Scrittori italiani dimenticati: il catalogo (ovviamente imperfetto) è questo!

Posted on Agosto 29, 2018, 7:20 am
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In forma di premessa. “La calma poco si addice a questi tempi”, gorgheggiava nel 1884 Paul Verlaine, inventandosi l’etichetta letteraria, anzi, pubblicitaria, Poètes maudits. In verità, gli scrittori italiani fin dalla notte dei tempi sono fin troppo calmi: il maledettismo “alla milanese” sappiamo cosa è diventato, un gruppo di borghesi squinternati, con gusti macabri e socialisti (delle truppa fece parte pure Filippo Turati, autore di una svalvolata ode Ad Epicuro), francamente una annoiata appendice della poesia europea (più che far finta di piluccare le poesie orrorifiche di Emilio Praga, meglio imparare a memoria l’originale, Baudelaire). Da noi le rivoluzioni – specie se estetiche – si fanno sull’orrido del sofà. Più che parlare di “maledetti”, perciò (l’unico degno di tale griffe è Emanuel Carnevali, sdoganato da Adelphi, che neppure diciottenne sbarca negli Stati Uniti, e ha già capito tutto, scrive direttamente in inglese, “voglio diventare un poeta americano perché ho ripudiato i modelli italiani”, scrive, nel 1917, alla direzione di Poetry, a Chicago), dobbiamo soltanto maledire gli editori che prima ci convincono che uno scrittore è un genio, poi lo relegano negli scantinati dell’oblio. Comincia la danza, mon semblable, mon frère, imbarchiamo i dimenticati.

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Vittorio RossiUna vita da Joseph Conrad (anzi, meglio). Molti anni fa capitai a casa di Andrea Di Consoli, ennesimo scrittore che dimenticheremo nell’arco di un decennio. La dritta la devo a lui. “Leggiti Vittorio G. Rossi, è il nostro Joseph Conrad”. Ha ragione Andrea. Abile navigatore, scrittore poligrafo, pubblicato da Bompiani e da Mondadori, sotto il fascismo era ritenuto un divo, fino agli anni Settanta era semplicemente considerato il più importante scrittore “di viaggi” d’Italia: ora libri come Tropici, Oceano, Sabbia, Cobra, Pelle d’uomo, Teschio e tibie ci mancano come il pane. Non scherza, a dire il vero, neppure il misconosciuto Giovanni Battista Cerruti, che sembra per davvero un Marlow conradiano (“aveva solcato mari, esplorato foreste, raccolto esemplari sconosciuti di fauna e flora per i musei, fondato imprese commerciali fallimentari, scoperto miniere”, dice di lui Giuseppe Marcenaro), il quale in Tra i cacciatori di teste racconta, in modo crudo, crudele, cruento, quando, nel 1907, “era diventato re dei terribili Sakai”, in Malesia.

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PeaUna vita da esiliato. Cosa attendiamo, poi, a sdoganare per davvero l’opera di Arturo Graf, mistico miscuglio di “pessimismo di stampo leopardiano e positivismo evoluzionistico; incerto spiritualismo e Nietzsche” (Giorgio Barberi Squarotti), e quella di Enrico Pea, che ha avuto la maledizione di essere amato da Ezra Pound e amico di Giuseppe Ungaretti (nel 2016 l’editore Elliot ha rimandato in libreria il Moscardino, senza tema di clamori; le edizioni di Storia e Letteratura hanno stampato la pièce Rosa di Sion, ma la resurrezione editoriale è finita lì)? Che fine ha fatto il talento di Loris Jacopo Bononi, onorato da Pier Paolo Pasolini, che con le sue “acute altitudini esistenziali” è “senz’altro una delle voci più acute e sorprendenti della cultura contemporanea” (Giuseppe Fontanelli)? Dei suoi libri (Diario postumo, Miserere dei, Il poeta muore) non c’è traccia: o ci hanno preso in giro i critici laureati o l’editoria si è impantanata nel niente.

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Una vita da premiato. D’altronde, è scomparso tra le sabbie mobili editoriali anche Lorenzo Montano, ovvero Danilo Lebrecht, amico di Eugenio Montale, traduttore di Thomas Mann, il cui A passo d’uomo ottenne il Bagutta nel 1957. I premi, in effetti, non sono sempre un toccasana: che ne è di Dante Troisi, prototipo dello scrittore-magistrato, per due volte al Campiello (con I bianchi e i neri e con L’inquisitore dell’interno 16), nominato allo Strega (con L’odore dei cattolici), straziato dalla guerra (nel 1943 fu rinchiuso nel campo di concentramento di Hereford, Texas, insieme a Giuseppe Berto e ad Alberto Burri), ma onorato dalla critica con il colbacco (Giuliano Manacorda esaltò il suo “costante assillo etico”)? Adesso lo stampa, a spizzichi, il piccolo editore Mephite. TerraPeggio di lui è messo Stefano Terra, che nel 1974 ottiene il Super Campiello con Alessandra, sei anni dopo si porta a casa il Viareggio (con Le porte di ferro), era un autore di punta Bompiani (con cui stampa sei romanzi), adesso gli chiudono le porte in faccia. Sarebbe bello rivedere sugli schermi editoriali anche uno scrittore anomalo come Gian Paolo Callegari, allora, autore di romanzi come La terra e il sangue e I baroni “che risentono di alcune grandi esperienze straniere, da Tenera è la notte di Fitzgerald a Un mucchio di quattrini di Dos Passos” (Massimo Grillandi), noto, però, per aver sceneggiato alcuni clamorosi film di Lucio Fulci come Il lungo, il corto, il gatto e Come rubammo la bomba atomica, oltre a un’infinita serie di ‘peplum’ (con titoli che parlano da soli: La rivolta dei gladiatori, Maciste contro lo sceicco, L’ultimo gladiatore…).

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Una vita da poeta. I poeti, si sa, sono sfigati per costituzione estetica. Di solito, quando l’editoria si occupa di un poeta o costui ha perso la vena poetica o è inchiavato in una bara, tre metri sotto terra. Ci sono, però, tre eccezionali eccellenze che è necessario esumare dal cimitero dei morti editoriali. Massimo Ferretti pubblicò solo un libro, nel 1964, per Garzanti, s’intitola allergia (con la minuscola). Benedetto da Pasolini (lo dichiarò autore “unico, preistorico”, dalla versificazione “violenta”), ripubblicato nel 1994 da Marcos y Marcos, oggi è scomparso. VillaL’altro, Dario Villa, dedito a dissipare il proprio talento poetico, è stato omaggiato addirittura da Giovanni Raboni, con parole angeliche (“credo che pochissimi poeti italiani, negli ultimi decenni del secolo appena trascorso, siano stati così costantemente, oserei dire così insistentemente frequentati dalla grazia”), ma maledette: la sua opera è stampata da un micro editore (Sipiel) che non stampa più nulla da sette anni e lui è costantemente assente nelle antologie canoniche della poesia italiana (lo leggete qui, in un sibillino omaggio su Nuovi Argomenti). L’ultimo, Scipione, è il più bravo di tutti. Autore di una manciata (dieci, per la precisione) di “splendide, anzi esemplari poesie” (Amelia Rosselli) e di uno straordinario diario sul ciglio della morte, ha scritto pochissimo (la sua opera, comprese le lettere, sta nel centinaio di pagine delle sua Carte segrete, passate per Einaudi nel 1982; l’anno scorso, come Le stelle cadono accese, l’editore Raffaelli ne ha recuperato le poesie) ben sapendo che ogni scrittura va in pasto all’oblio e ai cretini. Faceva soldi con i quadri. (d.b.)