“Scrivo per essere immortale”: senza troppe effusioni dell’intelletto, una bambina manda all’aria la vanità del sistema editoriale

Posted on gennaio 10, 2018, 5:09 pm

La questione, sempre, è di prospettiva. Esempio. Ieri l’editore mi fa l’arcana domanda, allora, lo stampo? Segue serie di pensieri, che si rincorrono come ghepardi. Tra tutti, fitti e indecifrabili – rabbia, gioia, rivolta, rivalsa, prepotenza, tracotanza – vince uno. Inadeguatezza. Sono inadeguato al mondo. Sono inadeguato a questo mondo. Sono inadeguato a questa umanità. Penso che il mio libro sia il libro più importante scritto dalla fine della Seconda guerra, ma: a) nessuno lo capirà; b) chi ne parlerà, ne parlerà senza capire un c***o; c) non voglio parlarne in pubblico facendo le moine dello scrittore, vorrei parlarne scoperchiando San Pietro con un gruppo di eremiti o di cerebrolesi; d) ma a chi importa delle mie speculazioni su Dio? e) ma a chi importa delle mie idee in fatto di suicidio, letteratura, giustizia, bene♂ e) tanto nessuno mi capisce. Quando uno ha il privilegio di pubblicare un libro, è come un bambino: prima si crede dio, poi riconosce di essere una regale debolezza. Vorresti scomparire.

libro

Il libro di cui si parla…

Perché scrivere è sempre, anche, una colpa, un atto di rifiuto, una responsabilità che unghia diamanti. Per questo, ieri, sfottendo l’editore – Joyce voleva i romanzi belli&stampati per il suo compleanno, il 2 febbraio, io avrò il libro per il mio, l’8 febbraio – avevo una specie di coda di drago al posto della schiena. Ero furibondo. Ero furente. Ero febbrile. Avrei distrutto ogni remora all’istante per ritirarmi nel lato più deserto del mondo, nell’incavo più oscuro del ghiacciaio. Lì. Fuori da tutto. Aureolato dall’indifferenza. Scrivere ti da anche questo potere sinistro: recidere tutti i rapporti. Scrivere inquina. Scrivere tortura e tormenta. Una tortura, è chiaro, che fa godere – non siamo mica sadici. Non è roba da pacche sulla spalla ma da calcio sulle palle, non è un pacchiano sorriso al sole, ma spietatezza centuplicata. Termino il blabla. Oggi vado a prendere mia figlia Ester a scuola. Nove anni. Quarta elementare. Tutti i giorni, appena arriva da scuola, Ester corre in camera, si getta sulla scrivania, tira fuori da un cassetto che conosce solo lei un quaderno, e scrive. Cosa scrivi?, le chiedo. Non vuole farmi leggere. Sa che potrei essere spietato. Anche con i figli. “La storia della mia vita”, fa. Però… è così importante?, faccio io, bastardo. E perché la scrivi? “Perché prima di Natale la maestra ci ha fatto leggere la storia di Gilgamesh”. E allora? “Gilgamesh è immortale perché qualcuno ha scritto la sua storia. Io scrivo la mia storia perché così divento immortale. Anche quando sarò morta, qualcuno mi leggerà”. Il viso di Ester si è acceso di una fierezza che non avevo riconosciuto prima. Poi si è informata su come si stampa un libro, su chi sono gli editori, che ruolo hanno, eccetera. Conta di finire presto la sua storia, così diventa immortale. Eccola, la prospettiva. Non si scrive per pubblicare e pontificare la propria vanità e ricevere la fioriera di belle, oneste recensioni da parte degli amici e rilasciare qualche intervista, papparsi qualche premio e dormire felici. Si scrive per essere immortali. Io, nel caso mio, direi ancora di più. Si scrive per consolare i morti che si agitano, rapaci, nella gabbia del torso.

Davide Brullo