“Scrivere è un mestiere, o una forma di iniziazione, come solo può esserlo una malattia?”: contro i perbenisti della poesia

Posted on ottobre 12, 2018, 11:55 am
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Detto da uno che ha sempre avuto un grande interesse per i poeti: “Il poeta: un furbo che può crogiolarsi nella noia, che si accanisce sulle perplessità e se ne procura in tutti i modi. Poi l’ingenua posterità si commuoverà su di lui…”, Cioran.

Perché assimilare la poesia all’umiltà, o a qualcosa di nobile, quando al contrario è un fenomeno di orgoglio incandescente? Cos’altro rappresentano la durezza nei confronti di se stessi, la volontà di martirio, se non il bisogno di essere unico, e una lotta per la conquista di una geografia celeste, dietro cui si nasconde una forma di ambizione – questa quinta essenza di ciò che è impuro e vano negli esseri umani – elevata all’ennesima potenza?

Rivolgersi ai propri simili, desiderare un pubblico, è conoscere la necessità di una creazione abbastanza potente da dissolvere l’indecenza di voler far breccia nel nostro animo; un confine sottile, di cui il creatore non potrà essere in alcun caso all’oscuro: “Ogni comunicazione vive nell’insolenza, nella volontà di partorire un incanto che sappia agganciare le nostre perplessità, creando le condizioni ideali per farci abusare dal miraggio delle parole”; è cercare un varco, una fessura, la condizione ideale di “uno ‘stupro’ quasi desiderato”, e un atto di guerra, in molti sensi. Guai a farlo notare ai cortigiani della parola, attaccherebbero come chi è stato sorpreso a rubare; e in effetti rubano, alimentandosi di quello di cui gli altri muoiono.

Fatto inaudito… acconsentiamo a frequentare l’inchiostro dei nostri simili quando le loro ossessioni si esercitano sul noi, su qualcosa di abbastanza indeterminato da non risvegliare l’istinto di difesa individuale contro chi volesse giudicarci. È un’impertinenza categoriale, la loro. Apoteosi del ‘noi’, trucco da illusionisti per scongiurare rivolte contro un giudice o un seduttore dissimulato, impegnato a far aleggiare incessanti bordate d’inchiostro, tatticamente sinuose e ossessive. La maggior parte delle volte passerà inosservata in virtù della sua apparente inconsistenza soggettiva. – La prova? direte voi. Se è a voi, e solo a voi, che il creatore si rivolge, direttamente, credendo di indovinarvi con un soffio di gelo o di fuoco, secondo le intenzioni, e la speranza di abbattersi sulle vostre perplessità? Vogliano sedurvi o giudicarvi, staranno tentando un esercizio di subordinazione a sé. L’attenzione dominerà. Vorranno colpire o seminare. Diffidate… soprattutto dei poeti che vi regaleranno poesie su di voi! Voyeurs des âmes dall’istinto da predatore astratto, nasconderanno nell’apparenza di un dono un atto di presunzione, di impertinenza e d’impudenza; una volontà ansiosa di riconoscimento, d’intrusione, un giudice in agguato che vorrà ergersi su di voi. Schernitevi, come quei primitivi che rifiutavano di farsi fotografare per paura di farsi rubare l’anima!

I sogni dei poeti non ambiscono forse alla profanazione dei nostri, a installarsi nelle loro fessure, nella morbosa volontà di inchiodarli alla rigorosa effervescenza della propria immaginazione, smaniosa di consacrazione “negli incubi e nelle lacrime altrui, nell’enigma del loro ignoto”? Preoccupati di colpirvi, così da legarvi a catene invisibili, il nulla del mondo intagliato dalle macchie di china muta in vanità di un istinto che indovina, in intenzione che sfonda l’anima, in piuma affilata che incide il cuore. Vagabondi del Tempo in cerca di volti e di anime, usano il prossimo e il mondo come materia da trasfigurare, come linfa da esercizio, in un rituale di sovranità, nell’illusione scortese di penetrare “rovine segretamente attese”. Porteranno la malattia e le sofferenze come stigmate d’autenticità, diploma dell’essenziale, travestimento all’avidità di sacrificio. Gravissimo se sosterranno di gettare: “semi, parole per comunicare, per chi vorrà accoglierle”, occultando potere e violenza dietro l’apparente sincerità. Possono essere degli isterici dall’impostura intollerabile che rivelano un senso tattico da frode.

Nella volontà di crearsi un destino, il rigore del poeta non lavora forse per tramutare i propri presagi nei frutti di un visionario, per farci assumere le patologie che lo avranno avvolto come i segni di una forza più profonda? Se apparentemente abbandona ogni dogma, è per meglio dedicarsi a creare l’unico che conta: un futuro per la sua Opera, mettendosi nelle condizioni di sfruttarne le miserie scientificamente e di amministrarne le amarezze. Lavora, per quanto gli riuscirà, al lutto della propria solitudine, l’oggetto della propria fede. Gli altri sono solo un pretesto. Nel loro patto di disonestà, i poeti plagiano il silenzio, raccogliendo i frutti del suo prestigio in un’opera da capitalisti dell’ombra. Le loro sofferenze? Per farsi perdonare la “sconfitta di scrivere malgrado tutto”, la “vitalità delle loro miserie”, ostentano tatticamente la reale fatica di vivere, amalgama opportuno di opera e sacrificio, e teatro dell’eccezione.

La forza di rimanere sconosciuti “è rara, e la più potente”!

L’illusione del commercio dei poeti, allora, si rivela spesso illusoria. L’impressione che si ricava da loro, talvolta, è quella di chi osservi un naufragio da un riparo sicuro, quello della poesia, provando raccapriccio e piacere allo stesso istante; di sadici che ammirano avidamente le ceneri del proprio masochismo. Soppesate, dunque, la reale entità della loro impostura, e nel caso non coincidesse alla maschera, lasciateli per strada, alla loro inefficacia; scorgere la loro inaderenza dimostrerà che si sono scelti l’abito sbagliato, che sono completamente falsi e non all’altezza del loro squilibrio. Possono essere simulazione allo stato puro che ignora l’eco atavica, la bellezza inquietante e indiscreta dello sguardo animale o l’assordante silenzio minerale delle ere geologiche. Possono essere sensualità etereamente nevrotica, incatenata ai sussulti di un animo ingolfato nel delicato, che non manca di sfoggiare la mediocrità del proprio sangue.

…Scrivere per essere letti, con la speranza di essere consacrati e canonizzati, o scrivere solo per se stessi, con una forma di ambizione che non si rivolge più agli altri? Scrivere è un mestiere, o una forma di iniziazione, come solo può esserlo una malattia? Penso alla poesia anonima, postuma o tragica, o a tutte queste cose insieme; e a quella avvolta dal caso. A Baudelaire, che con candore ammette il suo gusto per il piacere, il lusso, i viaggi, la ricchezza, la gloria, e vive sotto tutela, sempre preso tra una lite e un sequestro, un sequestro e una lite; al silenzio finale di Rimbaud, che nelle sue lettere, tra i sedici e diciotto anni, si mostrava per quello che era… un conquistatore; all’anonimato essenziale di Stirner – che scrisse un solo libro sotto pseudonimo, per poi sparire, inghiottito anche dai colpi della sorte: povertà, carcere, malattie – e della Dickinson, che in vita non pubblicò mai niente, e le cui poesie furono ritrovate in un baule; alla follia di Hölderlin, Nietzsche e Walser; alla poesia orale, senza opere, che annulla il bisogno di riconoscimento. Gli esempi potrebbero continuare, e sarebbero una legione.

Luca Orlandini