“Se mi vogliono prendere come modello, facciano pure. A me importa poco”: intervista a Eduard Limonov, lo scrittore radicale che ama Pasolini

Posted on maggio 25, 2018, 6:46 am
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Durante la serata a Ferrara del suo tour italiano Eduard Limonov è stato definito da Vittorio Sgarbi «una leggenda in carne e ossa, tutt’altro che un’invenzione letteraria» di stampo consumista, mi azzarderei ad aggiungere. Consumo di idee, di idoli e di esistenze relegate alla superficie, al piacere di qualche sensazione effimera. Personalità che rischiano di essere ridotte a personaggi e di scadere su una copertina. La corruzione del Kitsch di kunderiana memoria ha usurato persino le fondamenta del Novecento più puro. Tuttavia Eduard Savenko sa bene quanto sia sottile il confine tra realtà e finzione, e reagisce ignorandolo. D’altronde, agli estremi si ottiene la massima conservazione, specialmente se si tratta di ideali. Forse è sempre stato tanto radicale, tanto intellettualmente intransigente per questo. A volte prendersi sul serio aiuta a non perdere le proprie convinzioni.

Copertina_LimonovZona industriale (Sandro Teti Editore) prende le distanze dal ritratto fattole da Emmanuel Carrère?

Non mi sento in competizione con l’immagine che Carrère ha reso di me. Ne ho letto infatti solo poche decine di pagine. Ho detto più volte di essergli grato per avermi fatto conoscere al grande pubblico in Europa. Vorrei ricordare, però, che quando fu dato alle stampe il suo romanzo, una biografia che credo non veritiera, avevo già pubblicato molte opere, sia in russo sia nelle principali lingue occidentali.

Sembra che abbia sempre perseguito un’evoluzione costante, dall’aver cambiato il suo cognome in avanti. A causa di una fervida immaginazione?

Ho assunto il nome d’arte di Limonov da decenni. Io? Certo che sono in evoluzione. Solo i mediocri non lo sono. Mi limito a raccontare il mio quotidiano e non ho bisogno di inventare nulla. Ovviamente, sono creativo e possiedo immaginazione che utilizzo nella stesura di poesie, ad esempio, ma anche e soprattutto per l’ideazione dei miei progetti politici.

Non si è mai sentito un modello, un eroe? In tal caso, chi sarebbe il suo antagonista?

Non mi considero e non mi sono mai considerato un modello per alcuno, tantomeno un eroe. Ho vissuto nella coerenza delle mie idee di artista e politico. Se poi gli altri pensano che il mio sia un percorso da prendere come riferimento, facciano pure. A me interessa poco.

Confrontando la sua fruttuosa solitudine con il “Faust” di Goethe emerge l’imperativo di bastarsi per mantenere l’equilibrio.

Sicuramente è una componente essenziale per riuscire a stare bene con gli altri.

Non preferisce la forma provocatoria del conflitto?

Entrambe le cose. Anche se continuo a ritenere che combattere in certe situazioni sia necessario, se non indispensabile.

Ha trascorso cinque anni a Syry; perché l’ha definita un’esperienza mistica?

La zona industriale di Syry, quando sono arrivato io, era praticamente disabitata. Poche persone di giorno la attraversavano. Era questa atmosfera di abbandono e di desolazione a trasmettermi un’aura di misticismo. Nel periodo che ho trascorso nel quartiere ho assistito alla gentrificazione di Syry di cui ho argomentato nel libro.

La sua battaglia nei confronti della politica di Putin deriva dalle sue posizioni anarchiche. È un tentativo di distruggere l’idea di ordine immutabile che egli incarna?

Di Putin mi limito a dire che in politica estere dovrebbe assumere degli atteggiamenti più decisi nei riguardi dell’Occidente rispetto a quanto fatto finora…

L’esperienza del carcere l’ha fatta scendere dal piedistallo della sua conoscenza e della sua intelligenza. Ha mai temuto di aver perso di vista le condizioni del suo popolo?

Quando sono stato in prigione ho iniziato a vivere come richiedeva quel luogo. In modo semplice, senza fronzoli. Per me è stata un’esperienza umanamente molto significativa. Intendevo questo quando nel libro ho scritto di ‘essere sceso dal piedistallo del mio intelletto e del mio sapere’.

Che rapporto ha con la possibilità del “martirio”?

Il mio partito è stato messo fuori legge addirittura prima dei più pericolosi gruppi terroristici islamici. Ciononostante non mi sento affatto un martire e ho affrontato con serenità la galera.

Perché ammira tanto Pasolini?

Apprezzo le opere di Pasolini perché lui, come me, racconta le difficoltà della vita vera. Una vita che sulla pagina è resa senza filtri senza badare a essere – come si dice oggi – ‘politicamente corretto’.

Non crede sia banale, magari trito e sdolcinato, definirsi “nichilista” dopo l’affermazione del capitalismo occidentale?

Ho ricevuto un’infinità di etichette tra le quali pure questa; che siano i lettori a giudicarmi. So solo che penso le stesse cose che pensavo 25 anni fa.

Matteo Bianchi