“Scrivere è una questione di vita o di morte”: Liliana Heker e i dieci comandamenti della scrittura

Posted on aprile 12, 2018, 7:04 am
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Mi affascina quello che ha detto in una intervista. Era il 2004. “Ho preferito la solitudine. Quando avevo quattro anni stavo nel cortile della casa di mia nonna, assolutamente sola. Mi rifugiavo in quel mondo immaginario assolutamente sola e qualsiasi intrusione mi faceva arrabbiare”. Solitudine, prigionia nell’immaginazione, vita spudorata, pudore. Liliana Heker è la Gran Signora della letteratura argentina contemporanea. 75 anni, esordio alla letteratura a 17, è stata la musa di Abelardo Castillo e insieme a lui, attraverso riviste dai nomi sgargianti e fantomatici (El Escarabajo de Oro, El Ornitorrinco), ha rivoluzionato l’arte del narrare. A Buenos Aires c’è una certa devozione verso gli scrittori di racconti. Chi scrive racconti è un po’ il numero 10 della letteratura, somma l’assoluto tecnico all’assolo dell’ispirazione. Liliana Heker è un genio del racconto breve. Testi come La festa ajena, La muerte de Dios, Georgina Requeni o la elegida sono piccoli classici per imparare ‘il mestiere’, quarzi da ammirare, marchingegni da dissezionare. La Heker è una specie di vispa Cassandra: dalle lezioni che tiene in casa, a Buenos Aires, da qualche decennio sono scaturiti i massimi autori di oggi, come Samanta Schweblin. Uno dei misteri editoriali italici, in effetti, è questo: perché una scrittrice che interloquiva con Julio Cortázar, che ha firmato la più bella intervista a Jorge Luis Borges e che è stata trapiantata nel mondo anglofono da Alberto Manguel non è stata ancora tradotta in Italia? Rimedieremo. Intanto, la Heker ha raccolto i suoi racconti nei Cuentos reunidos, per Alfaguara, un evento letterario in Argentina, ineludibile (nella stessa collana sono editi Saul Bellow, William Faulkner, Vladimir Nabokov e Marguerite Yourcenar), mentre La Estación ha appena pubblicato una antologia di Cuentos latinoamericanos. Mágicos y realistas, dove a rappresentare il continente ci sono Juan Rulfo, Mario Vargas Llosa, Gabriel García Márquez, Ángeles Mastretta e la Heker. Appena posso – l’ho già fatto qui – dialogo con Liliana. Le sue riflessioni sconcertano per la felicità e la dedizione. In calce all’intervista, abbiamo pubblicato il ‘decalogo’ di Liliana, una specie di lista di consigli per il perfetto narratore di racconti, che si eleva a gioco, serissimo (leggete il decimo ‘comandamento’, che annienta tutti gli altri). Il testo è stato pubblicato nel 2015 da “Revista Arcadia” come Los diez mandamientos de la escritura.

libro hekerLei ha dedicato la sua antologia di racconti completa, i “Cuentos reunidos”, a “Ernesto”. Chi è?

Ernesto è l’uomo che amo. Ci siamo conosciuti in modo fortuito trentacinque anni fa, quando io praticavo un nubilato militante e lui era al terzo matrimonio. Il nostro incontro fu una specie di telenovela o di miracolo. Conviviamo da trentaquattro anni, e quasi ventisette anni fa, in un rinnovato atto di fede, ci siamo sposati con rito civile. Ci capiamo pienamente, e insieme ci divertiamo molto.

Che ruolo hanno avuto le riviste El Escarabajo de Oro e El Ornitorrinco nel rinnovamento della letteratura argentina?

Credo che le nostre riviste, oltre a indagare con una vena polemica i contrasti ideologici ed estetici del nostro tempo e del nostro Paese – da una sinistra indipendente e difendendo a oltranza la letteratura e l’arte come atti a favore dell’uomo – fecero conoscere e resero noti molti scrittori che poi diventarono veri pilastri della letteratura argentina. Humberto Costantini, Ricardo Piglia, Miguel Briante, Isidoro Blaisten, Alejandra Pizarnik, Irene Gruss, tra gli altri, cominciarono a pubblicare o a essere riconosciuti in El grillo de papel, El escarabajo de Oro o El ornitorrinco.

Quale dei suoi racconti è stato il più difficile da scrivere? Per quali ragioni? E quale il più facile, quello che è saltato fuori all’improvviso?

Quasi senza eccezioni, per ogni racconto c’è stato un periodo di ricerca, che a volte si è protratto più di quanto auspicato. Ci sono alcuni racconti che ho inseguito – o che mi hanno inseguito – per anni, fino a quando ho trovato il modo di scriverli. è accaduto con La fiesta ajena, con Tarde de circo, con La única vez, con qualche altro. Ma, senza ombra di dubbio, quello la cui scrittura mi ha richiesto più sforzo è stato Georgina Requeni o la elegida. Stesi la prima versione a 24 anni, un anno dopo la pubblicazione del mio primo libro. Il tema – il cammino verso il fallimento di una ragazza precoce che si serve di grandi parole e ha sogni elevatissimi– per me era fondamentale. Mentre scrivevo, sentivo che mi stavo strappando pezzi dall’anima e li stavo mettendo nel racconto. Ma mi andò male: troppo sentimento, suppongo. O forse, nel mio racconto sul fallimento, avevo fallito. Fu un colpo tremendo. Quando mi ripresi, decisi che scrivere un buon racconto su quell’argomento era per me una questione di vita o di morte. è stato difficile, perché il conflitto aveva a che fare con ciò che all’epoca temevo maggiormente e perché, sul piano formale, rappresentava una grande sfida: dovevo narrare le vicissitudini di una vita nello spazio di un racconto. Mai, fino a quel momento, avevo perfezionato tanto, sul piano formale, un mio testo. A un anno e mezzo di distanza dal passo falso iniziale, il racconto era finito e ritengo che fosse piuttosto vicino a ciò che desideravo. L’unico racconto che mi è uscito tutto d’un fiato, senza che nemmeno sapessi bene cosa stessi facendo, è stato Los juegos, il primo racconto che ho scritto in vita mia, all’età di diciassette anni. Fu pubblicato in El grillo de papel e venne molto elogiato, immagino per la mia età. Pensai che scrivere racconti fosse una cosa facile. L’esperienza continua a smentirmelo. è bellissimo ma di solito presenta alcuni scogli da superare: suppongo che in ciò, nella sfida e nella ricerca, risieda il lato affascinante del mestiere di raccontare.

Nell’introduzione alla raccolta completa dei suoi racconti lei scrive: “credo che non ci sia stato un solo giorno in cui, in qualche modo, non abbia perseguito (a volte infruttuosamente) la scrittura di un racconto”. Così, scrivere è una specie di ossessione, continua, inesorabile? Forse scrivere “vampirizza” la vita?

Innanzitutto, dire “la scrittura vampirizza la vita” scaturisce da un errore di fondo: presupporre che la scrittura sia qualcosa di separato dalla vita. Invece no: è un atto profondamente vitale. Intenso, complesso e piacevole. Posso testimoniare che la scrittura e la lettura non mi hanno mai impedito di assaporare pienamente tutte le altre possibilità che la vita offre. In merito alla domanda se la scrittura sia per me una specie di ossessione, direi di no. Sono piuttosto ossessiva, questo di sicuro; se mi si infila qualcosa in testa, non mi fermo un attimo prima di avere esaurito tutte le possibilità di ottenerla. Ma la mia scrittura non è costante. Ci sono momenti in cui scrivo tutto il tempo, altri in cui semplicemente giro intorno a un’idea o annoto cose frammentarie. E alcuni periodi in cui l’ozio è quasi perfetto. Solo che, se quell’ozio si prolunga più del dovuto, diventa inquietante.

Lei descrive la scrittura come “un’avventura, un lavoro di ricerca la cui riuscita non è garantita”. Cosa intende?

Esattamente quello che dico. Uno affronta la scrittura di un racconto, o di un romanzo, con un’idea di ciò che vuole ottenere, tenta piano piano di avvicinarsi a ciò che cerca. Ma nulla garantisce che alla fine ci riesca. Diverse idee, che in passato mi sono sembrate tentatrici, ad oggi sono rimaste per strada.

Apprezzo quando scrive “non ho il benché minimo interesse a completarmi”. Forse ogni scrittura è, a suo modo, infinita?

Tutta la scrittura lo è, sì. Perfino quei testi che uno considera conclusi, e che magari pubblica, con una nuova edizione o una nuova lettura rivelano qualche punto debole o incrinatura che occorre correggere. Ma parlando di incompiutezza non mi riferivo solo alla scrittura: spero di non completarmi sotto nessun punto di vista. Quando ero molto giovane mi risultava impossibile concepirmi oltre i trentotto anni. Perfino la possibilità di avvicinarmi ai quaranta mi terrorizzava. Con gli anni ho scoperto che uno ha sempre qualcosa da modificare e persino alcuni aspetti davanti ai quali sorprendersi. Si è sempre un po’ principianti davanti a ogni fase della vita e questo è alquanto interessante, per lo meno per uno scrittore. Non mi concepisco nelle parole ‘sono arrivata fin qui; ormai non c’è più niente che desideri o possa cercare’. Sarò sempre felicemente incompleta.

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Il mio credo

ovvero: I dieci comandamenti della scrittura

1) La voglia di scrivere viene scrivendo. Inutile attendere l’attimo perfetto in cui tutti i problemi sono scomparsi ed esiste solo il desiderio compulsivo di scrivere: quell’attimo non esiste. In genere, uno si siede a scrivere superando una certa resistenza – uscire dallo stato di ozio non è naturale –, mette in atto alcuni riti dilatorii, infine, con una certa cautela, scrive. E a un certo punto forse scopre di essere immerso fino ai capelli, tutti i problemi sono scomparsi e non esiste nient’altro che il desiderio compulsivo di scrivere.

2) La prima versione di un testo è solo un male necessario. Di solito è molto lontana da quella complessità e intensità che uno ha ampiamente concepito. Correggere non è altro che cominciare a trovare Mosè dentro al blocco di marmo.

3) In letteratura non esistono sinonimi né equivalenze: un volto non è la stessa cosa di una faccia o di un muso, “Disse che era stufo” non equivale a “– Sono stufo, disse”. Ostinarsi su una frase o a una parola semplicemente perché è scaturita così dall’anima, è quantomeno un rischio: l’anima, a volte, detta ovvietà. In Filosofia della composizione, Poe racconta che, durante la stesura della sua poesia Il Corvo, concluse di avere bisogno di un animale parlante che ripetesse un leitmotiv alla fine di ogni strofa. E naturalmente il primo animale che gli venne in mente fu il pappagallo. A volte conviene sacrificare il pappagallo.

4) Né la spontaneità né la rapidità sono valori in letteratura. Abbozzare, cancellare, scoprire nuove possibilità, sbagliarsi tante volte finché ce n’è bisogno, cominciare poco a poco ad avvicinarsi al testo desiderato: questo è il vero atto creativo. Il resto è come starnutire.

5) Quando si scrive, non bisogna avere paura dei sentimenti, ma nemmeno avere paura della chiarezza. Uno ha così poche qualità che non vedo perché se ne debba in parte privare per fare letteratura.

6) La realtà fornisce buoni spunti ma non crea opere d’arte. Ritagliare un fatto, stravolgerlo, cambiarne o cancellarne qualche tassello sono licenze che un narratore può prendersi senza sensi di colpa. Non è all’evento reale che deve essere fedele, piuttosto alla luce segreta che ha scoperto in quell’evento e che lo ha indotto a scrivere.

7) Non bisogna cominciare un racconto se non si sa come si concluderà. Si corre il rischio di saltare di qua e di là, senza motivo, nella speranza che il finale piova dal cielo. I bei finali, di solito, non hanno origini celesti: anche se non si nota, vengono comandati sin dalla prima frase.

8) Un romanzo richiede una scrittura e una struttura rigorose come quelle di un racconto. Se le sue pagine sono grigie, quei grigi devono essere così carichi di tensione come lo sono nel Guernica di Picasso. In caso contrario, sono semplicemente grigiore.

9) L’ispirazione non esiste; in questo assomiglia alle streghe. Pertanto, quando uno sente che le parole gli cantano all’orecchio e che tutto quello che sta scrivendo ha la musica giusta, il ritmo esatto, la tensione necessaria che deve avere, allora può invocare quello stato di grazia come più gli aggrada, ma la cosa migliore è mollare il freno e dare libero sfogo alla pazzia. Questo è meraviglioso, solo che non bisogna credere che sia l’unico stato in cui si fa letteratura. Perché si corre il rischio di non scrivere più di una pagina in una vita intera.

10) Bisogna nutrirsi dei credo e bisogna imparare a dubitarne. Non esistono regole universali per il mestiere di scrivere: è il singolo stesso che, alla lunga, con verità e bugie proprie e altrui, comincia a definire i propri riti, inizia a concedersi le proprie manie e a costruire il proprio credo.

Liliana Heker

 

(il servizio è di Davide Brullo, la traduzione dei testi è della professoressa Mercedes Ariza insieme a Marianna Marchi)

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You dedicate your collection of stories to ‘Ernesto’. Who is it?

Ernesto es el hombre que amo. Nos conocimos azarosamente hace treinta y cinco años, cuando yo practicaba una soltería militante y él su tercer matrimonio. Nuestro encuentro fue una especie de telenovela o de milagro. Convivimos desde hace treinta y cuatro años, y hace casi veintisiete, en un renovado acto de fe, nos casamos por civil. Nos comprendemos a fondo, y nos divertimos mucho juntos.

What role did the magazines ‘El Escarabajo de Oro’ and ‘El Ornitorrinco’ play in the renewal of Argentine literature?

 

Creo que nuestras revistas, además de indagar polémicamente en los conflictos ideológicos y estéticos de nuestro tiempo y de nuestro país –desde una izquierda independiente y defendiendo a ultranza la literatura y el arte como actos a favor del hombre–, dio a conocer y difundió a muchos escritores que luego fueron fundamentales en la literatura argentina. Humberto Costantini, Ricardo Piglia, Miguel Briante, Isidoro Blaisten, Alejandra Pizarnik, Irene Gruss, entre muchos otros, empezaron a publicar o a ser reconocidos en El grillo de papel, El escarabajo de Oro o El ornitorrinco.

What was your most difficult story to write? For what reasons? And the easiest one, which suddenly sprang up?

Casi sin excepción, para cada ficción hubo un tiempo de búsqueda, que a veces se extendió más que lo deseado. Hay algunos cuentos que perseguí –o me persiguieron—durante años, hasta que encontré la manera de escribirlos. Sucedió con La fiesta ajena, con Tarde de circo, con La única vez, con algún otro. Pero, sin ningun a duda, el que me dio más trabajo en su escritura fue Georgina Requeni o la elegida. Escribí la primera versión a los 24 años, un año después de haber publicado mi primer libro. El tema –el camino hacia el fracaso de una chica precoz que se vale de las grandes palabras y tiene altísimos sueños — era esencial para mí. Sentía, mientras iba escribiendo, que estaba arrancándome pedazos del alma y poniéndolos en el cuento. Pero me salió mal: demasiado sentimiento, supongo. O sea que, en mi cuento sobre el fracaso, había fracasado. Fue un golpe terrible. Cuando me repuse, decidí que escribir un buen cuento con ese tema era cuestión de vida o muerte para mí. Fue difícil, porque el conflicto tenía que ver con lo que yo más temía en ese momento y porque, en lo formal, era un gran desafío: debía contar los avatares de una vida dentro de la extensión de un cuento. Nunca, hasta ese momento, trabajé tanto en lo formal un texto mío. Un año y medio después del traspiés inicial, el cuento estaba terminado y, creo, bastante cercano a lo que yo quería. El único cuento que me salió de un tirón, sin que siquiera supiese bien qué estaba haciendo, fue “Los juegos”, el primer cuento que escribí en mi vida, cuando tenía diecisiete años. Se publicó en El grillo de papel, y fue muy elogiado, presumo que por mi edad. Pensé que escribir cuentos era cosa fácil. La experiencia me lo sigue desmintiendo. Es hermoso, pero suele tener escollos a salvar: supongo que en eso, en el desafío y la búsqueda, reside lo fascinante de este oficio de contar.

In the introduction to the stories you write: ‘creo que no hubo un solo dìa en que de algùn modo no estuviera persiguiendo (a veces infructuosamente) la escritura de un cuento’. So writing is a kind of obsession, continuous, inexorable? Maybe writing ‘vampirizes’ life?

Ante todo, eso de que “la escritura vampiriza la vida” parte de un error fundamental: suponer que la escritura es algo separado de la vida. Y no: es un acto profundamente vital. Intenso, complejo, y placentero. Doy fe de que la escritura y la lectura no me han impedido nunca saborear a fondo todas las otras posibilidades que la vida ofrece. En cuanto a si la escritura es una especie de obsesión para mí, yo diría que no. Soy bastante obsesiva, eso seguro; si se me mete algo en la cabeza, no paro hasta agotar todas las posibilidades de lograrlo. Pero mi escritura no es continua. Hay rachas en que estoy escribiendo todo el tiempo, otras en que simplemente le voy dando vueltas a una idea o anotando cosas sueltas. Y algunos períodos en que el ocio es casi perfecto. Solo que, si ese ocio se prolonga más de la cuenta, se me vuelve inquietante.

You describe the writing as ‘una aventura, un trabajo de bùsqueda cuyo éxito no està garantizado’. What do you mean?

Exactamente lo que digo. Uno encara la escritura de un cuento, o de una novela, con una idea de lo que quiere conseguir, va buscando acercarse a eso que busca. Pero nada garantiza que al fin lo consiga. Varias ideas que algún día me resultaron tentadoras, hasta el momento han quedado en el camino.

 

I really like when you write: ‘no tengo el menor interés en completarme’ Perhaps every writing is, in its own way, infinite?

Toda escritura lo es, sí. Aun aquellos textos que uno considera terminados, y que tal vez publica, con una nueva edición o una nueva lectura muestran algún punto flojo o fisura que uno necesita corregir. Pero al hablar de incompletud no me refería solo a la escritura: espero no completarme en ningún aspecto. Cuando era muy joven me resultaba imposible concebirme más allá de mis treinta y ocho años. Aun la posibilidad de acercarme a los cuarenta me espantaba. Con los años fui descubriendo que uno siempre tiene cosas que modificar y aspectos propios ante los cuales sorprenderse. Uno siempre es un poco nuevo ante cada etapa de la vida y eso es bastante interesante, al menos para un escritor. No me concibo diciendo: hasta acá llegué; ya no hay nada que desee o pueda buscar. Felizmente, siempre seré incompleta.