Da “L’amante” a “Nymphomaniac”: le scene più conturbanti della storia del cinema. Cosa non si fa (o cosa si è costretti a fare) per la fama. In appendice, Jerry Lewis, Brandon Lee, Gil Delamare etc., i “martiri della settima arte”

Posted on Maggio 01, 2019, 9:47 am
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Bigger than life. Larger than life. Così veniva definito il cinema, e più in particolare quello americano della tarda classicità hollywoodiana. Il cinema fiammeggiante degli anni Cinquanta, quello dei melò di Kazan e Sirk e delle grandi avventure. Fino a Leone e Bertolucci. Più grande della vita, certo, ma che specchio della vita, come ogni creazione umana, come ogni forma di evento, arte, gioco o divertimento in cui gli esseri umani si mettono a disposizione di un evento, di un ingranaggio, di un meccanismo, di un dispositivo più grande di loro, più grande della vita e che la vita vuol condensare. Come la guerra, per esempio. Come la pittura, per esempio. Come la letteratura stessa. Come lo sport, nel mondo moderno. Tutto il resto, non è che noia. Discorsi di lupi travestiti da agnelli…

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Ora, quando la sollecitazione, necessaria e motivata o ideologica e strumentale che sia, si fa così pressante, urge andare a frugare nella realtà dei fatti. Anche quando lo spazio non è la realtà bensì la finzione più perfetta, della copia più fantasmagorica, che nasce però dalla concretezza di un luogo fisico, non virtuale, non immateriale, non innocuo, quale è il set cinematografico in cui viene fatta agire e agisce quella che con molto cinismo Hitchcock definiva carne da macello. Ecco: chi sa come procedeva Bresson; chi ha visto i film di Fassbinder; chi ha in mente certi aneddoti sugli attori di un Bergman, di un Herzog, di un Coppola, di uno Scorsese; chi ha letto i romanzi sul mondo hollywoodiano, le pagine di Norman Mailer, Joan Didion e B. E. Ellis; che non faccia l’anima candida…

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E andando a frugare la storia moderna del cinema, saltano fuori quattordici storie di corpi che si sono prestati alla messa in scena, subendone le conseguenze. È bene leggerli freddamente, accoglierli in modo neutrale, fattuale, empirico, per abbracciarne con calore, fuori dalla bidimensionalità degli schermi, il dato reale, che non è in alcun modo più grande della vita…

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È un catalogo puntualissimo, lo specchio perfetto, statistiche alla mano, storie di vita in pugno, fuori da ogni propaganda e ideologia, strumentalità e falsificazione, che hanno invaso finanche gli studi sul cinema. Degli studi accademici a loro volta sessualmente invasi e occupati da qualche decennio dagli schemi femministi e di genere, onda lunga della French Theory.

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Andando a frugare tra le storie dei set e gli amplessi, i traumi e i drammi che vi si sono consumati, ecco un breve catalogo per nulla lontano dalla realtà, perché i rischi del mestiere del cinema sono più o meno identici a quelli della vita quotidiana. Equal to life. Image of life. Sono quattordici storie di eccitate, divertite, asettiche, disperse, perturbate e “martiri” del set…

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Eccitate

Jane March, L’amante, regia di Jean-Jacques Annaud.

Le scene erotiche di cui fu protagonista la giovanissima attrice pare siano del tutto realistiche visto che le cronache raccontano che sul set del film tratto dal breve romanzo di Marguerite Duras tra l’allora diciannovenne che interpretava il ruolo di una quindicenne alle prime ma già intense esperienze e il suo collega nacque una passione vera e sincera, consumata anche sotto l’occhio della cinepresa, con gemiti autentici e nessun lamento a posteriori.

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Divertite

Maruschka Detmers, Diavolo in corpo, regia di Marco Bellocchio.

Vista esibirsi come puro corpo femminile, spesso nudo, dal tosone folto e scuro, nel magnifico Prenom, Carmen di Godard, la bellissima attrice olandese fu protagonista di una scena, considerata la prima per nulla simulata della storia del cinema d’autore, in cui fa un pompino che a quanto pare non favorì la sua carriera, sebbene l’unica protesta pare sia stata quella di un anonimo il quale, sul set, lasciati da soli i due attori, con la ragazza che non la smetteva più di ridere, le intimò di darsi da fare.

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Asettiche

Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, La vita di Adele, regia di Abdellatif Kechiche.

Per girare la scena saffica (si scriva saffica e non lesbica in omaggio alla poetessa e per rispetto agli abitanti della splendida isola greca che da tempo si battono per non confondere la loro identità con pratiche altrui) tra le due protagoniste sono state impiegate delle vagine finte e stando alle testimonianze delle giovani interessate, entrambe eterosessuali, moine promozionali a parte, si sarebbero lasciate un minimo andare soltanto dopo dieci giorni.

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Stacy Martin e Charlotte Gainsbourg, Nymphomaniac, regia di Lars Von Trier.

Le cronache riferiscono che il regista danese famoso per gli scandali creati ad arte, per quest’opera incentrata sulle perversioni sessuali abbia approntato delle protesi falliche per le scene di sesso orale e abbia impiegato delle controfigure, attori porno professionisti, per quelle di penetrazione. Non risultano traumi o lamentazioni a posteriori della più giovane attrice, protagonista di una scena di sodomia a quindici anni e di una sequenza in cui da deliziosa predatrice si dà alla pesca non di pesci ma di falli a bordo di un treno, la quale si conclude con una fellatio davvero realistica.

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Disperse

Ejiko Matsuda, L’impero dei sensi, regia di Nagisa Oshima.

A quanto pare la protagonista del film uscì totalmente sconvolta dalla realizzazione di quest’opera, ai tempi forse la più erotica mai girata e distribuita nelle normali sale cinematografiche, venendo etichettata come puttana in Giappone e non considerata affatto nel resto del mondo.

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Ekaterina Golubeva, Pola X, regia di Léos Carax.

Assieme a Guillaume Depardieu è protagonista di una lunga scena di sesso dal vero di fronte alla cinepresa di quello che, dopo la storia con Sarunas Bartas, il quale l’aveva lanciata con i film Koridorius e Lontano da Dio e dagli uomini, era ai tempi il suo compagno. In seguito, in Twentynine Palms di Bruno Dumont, fischiatissimo a Venezia e che segnò l’inizio della fine della sua carriera, reciterà una nuova scena di sesso che ricalca le celeberrime sequenze di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni in versione un po’ più cruda. Morirà prematuramente con ipotesi di suicidio.

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Perturbate

Chloe Sevigny, The Brown Bunny, regia di Vincent Gallo.

Esordì teen-ager con Kids, opera prima di Larry Clark, con un paio di scene di nudo integrale e sesso esplicito, ovvero un coito perpetrato da un amico mentre sta dormendo e un amplesso di gruppo in stato di piena coscienza. Anni dopo riferirà di quanto fosse stata insicura sul set del film del suo fidanzato, per il quale si era esibita in un pompino per nulla simulato, e di come ci sia voluto del tempo per sentirsi in pace con se stessa per quella scena.

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Maria Schneider, Ultimo tango a Parigi, regia di Bernardo Bertolucci.

A decenni di distanza, l’attrice ha raccontato come la celebre, perché ai tempi scandalosa, scena del coito anale, del tutto simulato, a suo avviso fu uno stupro ideato e perpetrato da Marlon Brando in combutta col regista (che rispetto alla sceneggiatura originale aggiunsero in realtà soltanto il burro), evento che l’avrebbe indelebilmente segnata spingendola fino a drogarsi, (come d’altro canto in quegli anni facevano tutti gli attori e amici del suo giro), essendosi ritrovata a odiare la fama che pure aveva ricercato nel cinema.

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“Martiri” del set

Jerry Lewis

Il grande attore e regista comico pagò il suo innato desiderio d’attenzione, ma anche e soprattutto di far ridere con mille acrobazie e molteplici cadute in classico stile slapstick alla Buster Keaton, con dei danni fisici che alla lunga ne minarono la salute e contribuirono a un declino dovuto anche dagli screzi con Hollywood, passando alla storia, specie negli Stati Uniti, più ancora che per i suo i capolavori, per l’invenzione del Telethon, ideato per la raccolta di fondi per i malati di distrofia muscolare.

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Brandon Lee, Il corvo, regia di Alex Proyas.

Il figlio della leggenda delle arti marziali Bruce Lee, altra vittima del cinema, fu ucciso durante le riprese del film. Nella scena fatale il ruolo era di vittima di una sparatoria eseguita con pallottole a salve sparate da una 44 Magum. La pistola impiegata dal collega Michael Massee conteneva però una pallottola vera, parte di una serie svuotata della polvere da sparo e impiegata per girare un dettaglio del caricamento, la quale fu spinta fuori dalla pistola dal proiettile a salve ferendo l’attore a morte.

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Vic Morrow, Ai confini della realtà, regia di Joe Dante, John Landis, Steven Spielberg e George Mille.

Mentre girava una pericolosa sequenza del film tratto dalla famosa serie televisiva, l’elicottero su cui l’attore si trovava assieme a due giovanissimi colleghi fu vittima di un guasto, ci fu un’esplosione, precipitò e lo decapitò.

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Paul Mantz, Il volo della Fenice, regia di Robert Aldrich.

Ottimo pilota d’aereo, l’attore precipitò contro una collina durante una manovra particolarmente acrobatica eseguita per una scena del film.

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Roy Kinnear, Il ritorno dei tre moschettieri, regia di Richard Lester.

Nel corso delle riprese l’attore si ruppe il bacino cadendo da cavallo. Trasportato in ospedale morì per un attacco cardiaco durante le cure.

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Gil Delamare, Il santo prende la mira, regia di Christian-Jacque.

Nato da una famiglia della vecchia aristocrazia normanna, Gilbert-Yves Delamare de la Villenaise de Chenevarin aveva scelto per vocazione di fare lo stuntman, ruolo di cui fu il più grande e mitico professionista d’Europa, tra l’altro maestro di Jean-Paul Belmondo per le acrobazie dei suoi film d’azione. È morto sul set in cui stava recitando in vece di Jean Marais. Un terribile capottamento in auto lungo l’Autoroute du Nord. Ha firmato un libro autobiografico divenuto oggetto di culto.

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P.S. In Europa l’incidenza dei morti è la seguente. Su 100.000 lavoratori, più di 3 gli uomini (4 in Italia) e meno di 0,3 le donne (0,4 in Italia). Più di mille ogni anno nella penisola italiana. Questo pezzo è dedicato non solo alle grazie di Jane, Maruschka e Chloe, ma anche a loro.

Marco Settimini