Basta studenti rinchiusi! La scuola non deve trasformarsi in un lager e non può più lasciare i ragazzi soli dietro a un monitor. Modesta proposta per riaprire le superiori a settembre

Posted on Maggio 18, 2020, 9:23 am
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Treni affollati, autobus stracolmi, classi pollaio: la possibilità che gli adolescenti possano tornare a scuola a settembre, in questa nuova emergenza sanitaria, è una chimera. Si sono succedute varie ipotesi sulla riapertura. Giardini e cortili dove sistemare i ragazzi per dimezzare le classi, ma quante scuole ne hanno uno così capiente? E con la stagione invernale alle porte? Allora metà studenti a casa e metà a scuola, ma il criterio per dividere i ragazzi mi è sfuggito e con le telecamere in classe, poi, non si scherza. Turni pomeridiani! Rimarrebbe il nodo cruciale dello spostamento e il reclutamento di nuovo personale docente qualificato, che non sia improvvisato. Allora niente, ingressi scaglionati in fila per uno, percorsi tracciati e, di conseguenza, anche se nessuno lo ha detto, sei ore seduti nei banchi senza possibilità di muoversi e di socializzare. Una scuola lager a tutti gli effetti. A oggi, tutto fa presupporre che le scuole a settembre continueranno con la didattica a distanza. Di quanto siano gravi le disparità che questa genera – tra computer che mancano o necessari a genitori in smart working o ad altri fratelli, senza tener conto dei limiti delle connessioni – si è già detto tanto, non serve ribadirlo. Non solo, dopo neanche tre mesi di DAD, tutti – ragazzi, docenti, presidi, genitori – vedono chiaramente gli effetti deleteri del burnout, dello stress e dell’alienazione da iperconnessione. Questi fattori rappresentano rischi reali in età adolescenziale, non meno allarmanti del contagio.

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E allora, come ripensare la riapertura a settembre? Ecco la mia proposta. Immaginiamo una scuola superiore che non abbia paura di sperimentare, che salvaguardi l’insegnamento disciplinare, il benessere socio-affettivo dei ragazzi e le cautele per la situazione sanitaria. Questa scuola può organizzare l’insegnamento delle discipline di indirizzo e di quelle fondamentali (italiano, matematica, lingua straniera) esclusivamente con la didattica online.

Gli insegnanti preparano un modulo di lezioni coerenti, che corrispondano, supponiamo, a tre settimane di lavoro;

– le registrano su piattaforma in modo che i ragazzi abbiano garantito l’accesso alla lezione a qualsiasi ora e possano ascoltarla senza sovrapporsi ad altri membri della famiglia;

– al completamento di tale modulo i ragazzi verranno esaminati, in base a contenuti, obiettivi e materiali indicati dall’insegnante all’inizio del percorso stesso.

Ogni ragazzo potrà così lavorare in autonomia, in base ai propri tempi di apprendimento ma anche in base alle esigenze familiari, sapendo che ci sarà uno sportello didattico settimanale in videoconferenza con il docente, per confrontarsi e chiedere chiarimenti. La scuola non sarà più vincolata, quindi, all’orario in senso tradizionale, la cui inutilità è già stata mostrata da molte scuole europee. Tutte le altre discipline (scienze naturali, arte, fisica, elettronica, scienze motorie, ecc.) possono essere sviluppate secondo una modalità laboratoriale, nel modo che ora descriverò.

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Si stabilisce innanzitutto la corrispondenza tra un giorno della settimana e un gruppo di discipline affini. Ad esempio: lunedì il Gruppo I (storia, geografia, diritto, economia), martedì il Gruppo II (scienze naturali, scienze motorie, fisica, discipline tecniche), mercoledì il Gruppo III (filosofia, religioni, sociologia), giovedì il Gruppo IV (arte, letteratura, lingue). Ogni docente, incluso quello di sostegno – in genere uno dei profili più specializzati del corpo insegnante – elabora un progetto creativo, sempre della durata di 3 settimane, da poter realizzare nel Gruppo pertinente, secondo il giorno prefissato. Lo stesso docente raccoglie le adesioni e apre la sua casa a piccoli gruppi di 5-10 studenti che vivono nel suo territorio, indipendentemente dalla classe frequentata (se il numero dei docenti o dei laboratori per ogni docente lo permette, la distinzione tra biennio e triennio sarebbe da conservare). Se non può mettere la propria abitazione a disposizione, può riunire i ragazzi negli spazi del territorio che già normalmente sono aperti ai laboratori esperienziali con le scolaresche. Per esempio: parchi, ville, percorsi in natura, strade medievali, abbazie, musei, osservatori astronomici, officine, laboratori artigiani, biblioteche, circoli culturali, teatri, cinema. Le tante realtà di scuole all’aperto, libertarie, diffuse, nonché il vivacissimo dibattito sollevato in questi mesi da reti di educatori, genitori e istituzioni (Movimento di Cooperazione Educativa, Tutta un’altra scuola, Liberare Roma, la neo-nata Mentre la scuola è chiusa di cui faccio parte) testimoniano tutto il potenziale della didattica su territorio. Basterà affinare o attivare le convenzioni per promuovere “le condizioni necessarie per permettere alla persona e alle aggregazioni sociali di agire liberamente nello svolgimento della loro attività” (art.118 della Costituzione), come di recente hanno ben sottolineato i membri del Forum Disuguaglianze e Diversità.

In extremis, ci sono sempre i locali della scuola, semivuoti a questo punto. Per valutare la didattica laboratoriale, si prenderanno in considerazione tanto i risultati concreti (creazione di un cortometraggio, di un prodotto tecnologico, ecc.), quanto le soft skills, le competenze sociali, la collaborazione, parametri già individuati, tra l’altro, per attribuire i voti di condotta; basterà allora adattare la griglia in uso nella scuola.

Al temine del mese didattico, quindi, uno studente avrà svolto i programmi disciplinari imprescindibili, ma avrà sperimentato anche un modello pratico e creativo di apprendere altro, avrà incontrato docenti e compagni, esplorato il suo quartiere. Le attività dei laboratori potrebbero essere riconosciute ai fini dell’alternanza scuola-lavoro (PCTO): si recupererebbero così le ore perse in questo anno scolastico a causa della chiusura delle scuole a marzo e si risolverebbe, in parte, il problema dell’alternanza per il prossimo anno, quando sarà impossibile riversare centinaia di migliaia di studenti nelle strutture finora individuate per questa finalità.

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Il criterio dei piccoli gruppi così pensati salvaguarda anche i ragazzi con disabilità, i grandi penalizzati della didattica a distanza, ma per loro non si può fare un discorso generale. Ogni caso è a se stante. Non è tutto: la scuola può arricchirsi della partecipazione attiva dei genitori. Rispettando lo stesso criterio del piccolo gruppo e della vicinanza territoriale, un genitore può tenere un laboratorio pratico, il venerdì, ad esempio, insegnando ciò di cui è esperto: giornalismo, programmi professionali al computer, fotografia, giardinaggio, idraulica, cucina, lingue straniere, musica. Questo si chiama parental schooling, educazione intergenerazionale, che ad oggi, nella scuola italiana, non ha ancora trovato spazio. Non escluderei neppure che studenti particolarmente dotati possano condurre, a loro volta, laboratori per i loro coetanei. Sarà necessario ripensare la mastodontica macchina burocratica che finora ha contraddistinto l’esperienza di alternanza (servono più ore per compilare scartoffie che non per svolgere l’alternanza in sé); un semplice modulo con i dati essenziali dell’attività svolta sarà più che sufficiente e i genitori si faranno finalmente protagonisti attivi di quel patto formativo firmato al momento dell’iscrizione. Senza dover subire la sfiancante maratona cui li sottopone la didattica a distanza.

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Un’importante criticità da risolvere è la normativa che tutela i minori, nella privacy e nell’incolumità, fuori dalle mura scolastiche; ma in questi ultimi due mesi abbiamo visto tutti con che rapidità un decreto ministeriale possa spazzare via questioni annose e delicatissime come quella della bocciatura; serve solo la volontà. Si potrebbe riadattare, ad esempio, la normativa che regola le uscite didattiche o i viaggi di istruzione, in virtù del fatto che i ragazzi sono tutt’altro che ebeti incapaci di evitare i pericoli. Molti di loro già intraprendono lunghi spostamenti da soli per arrivare a scuola, per non parlare del fatto che a 16 anni siano considerati dallo Stato così responsabili da poter guidare le macchinine senza patente. Incentivare l’autonomia e la responsabilità, nella tutela imprescindibile dei diritti, è la strada da intraprendere: don Lorenzo Milani ce lo ricordiamo tutti. La scuola non deve più lasciare i ragazzi soli dietro un monitor, non deve più abdicare alla sua funzione di guida nella loro crescita sociale e affettiva. Invece, può rinunciare benissimo alla burocrazia e all’abitudinarietà di molte pratiche (orario, consigli di classe, valutazioni per singole materie). Soprattutto se da subito direziona le sue energie alla preparazione di un planning razionale dei corsi, valorizzando il talento dei docenti che il sistema attuale non permette di esprimere In estate può raccogliere le adesioni di ragazzi e genitori per i laboratori, e a settembre può avviare la prima fase di sperimentazione, mentre fa recuperare in sede gli studenti ammessi con le insufficienze.

Sono disponibile a illustrare e discutere il progetto accogliendo suggerimenti e a sviluppare proposte integrative.

Solo chi ha paura di cambiare finisce accartocciato su se stesso e marcisce. RI-VIRUSIONIAMOCI!

Marilena Rea