“Se fossi una donna, la darei seduta stante ad Albert Camus”: i 10 libri più belli per Massimiliano Marrani e Giorgio Anelli. Fate il vostro gioco!

Posted on Marzo 18, 2018, 11:39 am
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Sapete cosa c’è di bello nello stilare il proprio decalogo personale? Mettere ordine. Buttare sul lenzuolo l’essenziale. Spaccare gli stinchi all’intelletto, per cui tutto è salvabile, ogni spigolo è degno di perdono. Invece no. La letteratura è l’arte della spietatezza, l’assioma della crudeltà, un assoluto crudele. Al posto di parlare di divine minchiate e di speculare sulla specifica importanza di X nella letteratura della città di Y, andiamo al cuore. Dissezioniamo l’amore, l’amatissimo. Eccolo. I 10 libri della letteratura moderna (da Foscolo in su). Oggi, ora, io metterei “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler, il romanzo più possente del Novecento, e “I libri della giungla” di Rudyard Kipling, perché il verbo serve per accartocciare l’Amazzonia in una strizzata d’occhio. La follia declamatoria di Marrani (che svaria tra le cupezze di Bernhard a De Carlo) e il rigore di Anelli trovano un punto di ristoro nelle “Memorie del sottosuolo”, libro davvero mostruoso. Spedite il vostro personale decalogo qui: dav.brullo@gmail.com.

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Massimiliano Marrani

Prima del calcio di rigore, Peter Handke: se Ludwig Wittgenstein avesse mai deciso di scrivere un romanzo in linea con le sue idee avrebbe scritto esattamente questo.

Memorie dal sottosuolo, Fëdor Dostoevskij: mi ha letteralmente rovinato l’adolescenza, Va vietato ai minori.

Ieri, Agota Kristof: sulla quarta scritta mi pare da Marco Lodoli, ricordo che c’era scritto, “un romanzo duro come un sasso”. Ne ho comprate sette copie e ora ho l’ottava. Tutte le altre, nell’arco di diversi anni, le ho regalate a qualcuno a cui tenevo degno di ricevere quella sassata in piena faccia.

La macchia umana, Philip Roth: un affresco immenso, un’odissea umana e allo stesso tempo totalmente individuale. Il capitolo finale, ma non solo sia chiaro, è apocalittico, assorbe Melville, Hemingway e Omero. Impossibile farne un riassunto. Non lo si può fischiettare.

Mao II, Don DeLillo: c’è tutto quello che mi interessa: arte contemporanea, mass media, sesso, matrimonio, scrittura, fotografia, film, terrorismo in, mah, 150 pagine? Contiene, tra l’altro, la critica più intelligente e acuta su Andy Warhol che abbia mai letto.

Gelo, Thomas Bernhard: il romanzo più cupo e nichilista che abbia incontrato. Parte da un assunto semplice: praticamente senza alcuna trama cretina, se ne fotteva lui, della trama, si concentra solo in ciò che accade nel cervello. Pochi segni per stabilire gli esterni, come nel teatro di Beckett direi. Simboli molto scarni ( eppure i paesaggi erano immensi, la nebbia, la valle, la locanda, l’incendio… kafkiani). La totale immersione nel cervello. Nella lingua dentro al cervello. A tratti, per lunghi tratti, poesia. Il degno erede per me di Kafka e Dostoevskij e di quella scrittura fiume a cui non so a chi far risalire perché direi scemenze.

Il processo, Franz Kafka: tutto è mistero, tutto è assurdo, tutto sta morendo ma con discrezione e umorismo, tutto accade ma da un’altra parte. Nulla… nulla e dico nulla, ogni volta che lo rileggo, mi dice esattamente in quale punto preciso delle frasi l’obliquo irrompa. Un perfetto meccanismo a orologeria ma senza tempo.

Poesie, Dylan Thomas (edizione Guanda): una sua sola immagine iniziale basta a un poeta X a costruirci una carriera (ok, esagero). Solo che poi lui invece continua, giù, come un’armata che crolla, senza scampo. Eliot sarà anche un titano, io ci ho provato signori, mi fa dormire tranne in alcuni passaggi della Terra desolata. So che Thomas lo detestava. Meno male, se no forse non avrei avuto il coraggio di dirlo.

Lo straniero, Albert Camus: se fossi stata una donna, possibilmente bella, e fossi vissuta in quegli anni, e avessi letto questo romanzo, avrei cercato di conoscere Camus, e gliel’avrei data seduta stante. Gratis. Giuro.

Due di due, Andrea De Carlo: lo lessi e una volta finito piansi ogni cosa, allora lo ripresi a leggere daccapo, come con Zanna Bianca, il giorno stesso; quando lo finii piansi ancora. Piangere non è metro di niente, siamo d’accordo, ma io sentii dolore vero, eppure erano solo parole scritte, pura fiction. Allora? Come la mettiamo?

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Giorgio Anelli

Il gabbiano, Anton Cechov: attuale e stimolante.

Viaggio al termine della notte, Louis Ferdinand Céline: lo voglio rileggere.

Opera omnia, Hermann Hesse: è stato il mio primo maestro

Memorie dal sottosuolo, Fëdor Dostoevskij: divino.

Chiedi alla polvere, John Fante: mi ricorda quanto son povero.

Poesie, Vladimir Majakovskij: un genio.

Opera omnia, T. S. Eliot: un altro genio.

La ballata del carcere di Reading, Oscar Wilde: l’umano.

Poesie, Raymond Carver: mi ricorda un amico che sta lottando come ha lottato Carver.

La leggenda del santo bevitore, Joseph Roth: lo rileggerò all’infinito.