“Se mi fanno Ministro, mi dimetto. La politica è vita sprecata”. Marcello Veneziani sul caos chiamato Italia

Posted on Aprile 26, 2018, 7:12 am
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Le stelle sono spente. O implose. Nell’impeto delirante del proprio catatonico ego. Il fatto, oggi, è questo. Nel ronzio non ci sono ruggiti. Nel blabla non si disincastra la voce. Marcello Veneziani è uno dei rari che si legge per capire qualcosa. Non è semplicemente il più autorevole pensatore ‘di destra’, “l’intellettuale più lucido, fantasioso, appassionato della Destra” (questo è Roberto Gervaso); è un pensatore. Con idee definite e declamate – leggetevi almeno il ‘Manifesto Conservatore’ e il ‘Manifesto della Bellezza’, a partire dal suo sito, qui – e con uno stile virtuoso, virile. Insomma, è un punto di confronto, una costellazione. Fondatore di riviste (da Omnibus a L’Italia settimanale e Pagine Libere), elzevirista – ora pratica l’arte per Il Tempo, dove inizia la carriera giornalistica, nel 1979 – scrittore – sfogliate, almeno, Di padre in figlio. Elogio della tradizione e Amor fati. La vita tra caso e destino, ma visto l’annoso anniversario vale la pena ripigliare Rovesciare il ’68, pubblicato da Mondadori dieci anni fa – Veneziani, tra le tante cose, ha pubblicato con le leggendarie edizioni Volpe, “grazie a due sponsor d’eccezione, Prezzolini e Ugo Spirito”, è entrato con genio nell’opera di Julius Evola e di Ernst Jünger, le sue convinzioni sono riassunte in “quattro punti fermi a cui corrispondono quattro parole chiave: la filosofia del ritorno, come nostalgia delle origini e ricordo amoroso nella lontananza; l’amore inquieto per la tradizione, in cui confluisce anche la sua passione di rivoluzionario conservatore; la preferenza per la comunità rispetto all’individualismo e al nichilismo sociale; l’amor fati, l’accettazione della vita alla luce sacra del destino”. Dotato di una energia creativa inesauribile – nel 2017 sono usciti tre libri di diverso impianto stilistico: Alla luce del mito e Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti, per Marsilio, Tramonti. Un mondo finisce e un altro non inizia, per Giubilei & Regnani – Veneziani è forse il più lucido cartografo del tempo recente – uno speleologo negli abissi di lordura e di gloria dell’uomo.

Aiutaci a capire il caos governativo. Su ‘Il Tempo’ hai scritto, da una parte, che i grillini sono il peggiore dei mali e che il Governo dovrebbe farlo Pirandello. Come la vedi? Soprattutto, che fine fa il centrodestra?

Nella partita triangolare che stiamo vivendo finire fuori gioco o al centro del gioco è cosa di un attimo. I perdenti di ieri diventano con facilità i vincenti di oggi per essere poi gli esclusi di domani. Siamo in una fase pirandelliana, finora dettata da un solo punto fermo: si tratta di tre poli scapoli, che non possono ammogliarsi tra loro, o se pensano di farlo risultano perdenti e non sanno dove andare a vivere insieme (prendi Renzi-Berlusconi). La follia è che tutto questo si sapeva già dai tempi della legge elettorale. E il rimedio è solo là, un dispositivo che premi chi ha preso più voti, o che consenta con un doppio turno di andare al ballottaggio tra i primi due. Ma non si farà, si aspetta solo che muoia politicamente uno dei tre. Sulla carta, il centrodestra resta il più forte, ma è un cartello elettorale non un’intesa politica, ha leader declinanti o inadeguati, e un popolo senza una sintesi al vertice

Oggettivamente… a destra e a manca, a centrocampo e ai lati, non mi pare ci siano personaggi politici, per così dire, illuminati. Dove sta il virus, il veleno: l’assenza patente di cultura politica, di cultura tout court?

L’assenza a mio parere dipende da due ingredienti carenti: manca la selezione e manca la motivazione. Ovvero mancano i criteri con cui si forma, si fonda, si seleziona una classe dirigente con i suoi leader (fondazioni, scuole, partiti e movimenti vivi, luoghi in cui si distinguono e si valorizzano le capacità). E manca la motivazione grande, ideale, culturale, politica, la ragione per cui ciascuno contribuisce alla battaglia senza considerarsi il terminale, l’utilizzatore finale, ma solo un leader al servizio di una causa che lo trascende, lo precede e gli sopravvive.  Il virus è tutto in quel combinato disposto letale che uccide passato e futuro, passione e qualità.

Ti fanno Ministro della cultura, cosa fai? 

Mi dimetto. La politica non ti farebbe fare nulla, ti ridurrebbe a un ruolo nella migliore delle ipotesi ornamentale. L’economia ti priverebbe di fondi perché c’è sempre un’altra priorità rispetto alla cultura, dovresti gestire solo i tagli. E i media, l’episcopato degli intellettuali organici, le associazioni mafiose che dominano nella cultura, mi massacrerebbero perché di destra. Tempo perso, vita sprecata.

Negli ‘Imperdonabili’ stili i ritratti di alcuni maestri ‘sconvenienti’ (non usi l’abusato ‘cattivi’). Qual è il ritratto che hai ideato con più divertimento? Qual è stato il tuo personale maestro ‘sconveniente’? Ormai, di fatto, anche tu sei un maestro ‘sconveniente’, nonostante te…

Molti ritratti ho scritto con piacere e partecipazione, e credo che si veda. Non riesco, come Filomena Maturano, a dire quale dei cento autori mi stia più a cuore, perché sono tutti (o meglio molti di loro, alcuni sono fratellastri, figliastri, patrigni) piezz e’ coreCerto, i più “divertenti” sono quelli dedicati agli autori brillanti, per una ragione “omeopatica”: Kraus e Longanesi, Flaiano e Montanelli, e così via. I letterati sono trattati in chiave letteraria, i pensatori in chiave filosofica…

Il mito. C’è stato un momento – penso ai 30 anni dal Mitomodernismo ‘cavalcato’ da Zecchi, Conte, Mussapi, Carifi etc. ma anche a riviste degli anni Settanta come Niebo, restando in ambito poetico – in cui il mito, il ‘mitico’ avevano ri-trovato alloggio nell’immaginario post-moderno, sfracellato. Ora? Quando parli di mito e della sua necessità, a cosa alludi? Troppo si dice sul mito, un poco a casaccio.

Ho scritto Alla luce del Mito per sostenere che il mito è un bisogno fondamentale dell’animo umano e una volta rimosso sopravvive travestito o trasferito in altri ambiti. Ma il mito è alla radice non solo della poesia e della letteratura, ma anche del pensiero e della religione, dell’amore e della nostalgia, che è l’arte di mitizzare i ricordi. L’infanzia stessa pensa miticamente, prima di darsi al calcolo e alla ragione profana. Di miti non possiamo farne a meno perché sono protezioni e proiezioni oltre la nostra vita apparente, corrente, terrena.

A cosa stai lavorando, ora? E dimmi, da maestro ‘sconveniente’, un libro da leggere per un sedicenne, oggi.

Sto lavorando a troppe cose contemporaneamente perché sono nella fase del marasma creativo che precede la realizzazione dell’opera. Aforismi, un libro che sintetizzi il percorso del mio pensiero, scritti collaterali… A un ragazzo di sedici anni non consiglierei un libro solo, e soprattutto non gli prescriverei nulla senza conoscere lui, capire se la sua indole è più compatibile con un testo storico, di pensiero, di poesia o letteratura, di grande giornalismo. Dopo aver capito la sua propensione gli darei la cura appropriata, anche al suo livello di conoscenze.  Perché una cura sbagliata, cioè un libro inadeguato, potrebbe allontanando definitivamente dalla lettura o potrebbe dargli un alibi per farlo.