“Senza gestire l’ignoto”: Veronica Tomassini e Davide Brullo si gettano in un epistolario spietato, un feuilleton dell’amore e della perdizione

Posted on Gennaio 11, 2019, 7:18 am
13 mins

Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti. Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui le risponde da Praga, e mostra cani, tigri di vetro, monaci defraudati. Cosa significa riconoscersi e amare senza riconoscenza, nell’incondizionato? Cosa vuol dire oltraggiare le memorie, scandire quell’unico viso – appena desunto dal caso – come un amuleto, contro tutto? “La mia idea ossessiva dell’amore, di un’assenza, o un assedio. La mia ossessione sull’impossibilità, e dunque la lettera. L’epistolario. Ecco, un epistolario sentimentale. Il coraggio di parlare d’amore, passione, desiderio”, così Veronica Tomassini giustifica questa sfida. “Una forma verbale che sconfigga tutte le altre – senza limiti. Senza gestire l’ignoto”, le ho risposto. In due momenti settimanali, Veronica Tomassini scriverà sul suo blog (qui) le lettere di Vera, io risponderò come Nathan da Pangea. Un esperimento letterario. Un feuilleton che proviene dal futuro. Senza destinazione. Di certo, non sappiamo cosa accadrà, cosa faremo, cosa scriveremo, che metri di carne saremo disposti a sacrificare – perché la letteratura è così, si misura in rinuncia e disciplina. Leggeteci. (d.b.)

***

Tel Aviv, 2 gennaio 1950

Io mi chiamo Vera, sai? Me lo hai chiesto? Ti ho visto andare via. Avresti cacciato in testa un colbacco, fremente, il passo algido distinto, in una qualsiasi capitale della vecchia Europa. Gennaio è un mese crudele.

No, piuttosto avanzavi con un borsalino di feltro, l’abito chiaro. La lana leggera. Eri così mesto, eppure consono al biancore della città estranea. Lo saremo ancora estranei, qui. Vorrei sperare, non l’un per l’altro.

Così ho fatto un sogno. Eravamo in un camerino, breve e buio. L’uno di fronte all’altra. C’era una branda, adagiata sulla parete bassa la karolinka vibrava un triste brano di Monteverdi, accanto alla porta del disimpegno c’era un pappagallo di legno che ondeggiava sul filo di metallo, assurdo patetico funambolo, e c’era lo scrittoio e la finestrella aperta. Era freddo, sai? Eravamo a Praga. Poi esplodeva come un’onda sanguigna, accecante, un fuoco che era inspiegabile, irreparabile in misteriose sorgenti che lo nutrivano senza requie, e ci avvinceva. Era custodito dentro un otre. Ti guardavo. E tu pronunciavi il mio nome.

Mi chiamo Vera.

Era buio, il ponte sfuggiva al nostro sguardo, lontano, dentro le luci, eppur si infittiva di nuove ombre, quindi incontrando i timidi bagliori della città antica. Mi manca. Nel sogno non ti facevo parte del noioso assedio. Ascoltavo il suono funesto, sembravano cormorani cacciati dalle gelate del fiume, folaghe morette. Oh, era un tripudio.

Era un sogno.

Tu non mi hai detto il tuo nome. Una volta soltanto, non basta. Devi ripeterlo perché non desti il languore di averlo trovato, evocato. È un sussulto, nella notte. Penso alle notti praghesi.

Mi manca tutto.

Io sono Vera.

Tu mi hai riconosciuto? Ricordi qualcosa di me?

Gli ippocastani sui pendii dentro i fianchi docili e maestri della collina di Petrin. Puoi consolarmi?

Io lo faccio con le donne di qui. I loro mariti non torneranno più. Tu sai che io cucio i vestiti delle donne di qui. Loro aspettano. Noi qui, con le donne di qui, cuciamo le vesti, non splenderanno, nel porpora e vermiglio, o nello sfavillio di un qualsiasi azzurro. Sceglilo per me. Lo indosserò.

Non torneranno più gli uomini per le donne di qui. Siamo vigili. Non dormiremo se occorrerà.

Tu, ritornerai?

*

Praga, 10 gennaio 1950

Questo sarà un inseguimento. Di questo sono certo. Le parole fanno paura, creano una generazione di fuggiaschi – resiste chi ne sopporta il richiamo. E sai anche questo. Che questo sarà un inseguimento, non una lettera, non letteratura.

Il giorno dopo ho percorso Praga, oltre la periferia, dilatata dalle grida dei cani, aperta a Est come un occhio senza palpebra. Lui si chiama Joseph e alleva una particolare specie di cani, li chiama tutti ‘Achille’. Li usano in guerra, mi dice, in questa nuova guerra fatta di vendette, di vedette, rancori, tardive ammissioni d’orrore. Turbe di cani che escono dalla mascella dei camion si disperdono sulla piana, individuano le spie e le sentinelle, non hanno paura dei proiettili, hanno sviluppato un micidiale senso del bene e del male. Che una incauta teologia della giustizia sia più sviluppata nei cani che negli uomini sembra orribile. Qualcuno maligna che Joseph combini unioni barbariche tra i cani e sua figlia – ha la bellezza dei folli, la veste troppo sottile, e mangia a quattro zampe, sotto il tavolo della cucina, gettandosi in una ciotola. A volte il padre la tiene al guinzaglio – una volta, mi dice, si è staccata a morsi un pezzo di lingua – una volta ha assalito un cane e gli ha strappato l’orecchio. In quella casa lei è una specie di Madonna furibonda, nessuno osa menarla o morderla: ha la levigatezza di un editto. Avrei voluto tenerla con me, e chiamarla con il tuo nome, Vera, illudendomi che se so curare lei, tu tornerai da me, in questa città estranea, come scrivi, estrapolata dal nulla, il sogno congiunto partorito nello stesso istante da un astrologo e da un principe sanguinario.

I cani mi ronzavano intorno, Joseph parlava guardando il vento, sua figlia correva, a piedi nudi, ma la terra è un deserto gelato, e io sono andato laggiù con un compito. Il freddo distilla in me una sicurezza moltiplicata, un desiderio stupefacente. Ho tolto dalla tasca la tigre di vetro – mi sta sul palmo – appena la ha vista la figlia di Joseph, Anna, si chiama, è scattata, “sposami, sposami, sposami!”, urla, e non c’è modo di calmarla, e i cani saltano intorno a noi come cherubini, come i testimoni di uno sposalizio infernale.

Alla fine, Anna mi ha aiutato. Le ho promesso di portarla a Praga, farò finta di essere suo marito, appena tornato dal fronte. Lei si aggrappa ame come a una corda – ma sono io a precipitare. Il rifugio dove Joseph ospita e alleva i cani era un monastero. Lo hanno fondato nel XII secolo, poi è affondato durante l’assedio di Praga del 1742, quando i monaci hanno preferito una dimora più stabile, nelle viscere della città. Qui un monaco, Ambrogio di Vars, ha scritto la Dissertazione sul nome di Dio, seguita dalla Diagnosi della morte di Gesù. Quel monaco, parecchi secoli fa, si faceva vanto di aver scoperto la reale ragione – medica, carnale, veritiera – della morte di Gesù e contestualmente contestava la traduzione del nome di Dio nella Bibbia latina di Girolamo. Diceva di conoscere tutti i nomi segreti di Dio, diceva di poter curare i moribondi ungendoli con le lettere che compongono il nome di Dio. Mi è sembrato un buon posto dove interrare la mia tigre di vetro. Anna mi ha aiutato a scavare. Questa donna ha mani che conoscono la tenerezza della terra, che ne ammorbidiscono l’indolente crudeltà. Mani diverse dalle tue, Vera, di cui porto il ricordo sul petto, come un amuleto. Alcuni cani scattavano nella scabra pianura con l’agilità di cervi. Vera è un nome che elude il vero, che contempla la menzogna. Joseph ammirava i muscoli dei cani come fossero scritture sacre. Anna sa che basta un verbo ben temprato per portare un cane a credersi corvo.

Tu non ricordi. Mi hai sussurrato il nome con la cattiveria di un addio. Durante quella notte che abbiamo rubato al tempo, a Dio, agli dèi e al dicastero dei morti, ho seguito il contorno del tuo corpo con la tigre di vetro. L’ho trovata molti anni fa, nel vortice della guerra, nell’appartamento abbandonato di un ebreo, a Parigi. Era editore – non chiedermi il suo nome, significherebbe evocare un perduto senza sapergli impartire la redenzione. Una tigre affusolata, lunga quanto il mio dito indice, con la coda spezzata – questo, forse, la rende letale, improntata al perdono. Se non ne hai il coraggio, sarò io il crudele, ti ho detto – ma infine tu sei partita e io sotterro una tigre di vetro sperando di incatenarti per sempre a quella notte, sperando che la mia tigre faccia razzia di ogni altra memoria e che della tua vita non resti altro che il mio viso, il mio corpo, trasfigurato, come una formula magica, di salvezza e di abbandono. Che tu conosca il mio nome, ora, importa poco.

*

Veronica Tomassini, siciliana, di origini umbre. Esordisce con il romanzo “Sangue di cane”, Laurana editore, nel 2010. Ha partecipato al Dizionario Affettivo di Matteo B. Bianchi, un suo racconto è presente nell’antologia edita da Transeuropa, “Love out”, mentre per la collana digitale Zoom di Feltrinelli nel luglio 2012  è uscito il mini-ebook dal titolo “Il polacco Maciej”. Ha collaborato con la Scuola Holden. Collabora con Il Fatto Quotidiano dove cura anche il blog: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/vtomassini/. A luglio 2014, pubblica con Gaffi editore il romanzo “Christiane deve morire”. Partecipa con un suo testo all’antologia “La formazione della scrittrice”, edito da Laurana, curata da Chicca Gagliardo e Gabriele Dadati, per un’idea di Giulio Mozzi, uscita nel maggio 2015. Nel maggio 2017 pubblica il romanzo “L’altro addio”, per Marsilio editore. Di prossima uscita il nuovo romanzo. Ha un blog personale: www.veronicatomassini.wordpress.com.

Davide Brullo ha scritto, tra l’altro, “Annali” (2004), “L’era del ferro” (2007), “Il lupo” (2009) e “Abbecedario antartico” (2017). “Pseudo-Paolo. Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro” (2018) e “Un alfabeto nella neve” (2018) sono gli ultimi due libri del Ciclo del Tradimento. Ha tradotto i Salmi.

One Comment to: “Senza gestire l’ignoto”: Veronica Tomassini e Davide Brullo si gettano in un epistolario spietato, un feuilleton dell’amore e della perdizione