“Senza un padrone sarei un bicchiere, un’automobile, una sedia, un letto”: intorno al libro più estremo – e angosciante – di Goffredo Parise

Posted on Gennaio 26, 2019, 3:18 pm
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Sono passati 54 anni, sembra non essere passato nemmeno un istante. La realtà angosciante che si palesa dinanzi ai nostri occhi, gli occhi di chi ancora sa vedere, sentire, ascoltare, percepire e respirare non è molto dissimile è forse anche peggiore, di quella dipinta dall’immenso quanto così poco conosciuto Goffredo Parise nel suo romanzo più feroce, nella sua favola più crudele, nel suo racconto tanto parodistico quanto angosciante: “Il padrone”. Parise aveva già dato prova di poter padroneggiare il vocabolario con sublime maestria e compiacimento, “Il prete bello”, il suo scritto più celebre, ne è la summa e l’apice assieme. Ma se si cerca conforto per il terrore che ci pervade non appena ci guardiamo attorno, non appena ci rendiamo conto di chi ci sta attorno, “Il padrone” è il rifugio ideale. Rifugio in quanto conforto: la realtà è quella che abbiamo attorno a noi e noi siamo dei fuggitivi che possono cercare salvezza solo nelle pagine, scritte o lette, scritte e lette.

“Il padrone” è la storia di un alienazione. Dell’annichilimento del proprio io e dell’immolarsi beatamente all’altare del potere, rinunciando a ricercare il senso della vita. Rinunciando alla vita stessa: “Ogni momento della mia giornata, o meglio, ogni atto della mia vita (alzarmi dal letto, prendere il filobus, mangiare, lavorare, tornare in ufficio, cenare e coricarmi per la notte) è un atto che non è mai fine a se stesso, ma vive e si anima in funzione del dottor Max e della ditta che il dottor Max rappresenta. Dormo perché sono stanco, mangio perché ho fame, prendo il filobus perché è necessario arrivare puntuale alla ditta. Ma, appunto, un poco alla volta non faccio altro. Il cinema non mi piace più, non leggo libri e giornali, insomma non faccio assolutamente nulla che sia estraneo alla ditta e al dottor Max”.

Anni dopo, Fantozzi si sarebbe palesato in tutta la sua farsa malinconica per ridurre in risata ciò che è tragedia. Ma qui la malinconia lascia il posto all’angoscia e non c’è risata che ti possa liberare, da questa angoscia. Sono gli anni delle lotte sindacali, della messa in discussione dei ruoli del padrone e del lavoratore. Ma l’intento di Parise va oltre, va molto oltre. Entrate in un ristorante qualunque e assistete all’inquietante messa in scena di gente seduta ai tavoli che si parla attraverso un telefonino pur essendo di fronte. Il Max, il “padrone” del libro, figura ridicola quanto ammaliatrice non è molto diverso da un’insulsa influencer, da un brand commerciale, da un talent che violenta ogni residuo afflato di dignità. La perdita di ogni sembianza dell’essere umano, dell’essere umani: “spesso mi chiedo cosa farei, anche qui, senza un padrone, cioè senza una persona che mi ritiene di sua proprietà e che mi usa giornalmente come fossi un bicchiere, una automobile, una sedia, un letto, che cosa sarei? Sarei un bicchiere, una automobile, una sedia e un letto che non servono a nessuno, cioè oggetti isolati e astratti, privi di una funzione. E non soltanto privi di una funzione ma privi anche di una loro essenza tanto che un bicchiere che non viene usato non si può chiamare bicchiere non si può nemmeno nominare: è una scoria che viene buttata nei rifiuti cessando così del tutto di essere un bicchiere”.

E se i protagonisti (attorno a noi) di queste vite vacue (non) vissute in balia del nulla, non sono mai colti da un dubbio, mai colti da un’illuminazione, mai colti da un istante di consapevolezza, al tragico eroe di questo romanzo questa possibilità viene data: ma anche quando viene colto dal dubbio, dall’illuminazione, dalla consapevolezza che tutto quel che sta vivendo non è che il lento suicidio della sua anima, anche quando il protagonista si accorge dei fili che muovono i suoi arti, i suoi pensieri, la sua obbedienza, la sua cecità, anche quando il protagonista è sul punto di svegliarsi, di recidere i legami con l’infame teatrino che gli sta risucchiando la vita, a cedere è il burattino: “Ho dunque una moglie, una casa, un frigorifero, una lavatrice: tutto quello che mi occorre per vivere nella società: il mio stipendio è ottimo, il dottor Max mi ha regalato un’automobile nuova e oggi nessuno saprebbe riconoscere in me l’uomo di un tempo nella gran massa dei dipendenti che affollano le strade al mattino per recarsi al lavoro. Con il mio matrimonio il dottor Max si è molto placato in quanto egli vede nella mia famiglia il prototipo della famiglia ideale che intende creare in futuro: cioè il capolavoro della proprietà assoluta. Infatti le sole catene che non si possono spezzare sono quelle della specie. Ammetto che vi è qualcosa di geniale in questo progetto e tutta via egli non è e non sarà mai felice finché non lo vedrà compiuto”.

Le ultime parole di Goffredo Parise prima che la morte lo invitasse a prendere una boccata d’aria sono state: “non ne vale la pena”. Ma per trarre insegnamento da quel che ci ha lasciato, coi suoi scritti, noi dobbiamo continuare a vivere perseguendo l’esatto contrario.

Cosimo Mongelli