano Barbareschi. Da Stefania ha una figlia, Pia, ma la moglie muore; precedentemente erano morti il padre e il suocero. Nel 1970 Quinzio si ritira a Isola del Piano, Comune nell’urbinate, prossimo al Metauro, e precipita nella Bibbia, per oltre un decennio. Il suo Commento alla Bibbia, pubblicato da Adelphi, è sobrio, antilirico, parto di un interrogativo lacerante. Fare ingresso nella Bibbia significa, comunque, non avere spazio per altro – parola che non salva, tramortisce.  

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In ogni caso, poi, capire a cosa essere obbedienti – perché Cristo non è un altare per le proprie urla, ti inabissa, alzi la testa chinando il capo. Il punto non è vincere la morte ma verificarne il sibilo.

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Anche quando scrive, “Bisogna porre al centro dell’annuncio cristiano il supremo mistero del suo fallimento”, Quinzio non cavalca l’Idra nichilista, dice l’evangelico. Gesù, morendo, delude tutti: i suoi, gli zeloti, i conti del Sinedrio, Pilato; per tutti, Gesù ha fallito, è un Messia fallito. La sua morte straziante non serve a nessuno: né alla politica né alla teologia. La resurrezione è un bramito di contraddizioni.

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Non si può fare erudizione di ciò che è rivelato, ma carne – allora, benché tutto ti tocchi fino alla fibra abissale, non ti fa male niente.

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“Piangere insieme è il regno”, scrive Quinzio. Il pianto è una piantagione al futuro, impasta la terra in mattoni: una Sion celeste tirata su con il pianto. Ma questo insieme, dov’è? Dove sono i tanti, già morti perché rivelati a se stessi, pronti a morirne? Soli, carichiamo la fionda con le nostre pupille, scagliate sull’atroce del tempo.

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Il pianto fa il deserto – dalla disperazione il deserto in cui cogliere il proprio eremitaggio – che fine hanno fatto i ‘folli di Dio’ che correvano manifestando la gioia, ottusa, di essere figli, e quelli che s’infilavano nei boschi per empirli di bocche e di preghiere? (d.b.)

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La fede è diventata impossibile, ma è impossibile anche non credere, vivere così nel mondo sapendo ormai che non è possibile né certezza né senso, ma solo cinismo o disperazione.

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Fuori del regno non solo non c’è vera consolazione, ma non c’è nemmeno possibilità di coerenza, di senso.

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Si vogliono risolvere le più spaventose lacerazioni e contraddizioni della storia sacra nello happy end universale.

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Un uomo che ha fede è un uomo al quale è precluso il rimedio del suicidio.

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Certo è incredibile che il cristianesimo possa avere un domani: è finito, finito, ma con lui è finito e consumato anche tutto il resto. Così almeno sembra, e questa è l’unica speranza.

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Se non è bastata la croce di Dio perché irrompesse la consolazione e la gloria, mi sgomenta pensare dove si dovrà scendere. Forse si dovrà arrivare al punto in cui non si potrà avere più neppure la forza di parlare, tanto si sentirà vano tutto, tutti i nostri arzigogoli per argomentare circa la salvezza mai ancora venuta, da millenni.

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In questi ultimi tempo la maggior parte delle ore le trascorro seduto in poltrona immobile, senza leggere, senza parlare, senza nemmeno pensare, né pregare, senza che nessuna immagine emerga dalla mia memoria. Mi sono fatto innumerevoli discorsi, li ho svuotati, capovolti tutti.

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Scrivere proprio perché è lo strumento adatto alla lontananza, è l’ultima possibilità.

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Che cos’è la campagna per me? Non un posto per vivere ma un posto per morire. Mi asseconda morendo anch’essa. Morire non è una evasione, l’atto di morire appartiene ancora alla storia, è l’ultimo fra i possibili atti storici significativi: uscire dalla storia. Ma io provo orrore della campagna. Qui dunque mi abituo alla disperazione, mi abbandono alla morte e questa abitudine e questo abbandono, essendo le cose più disperatamente mortali, sono perciò le più inesorabili, necessarie, vere, giuste. Non è detto che ciò che muore porti frutti, ma è detto che ciò che non muore non porta nessun frutto (Gv 12, 24).

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Che Dio non possa ancora salvarci è il pensiero che consuma, ma troppo lentamente, la mia vita.

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È grazia di Dio, forse l’unica ormai, soffrire con cuore davvero umano, capace di lacrime.

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Non penso che i tentativi bimillenari dei mistici siano mistificazione, se non nel senso che sono, di fatto, tragici e fatali allontanamenti dalla rivelazione biblica.

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La croce è la vera matrice del nichilismo e la resurrezione è la possibilità di guardarlo.

Sergio Quinzio

Da: Sergio Quinzio, “Dalla gola del leone”, Adelphi, 1980