Dopo la separazione, è il momento di convolare a seconde nozze con stile. Ovvero: cerco un uomo che mi porti a New York a Natale e mi compri un brillante costoso e volgare. Si astengano indecisi e narcisi. Consigli sfogliando il galateo

Posted on Gennaio 21, 2020, 10:52 am
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La nostra missione nel 2020: indossare di nuovo una fede. Dopo la separazione e il periodo di assestamento post tribunale, è giunto il momento di riprendere la vita in mano seguendo le orme di Liz Taylor: alla nostra età non c’è più tempo per dormire sugli allori e poiché non siamo delle sprovvedute, dobbiamo giocare d’astuzia per investire in modo intelligente nel futuro senza incappare nei soliti stronzi. Mi ritrovo come tante coetanee, infatti, nel fiore degli anni, ancora bella come il sole, ma con un mutuo da pagare, tre figli da mantenere e due cani a cui dare croccantini ogni giorno. E so bene che, quando iniziano le prime rughe, se ti trovi sola, senza un compagno su cui fare affidamento, la necessità deve diventare al più presto virtù. Per questo motivo occorre perseveranza, spirito d’impresa e tanta razionalità per non trasformarsi in signore di mezza età depresse e sole, ma soprattutto povere. E poi, diciamolo chiaro una volta per tutte: una donna non può restare senza un uomo che l’accudisca, parbleu! E poiché non posso accontentarmi del primo venuto (giuro non era mia intenzione creare questo simpatico calembour) diventa quanto mai necessario muoversi con circospezione e seguire una strategia.

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Avendo priorità e preferenze in fatto di ammiratori, si astengano perditempo, indecisi e narcisi; cerco un uomo che mi porti a New York a Natale e mi compri un brillante costoso e volgare, come quello regalato da Rhett a Rossella in Via col vento. Voglio in questa seconda parte della vita un marito come si deve, posizionato e importante. Insomma uno che mi compri l’ultimo modello di Bimby e pure il Dayson. Per questo la prima regola è studiare. Evitare l’improvvisazione perché, dopo i quarant’anni, non possiamo più permetterci di giocare alla coquette. Per questo ritengo fondamentali i cari precetti della nonna e dei vecchi manuali, proprio quelli su cui si formavano le nostre ave prima di convolare a nozze. E, vi assicuro che le regole per non cadere in facili e pericolose tentazioni, sono da sempre le stesse: saper tacere al momento giusto; curare l’aspetto; sembrare una creatura diversa dalle altre; essere schiva ma… soprattutto non darla via! Si sconsiglia di farsi travolgere dalla passione. Per questo motivo trovo geniale il libro Galateo per ragazze da marito (Bompiani, 2019) di Irene Soave, che mi ha permesso di ricostruire l’educazione sentimentale delle fanciulle italiane dalla fine dell’Ottocento fino ai nostri giorni. Con grande abilità e tanta ironia, l’autrice ha confrontato i precetti e le norme sociali delle signorine dell’upper class del XX secolo con le trentenni di oggi. Ma come siamo messe rispetto la prima metà del Novecento? Sicuramente più esposte alle delusioni sentimentali, agli abbandoni improvvisi e al Ghosting. Col cavolo che le nostre nonne avrebbero permesso a un uomo di rivolgere loro parola. Cosa avrebbero pensato, infatti, di Tinder o dell’attuale corteggiamento usa e getta tramite WhatsApp?

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Per Matilde Serao, in Saper vivere. Norme di buona creanza (ristampa Mursia 2012, ma pubblicato nel 1901 come Strenna per gli abbonati al Mattino di Napoli), le signorine dovevano praticare il bon ton e non cadere mai in banali errori. Anche il più piccolo cedimento, infatti, poteva comportare il rischio di restare zitella. Se oggi, infatti le donne single sono single per scelta e preferiscono essere sole che mal accompagnate, agli inizi del Novecento, come sottolinea Luisa Tasca in Galatei: buone maniere e cultura borghese nell’Italia dell’Ottocento (Le lettere, 2004), restare in casa di mamma e papà era considerata una vera sfortuna. La signorina, se superava l’età del matrimonio e restava una nubile poco avvenente, veniva guardata con compassione; ma, se avvenente, veniva invece chiacchierata e guardata con sospetto. Si mormorava subito che fosse una donna perduta, una rosa colta e sfiorita prima del tempo. Insomma la verginità era da tutelare ad ogni costo prima del matrimonio. Comunque il destino comune delle zitelle era restare tra le mura domestiche in compagnia dei genitori anziani. E, per evitare il pericolo di una figlia non maritata, il primo dovere per un padre era farla convolare a giuste nozze, cioè con un uomo benestante. La vita per nubili e celibi non è mai stata facile: venivano sentiti come pericolosi, sovversivi tanto da sconsigliare loro di partecipare a qualsiasi evento mondano. Non solo nell’Italia fascista ma addirittura nell’antica Roma, c’erano leggi che tassavano i single come la Lex Iulia de maritandis ordinibus, voluta da Augusto, che toglieva ai non sposati la capacità giuridica e il diritto ereditario (in Irene Soave, p.328). Ovviamente sostengo, soprattutto ora, nel momento del bisogno, l’istituzione del matrimonio e concordo assolutamente sul fatto che questo debba essere trattato come un affare! La signora, pertanto, deve evitare di cedere alle lusinghe di qualche ragazzotto che non le garantisca un futuro dignitoso. Al bando gli scapestrati, gli artisti squattrinati, i poveri ma belli. Nel Dizionario del successo e dell’insuccesso e dei luoghi comuni (Sellerio, 1986) si ribadisce la necessità di dare il giusto valore al denaro senza ipocrisia “Il primo dovere di chi ha molto denaro è semplicemente spenderlo”. Occorre, pertanto, sfruttare con grazia il patrimonio del consorte, senza quella fastidiosa ostentazione tipica delle mantenute e delle contadine neo arricchite. Una volta impalmate, diventa prioritario sapersi distinguere in società. Dobbiamo sfoggiare il nostro ruolo con dignità matronale e per non far sfigurare il gentile consorte, dobbiamo imparare a comportarci in ogni occasione.

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Maria Vittoria Rossi, in arte Irene Brin agli inizi degli anni Cinquanta nel suo Galateo (edizione Colombo) svela alle generazioni del Boom economico come un buon matrimonio può diventare lo strumento di emancipazione dalla miseria e dalla condizione di ragazza di campagna. Negli anni Cinquanta si afferma, infatti, la classe medio borghese, le donne studiano e lavorano. Hanno potere di acquisto, gestiscono il loro stipendio senza il controllo di padri o fratelli. Cambiano i costumi insieme ai consumi e, se mentre prima la vita femminile si svolgeva tutta tra due veli candidi: il velo della prima comunione e il velo nuziale (in Eva Regina, di Jolanda, al secolo Maria Majocchi Plattis 1905), nel decennio del Boom economico le donne iniziano a confessare i loro bisogni anche dentro il letto. Diverse sono le firme delle riviste famose che raccolgono le lettere delle lettrici. Una tra le più note è Donna Letizia, che tiene una rubrica settimanale prima su Grazia e poi su Gente; oppure Alba de Cèspedes che scrive dal 1948 Dalla parte di lei sul settimanale Epoca. In particolare quest’ultima, intellettuale di grande sensibilità, non solo per anni ha corrisposto con le sue lettrici, ma è stata una delle prime a interrogarsi sul ruolo dei mass media e sugli effetti del consumismo nella vita delle donne. Ha posto l’accento sulle nuove necessità del mondo femminile, mettendo in discussione i ruoli tradizionali a cui ancora si cercava di relegare le nuove generazioni. Se le commesse della Standa e le parrucchiere sognavano un matrimonio da favola come quello di Greace Kelly, Irene Brin in Usi e costumi avvertiva loro di accontentarsi di un bravo diplomato. Di non avere grilli per la testa, ma di puntare allo stipendio fisso di lui. Nel 1959, invece, Gabriella Parca pubblica Le italiane si confessano (edizione Parenti), lungo lavoro di ricerca su ottomila lettere di donne. Nasce così la prima indagine sulla sessualità. Come dice Irene Soave (in Irene Soave, p. 49) “leggerla fu davvero uno choc”. Si tratta di una vera e propria ricerca antropologica relativa alle tematiche sociali e alla differenza tra i sessi.  Dopo la prima edizione, con la prefazione di Zavattini, venne pubblicato per la terza volta nel 1960 con la presentazione di Pier Paolo Pasolini. Il libro di Gabriella Parca, arrivato a ben sette edizioni, raccoglie le testimonianze di donne di tutte le età che raccontano le loro paure circa la sessualità. Il tradimento, ancora vissuto come peccato mortale, l’omosessualità che spaventa, i dubbi e le angosce imposte da una mentalità patriarcale con doppia morale: una per gli uomini e una per le donne.

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Così mentre alla fine degli anni Cinquanta si scopriva che le donne volevano anche lavorare e non si accontentavano più di una lavatrice o del frigorifero, occorre ancora qualche anno per parlare di vera emancipazione. Infatti nel 1967, riporta Irene Soave, citando il Galateo moderno della Contessa Clara, si esalta il matrimonio come massima istituzione “la faciloneria dei rapporti attuali tra i due sessi non cambiano una verità fondamentale: la donna può essere libera e libertina, cinica e civetta, tuttavia la gran prova d’amore che si spetta, da un uomo, è sempre la stessa, il matrimonio”.   Non molto diverso è il giudizio di Nina Farewell nel suo Ragazze! Accalappiamo un marito (Edizione Elmo, 1968) in cui ribadisce che un buon matrimonio porta prestigio sociale e permette di guardare con condiscendenza tutte le femmine non sposate. Eppure l’anno di edizione è il 1968, quando le figlie bruciavano i veli in piazza, inneggiavano all’amore libero e si mettevano fiori nei capelli. Ma fedele al mio obiettivo, non demordo e sfoglio pagina dopo pagina questi manuali suggeriti dal “Galateo per ragazze da marito”, quasi di un saggio per l’accuratezza delle fonti, e arrivo alla famosa Enciclopedia delle donne, di cui nel 2017 per Einaudi, Valeria Parrella prova a darne un aggiornamento attraverso le vicende di Amanda, una signora di 53 anni piuttosto determinata su cosa vuole da un uomo. La grande enciclopedia della donna, è una raccolta di fascicoli dal ’62 al ’66 edito dai fratelli Fabbri. Duecento dispense nate con il preciso obiettivo di educare alla vita matrimoniale le fanciulle, le cui voci, in ordine alfabetico affrontano con ordine maniacale tutto quello che una signorina in età da marito doveva sapere: da come togliere le macchie a come cucinare un brasato. L’unico termine non contemplato era quello di 4 lettere che inizia per F e finisce con A e, ovviamente ogni riferimento al piacere sessuale femminile era assolutamente bandito. Per quanto mi riguarda è vero, ho una missione da compiere: aspirare ai fiori d’arancio in un’età in cui il corpo inizia a sfiorire, ma fortunatamente ho abbastanza autostima da preferire ancora a qualsiasi galateo, il buon vecchio Paura di volare di Erica Jong.

Ilaria Cerioli

*In copertina: Irene Brin (1911-1969), icona di stile, nella sua casa, a Roma, nel 1951