“Se solo ogni perdita fosse un compito implacabile verso una vita più seria…”: un secolo fa, Rainer Maria Rilke parla di guerra, amicizia, tradizione. Una lettera inedita

Posted on Giugno 29, 2018, 10:09 am
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Erano gli anni estremi: al fragore della Prima guerra, Rainer Maria Rilke oppone il silenzio. Tra il ‘Malte’ (1910) e l’esplosione delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo (1923), le opere poetiche più alte del secolo, la vita. Una “vita tutta interiore” (Vincenzo Errante), scandita da lettere che hanno, ogni volta, il nitore della testimonianza ultima, della confessione sulla soglia della fine. Un secolo fa, nel 1918, alla fine della guerra, Rilke è a Monaco, e ragiona sulla distruzione. L’anno dopo si trasferirà in Svizzera, a Muzot. Già sostenitore – in astratto – della Rivoluzione russa (la Russia è la sua patria spirituale, e lo dimostrano le lettere, un incendio, a Marina Cvetaeva e a Boris Pasternak), a Monaco Rilke osserva – tiepidamente – i tumulti della ‘rivoluzione’ repubblicana tedesca, che rovescia il re di Baviera Ludovico III. Così, la lettera a Marie von Eunsen, tra le tante ammiratrici del poeta, diventa una riflessione sul passato, un requiem sul corpo del concetto di ‘tradizione’. Il problema non è che la Storia vada avanti, ma la sua azione che sbriciola ciò che è stato, secondo un criterio, l’utile, insopportabile per Rilke, l’ostaggio del genio. Commuove, poi, il pensiero del poeta intorno agli amici morti in guerra, e la considerazione, irredimibile, che ciò che muore muore, all’apparenza, senza senso, senza produrre una vita più vera. (d.b.)

A Marie von Eunsen

34/IV Ainmillerstrasse, Monaco

22 settembre 1918

…l’estate è andata, è passata sopra la mia testa, e non ha portato con sé le ore perfette in cui speravo di scriverti con maggiore felicità e pienezza. Di queste parole misere e lamentose, strappate dall’aridità, sono in difetto, in forma indescrivibile, davanti a te che possiedi il segreto di preservare i panorami, non importa quanto sia distorto il mondo, di trovare, non importa quanto sia corrotto il gusto, il buon sapore di una esistenza nutriente, e che nonostante tutto sei nell’attitudine di concepire la storia in un senso nobile e tradizionale, davanti a cui il presente, il più impenetrabile e irresponsabile, dovrà rischiarare se stesso in una proporzione continua.

La tua lettera prova ancora una volta la determinazione incrollabile della tua vita: come ami il lavoro dell’uomo; quanto riesci a tracciare un ordine affermativo e insormontabile e, dove i palazzi potrebbero ridurci a un riflesso, riconosci nella semplicità di una fattoria la realizzazione e la soluzione di una quiete armonica da cui deriva una comunione spirituale, e che conforto! Con che freddezza, al confronto, ho viaggiato attraverso Ansbach l’altro giorno. Ho visto, ricordato, cercato di ammirare: ma nella maliziosa confusione di oggi sono diventato sospettoso di tutto ciò che è umano, pure se ciò sorge dai recessi del passato. Ormai sopporto di stare di fronte alle cose antiche con difficoltà, ho paura per la loro desolazione, quanto sono perdute… eppure continuano a esistere, in mezzo a persone prudenti che le guardano, che accanto a qualcosa di bello, di generoso, di prodigo, le ritengono utili, oppure no: segno spudorato dello sfruttamento e della spoliazione, questa non-realtà, questa loro nullità! Non voglio, mi sono detto, muovermi in un mondo dove dita avide scivolano da decenni sulla propria eredità: forse è qualcosa di impercettibile ad assegnare all’eredità il suo significato; uno zero sulla barra della misurazione, e l’intera scala di valore perde il suo genio, si eleva e cade, perde desiderio, tensione, polarità. Non è così? Qualcosa non dovrebbe avere la possibilità di svanire, sparire, alienarsi dalla proporzione di porte e finestre, al di là della sequenza delle scale, della sinuosità delle griglie, davanti a un tempo come questo, disperato?

Desidero ardentemente persone attraverso cui il passato nelle sue grandi linee continui a essere connesso con noi, in relazione con noi; benché il futuro, soprattutto ora, che è il più audace, l’intrepido, si immagina che debba rompere con le tradizioni più profonde, procedendo al di là di esse (e non per negazione). La guerra mi ha sottratto due giovani amici in agosto e settembre, preziosi, che avevano speranze in quel futuro che io infinitamente deploro, il giovane Keyserling e quel giovane Marwitz di Friedersdorf, così notevole, che forse hai conosciuto. Mi stavo affezionando a lui… Perdite, perdite… se solo ogni perdita fosse un compito compiuto e implacabile nel pretendere una vita più seria, responsabile, più vigile ai misteri!

Rainer Maria Rilke