Se leggi Majakovskij come si deve una ragazza con un minimo di sensibilità ti mette la lingua in bocca. Recensione teatrale con bufera di amarcord

Posted on marzo 12, 2018, 4:00 pm
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I russi e gli americani, per me, sono principalmente due cose. Oltre ad essere un frammento della canzone “Futura” di Lucio Dalla, sono – anzi, erano – due cose. Erano, perlomeno sino al 9 marzo alle 21,30, le sfide alle Olimpiadi. Erano anche un ricordo lontano, personalissimo, degli anni trascorsi all’Università di Urbino. Esame di “Letteratura italiana I” di Giorgio Cerboni Baiardi (una delle menti che hanno illuminato i miei anni di studio assieme alla professoressa Anna T. Ossani di “Letteratura teatrale” e Massimo Raffaeli, a suo tempo assistente di Sociologia della letteratura ma soprattutto il professionista che mi ha fatto scoprire Massimo Ferretti: ricordo che discutemmo dei possibili punti di contatto tra il poeta anconetano e Fabrizio de André, cosa non da poco) superato bene. Introduco al buon Baiardi qualche riflessione – alquanto positiva – su Alessandro Baricco, spiegandogli che a mio parere doveva essere studiato all’Università. Perché più o meno 20 anni fa Baricco era Baricco ed io amavo Baricco. Di tutta risposta il professore mi dice: “Si legga qualche russo”. Lo ammetto: non l’ho fatto. Ho letto, come si dice, “qualcosa”. “Il cappotto” di Gogol. Bello e tristissimo. Lettura degli anni del liceo. Basta. Se penso ai russi, penso che siano dei “mattoni”. Nella scrittura ovviamente: in un macro-continente come quello russo in cui gli inverni durano 10 mesi (pazzesco, ingenuo e fanciullesco cliché), quando non puoi uscire di casa perché si “bubbula” puoi fare tre o quattro cose: o ti ubriachi, o “pinci”, o segui la politica oppure scrivi libri di centinaia e centinaia di pagine. E se fuori dalla finestra vedi ghiaccio e freddo e neve, non scrivi cose allegre. Se proprio devo, vado a teatro: in due ore, due ore e mezzo, ti appropri di un volume grosso così.

L’interessante conferenza spettacolo di Davide Brullo e Silvio Castiglioni – “La Scienza dei Commiati, i poeti che fecero la Rivoluzione”, in scena agli Atti di Rimini il 9 marzo – ha avuto per me un effetto “primaverile”: ha scongelato ricordi. In realtà ho attraversato anche un altro russo, richiamato sul palco più volte dai due: Vladimir Majakovskij. Il suo “Flauto di vertebre” era stato uno dei miei assi nella manica negli anni del liceo. Serviva, ed ha fatto effetto, per “dare su alle fighe” e per fare il finto intellettuale vagamente comunista (sic!) e alternativo. L’effetto però era troppo breve: finito l’incanto di una delle strofe che si trovano nell’incipit (“Travesti la notte in antichi sponsali/ travasa di corpo in corpo il tuo gaudio/ che questa notte sia memorabile/ oggi io suonerò il flauto sulla mia colonna spinale…”: è ovvio che se gliele dici bene e con il tono di voce adatto una ragazza con un minimo di sensibilità si appoggia alla tua testa e ti mette la lingua in bocca), finiva che ti sorridevano (al plurale) e se ne andavano, e magari “davano su” al tuo amico che non sapeva un cazzo di poesia ma che le sapeva intortare con Vasco Rossi o i Metallica.

Oggi che non ho più l’età per stupire con la poesia dei russi, sono andato a vederla recitare (e bene) a chi la sa trasmettere con il cuore e con la mente. Perché i poeti frequentano gli estremi e il fascino dell’altrove non lo puoi non ascoltare. Majakovskij si è sparato al cuore e non alla testa. Vladimir, mi hanno insegnato Davide e Silvio, lo ha fatto per uccidere la rivoluzione. Era imparentato con il futuro, l’ottimo “Maja”, e con lui anche gli altri compagni di quella stagione illuminata: Boris Pasternak, Sergej Esenin, antesignano delle rockstar, ma anche Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Osip Mandel’stam. La forza di questo lavoro condotto con ritmo da Brullo e Castiglioni risiede nella potenza della parola: i loro racconti, le storie e le poesie diventano azione. Il testo drammaturgico incontra quello scenico, rilasciando gocce di rugiada purissima.

Alessandro Carli