Per un’estetica dello scambismo: ispirato da Houellebecq, Matteo Fais intervista il gestore e un habitué di un locale a luci rosse. Un reportage informato, libertino, colto. (Avviso: se siete bigotti non leggete!)

Posted on Luglio 22, 2019, 8:32 am
31 mins

Alcuni dei passaggi più felici dell’opera houellebecquiana sono proprio quelli in cui, il Balzac postmoderno, descrive luoghi e momenti di libidine, tra località per naturisti e locali destinati agli scambisti. Penso, per esempio, a Le particelle elementari. Ed è partendo dalla comune passione per questo autore e la sua analisi del decadente mondo occidentale che R., un amico e mio accanito lettore, che di professione fa l’insegnante, mi racconta delle sue incursioni, ormai ventennali, tra locali a luci rosse e centri turistici noti per ammucchiate e altri sollazzi, come Cap d’Agde, in Francia, immortalato dallo scrittore sopraccitato in un famoso capitolo del suo più noto testo. “Ti confermo che la fonte letteraria è assolutamente veritiera”, mi dice lui. “Io ci sono stato e posso garantirti che quanto dice Houellebecq è incredibilmente realistico”.

R., dicevo, frequenta spiagge straniere dove, dietro dune complici, decine di persone si accoppiano, si masturbano, danno libertà ai loro corpi di incontrarsi al di fuori delle consuete norme di interazione sociale. Sempre R., con un candore e un’innocenza a cui siamo poco abituati a causa del nuovo bigottismo imperante, ammette di intrattenersi in locali italiani in cui si svolgono orge e scopate tra sconosciuti, anche se precisa: “Non credere che uno vada lì e si trovi così facilmente nel bel mezzo di un’ammucchiata, anche se la narrazione che circola è questa. Dipende dalle serate”.

Non pensate male, per favore: R. è un uomo colto, dalla sopraffina ironia, consapevole, mai laido, sempre discreto e alieno alla trivialità da bar dello sport. Quasi con fare seduttivo, direi, mi inoltra il numero del gestore di un club che frequenta, nel nord Italia, invitandomi a intervistarlo e fare luce su quel mondo che tanto ama. Io, però, sentendolo raccontare, mi dico che il suo punto di vista è troppo interessante per restare confinato entro una conversazione privata. Gli chiedo dunque il permesso di poter tramutare il nostro dialogo – che, nel dubbio, avevo registrato – in un’intervista e lui acconsente. Ciò che mi affascina è che quanto da lui riferitomi va oltre il semplice racconto di esperienze estreme, ma getta le basi per una vera e propria estetica dello scambismo.

Quel che segue è la trascrizione dei miei scambi verbali con il suo amico tenutario di un locale privè – anche lui decisamente alieno all’immagine dello schifoso pervertito – e con R. che mi introduce a quel mondo, prestandomi i suoi occhi per vederlo e aiutandomi a fornirne una controversa ma interessante interpretazione.

*

IL GESTORE

Quanti sono i locali come il tuo in quella zona?

Ci sono punti in cui, alla distanza di venti chilometri quadrati, ne hai tre. Nella sola Romagna, ce ne saranno una decina. Poi, in Emilia-Romagna… Beh, considera che, a Bologna, sono cinque. Ogni anno ne apre uno nuovo, ma spesso per una sola stagione.

Perché chiudono?

Perché non c’è tutto questo bacino d’utenza. Dunque, se apri, devi avere una qualche particolarità che attiri e porti via dalle altre parti.

Che differenza può esserci tra un locale per scambisti e un altro?

Tanta! Per prima cosa l’ambiente, quello che viene creato quando si fa materialmente il locale. Poi hai l’atmosfera a cui la gestione dà vita. Si può aprire un posto spartano, per qualche anno, e poi chiudere, facendo i soldi. Oppure avere la lungimiranza di mettere su un qualcosa di più ricercato, perché ti piace e perché credi in tutto ciò. Allora triboli un po’ di più e non guadagni nulla, vivi.

Concretamente, però, cosa si può fare in più o in meno per caratterizzare un locale?

Puoi prendere un capannone, tirare su quattro pareti di cartongesso, o legno, suddividere le zone, mettere qualche puff, un bancone da bar alla buona e un solo servizio igienico per maschi e femmine in ottocento metri quadri. Oppure, puoi fare un locale dove di bagni ne hai quattordici, venti privè, il ristorante, il cinema, la spa, le piscine dentro e fuori. Dipende da che clienti ricerchi. Ci sono quelli che si sentono vip a stare in un certo tipo di ambiente e quelli a cui non importa il luogo, ma interessa solo agire. Il difficile è far coincidere la bellezza del posto con un’altrettanto bella e vasta presenza umana. Tendenzialmente, poi, la gente va dove c’è gente.

Cosa ti ha spinto a scegliere questa vita: eri semplicemente in cerca di lavoro, o la tua è quella che si potrebbe chiamare una vocazione?

Direi che la mia è chiaramente una vocazione. Io avevo e ho il mio lavoro da libero professionista. La gestione del locale è un hobby. Tutto è iniziato circa ventisei anni fa, nel 1993. Ero stato invitato in un club per suonare, in occasione dell’inaugurazione, e rimasi colpito da questo mondo. Nel giro di tre mesi, avevo già aperto il mio spazio perché mi ero detto che sarei riuscito anche io a fare qualcosa di simile, anzi di migliore.

Spiegami meglio i termini di questa tua vocazione: perché hai voluto aprire un tuo locale, invece che limitarti a essere cliente di un altro?

Perché, se un simile contesto ti piace, ti scatta dentro la volontà di metterti in gioco. Poi, naturalmente, c’è la gente che lo frequenta. Una volta, quando tu entravi in questi locali, vedevi veramente persone di un certo tipo. Considera che, quando ho aperto la prima volta, ventisei anni fa, la coppia pagava cinquanta mila lire, il singolo centocinquanta. Per venire nel mio locale, le donne si vestivano tutte in tiro e l’uomo era sempre in giacca e cravatta. Era un bel mondo e accedervi era una cosa per pochi. Infatti si trattava di un circolo privato, in cui, se non piacevi, restavi fuori. A quei tempi, c’era più selezione. Dovevi essere amico dell’amico, insomma avere qualcuno che ti portasse e garantisse per te. Adesso non si può essere altrettanto rigidi, data la concorrenza. Considera che, quando aprii io, in Italia c’erano appena cinque club forti. Al momento, come ti dicevo, ne hai cinque in venti chilometri quadrati.

Mi sfugge, però, cosa ci sia di tanto intrigante. Me lo potresti spiegare?

Il fatto che, nel momento in cui si accede a un privè, si può veramente fare tutto ciò che si sente. Non si hanno freni, se non il rispetto verso l’altro. Una coppia, per esempio, ha la possibilità di mostrarsi, stare nuda, fare sesso davanti agli altri, istigare, stimolare, mettere in pratica tutte quelle fantasie che magari ha sviluppato nell’intimità. Intendo quel tipo di desideri che spesso si concepiscono giocando con la propria compagna, se con questa si ha un po’ di confidenza – lasciamo perdere quelli che non parlano e per cui tutto è tabù. Con la sua complicità e un po’ di fortuna, si possono portare le proprie fantasie all’interno di un locale dove queste hanno modo di trovare libero sfogo. La cosa bella è, insomma, che, lì dentro, puoi essere te stesso. Nessuno ti critica se ti chiami Matteo e indossi i tacchi a spillo e una parrucca. Nessuno ti contesta se, anziché andare con una donna, vai con tre donne; o se, viceversa, una donna, invece che limitarsi al suo uomo, la sera si accoppia con cinque diversi. Nessuno ti punta il dito per quel che fai. Casomai, sarai apprezzato. È questa, secondo me, la cosa bella. Poi, molti legano una simile esperienza esclusivamente al sesso. Eppure, in un locale come il mio, tante volte non fanno sesso – o, almeno, non solo quello – ma parlano, si confrontano sulle proprie fantasticherie e quant’altro. Per concludere, mi piaceva l’idea di poter creare questo spazio di libertà per me e per gli altri che hanno lo stesso genere di interesse.

Che tipo di clienti hai? Hai mai chiacchierato con loro per capire che lavoro facciano, il tipo di istruzione media?

Certamente! Io conosco tutti, perché parlo con tutti. Com’è ovvio che sia, la prima sera evito sempre le classiche domande del genere “da dove vieni, che fai nella vita?”. Tendenzialmente, qui, quelle sarebbero le domande da non fare mai. Piuttosto, si chiede: “Cosa ti spinge a venire qui, quali sono le tue fantasie, che cosa speri di trovare?”. Poi, alla lunga, quando uno diventa un affezionato, si discute anche di lavoro, figli, famiglia. E così finisco per sapere un po’ di tutti che cosa fanno, di cosa si occupano. Generalmente, si tratta di persone che stanno bene, perché se sei afflitto da problemi di natura economica non hai neanche i trenta euro da spendere per entrare. Comunque della maggior parte si nota, quando parla, che sa parlare. Ciò almeno per quel che concerne gli abituè. Direi quindi che la clientela è del ceto medio, in larga parte. Poi, c’è una fascia di persone che stanno ancora più in alto nella scala sociale. A occhio e croce direi che sono i singoli, ovvero quelli che vengono non accompagnati, ad appartenere a una fascia leggermente più bassa, non le coppie.

Nei tuoi ventisei anni di attività all’interno di questo mondo, suppongo ne abbia viste di cotte e di crude. Qual è la situazione più strana in cui ti sei imbattuto? 

Direi che le ho viste tutte! Per il resto, per me, nessuna situazione oramai è eccessivamente strana. Certo, poi, ci sono cose che credo non si possano neppure nominare. Dalla donna che ha fatto tutta la sera la bambola gonfiabile, a quella che si fa cagare in bocca…

Cosa vorrebbe dire che ha fatto la bambola gonfiabile? Perdona l’ignoranza…

Entrò questa coppia, ricordo, e, niente, per tutta la sera lei fece la bambola…

Cioè restò inerte a farsi penetrare da chiunque lo desiderasse?

Fece qualsiasi cosa! Questa era la loro perversione della serata. In generale, comunque, diciamo così: tu pensale tutte e io le ho viste! Ma proprio tutte. Cose che qualcuno direbbe atroci, situazioni in cui molti non riuscirebbero neppure a guardare… braccia dentro, in tutti i buchi. Roba che mi sono chiesto anche come facessero. Eppure, succede.

Scusa, ma la gente che si fa defecare in bocca lo fa coram populo, o…?

Dipende. Abbiamo dei privè dove puoi decidere se chiuderti dentro, o lasciare libero l’ingresso. Comunque, anche a porte chiuse, le stanze hanno dei buchi per lasciar guardare. Diciamo che chi viene qui, in buona misura, lo fa con il desiderio di farsi osservare, altrimenti cercherebbero uno spazio più intimo.

Cosa si aspetta la clientela da un locale come il tuo?

Per alcuni scambisti, per esempio, il locale funge da primo filtro: se hai un appuntamento con una coppia e non ti piace, non hai buttato via la serata. Diversamente capiterebbe con un incontro a casa, o a metà strada. Il secondo filtro che il locale garantisce è la sicurezza: qui è ben difficile che qualcuno ti rompa i coglioni. La gente che frequenta sa dove si trova e, di conseguenza, come si deve comportare. Solo saltuariamente capita qualcuno che trascende. Io che, per esempio, non ho i buttafuori, le persone che voglio allontanare non le sbatto fuori, ma faccio capire che il locale non è adeguato a esaudire le loro richieste, di modo che non ci rimangano male e non attuino ritorsioni. Insomma, cerco di motivare con una mancanza mia e non con una colpa loro.

Quindi si tratta di un ambiente che, da un certo punto di vista, è anarchico ma si autogestisce, nel senso che c’è un tacito patto tra i convenuti e questi non si abbandonano mai a determinate intemperanze?

Per fortuna, no. Anche perché, nel momento in cui si disturba, non si causa un danno solo al sottoscritto ma a più persone e sono queste stesse ad allontanare il disturbatore. Poi, noi cerchiamo sempre di spiegare all’interessato dove sbagli, anche perché potrebbe solo aver scelto male la persona, o assunto un approccio eccessivo, e nel qual caso lo si può aiutare.

Secondo te, quello che avviene nel tuo locale, o altri dello stesso genere, è perverso?

No.

Ma esiste qualcosa che, a tuo avviso, sia perverso?

Il perverso, quando lo fai a tuo rischio e pericolo, sulla tua pelle, per me non è mai tale. È chiaro che, nel momento in cui vai a toccare qualcuno che non ha la capacità di tenerti testa, per esempio un minore, tutto cambia. Ma finché si tratta della sfera personale, e ci si limita a mettere in gioco sé stessi nel fare certe cose, non posso dire che ci sia un limite, posso semmai ammettere che c’è il mio limite e che questo, magari, non coincide con il tuo.

La nostra è ancora una società bigotta?

Assolutamente. È una società di gente che vorrebbe ma non può, per un motivo o per l’altro. Spesso perché molti non hanno trovato una persona che li accompagni nella realizzazione di questi loro desideri, o anche solo per il motivo che, se si ha piacere nel vivere certi momenti, non lo si può raccontare al vicino di casa, al datore di lavoro, per non andare incontro a delle difficoltà.

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IL FREQUENTATORE – INTERVISTA A R.

Tu che sei un habitué, come vedi gli altri frequentatori di questi locali? 

Sai, la buona qualità di un club è determinata dalla gestione, il che significa concretamente riuscire ad avere al suo interno gente di un certo livello. Ma, in generale, la platea è peggiorata rispetto al passato. Una cosa che ho notato, svariate volte, è per esempio che molti dei singoli che vi si recano sono vagamente sciatti, trascurati sotto diversi punti di vista. E la mia osservazione, come si può riscontrare in molti forum online, è confermata da tante frequentatrici femminili. Ciò malgrado si tenda a immaginare che siano proprio i singoli, piuttosto che le coppie, a presentarsi nel migliore dei modi. Diciamo in giacca e cravatta, o almeno con dei jeans decenti e una polo, piuttosto che in pantaloncini e infradito. A ogni modo, molti di loro farebbero bene soprattutto a lavarsi perché, quando sei nel bel mezzo di un’ammucchiata, se tutti puzzano, ti passa la poesia (ridiamo). Prova, poi, a pensarti nei panni di una donna che sta tra tutti quei maschi…

Innanzitutto, se non capisco male, quindi, non è necessario essere accompagnati, ma ci si può presentare anche soli?

Assolutamente. Nel locale si trovano sia singoli che coppie, come anche dei travestiti. La presenza umana, diciamo, differisce molto in ragione della serata. Ci sono quelle dedicate alle coppie e quelle maggiormente incentrate sul rapporto tra singoli e coppie.

Scusa, ma quindi ci sono dei letti destinati alle interazioni tra gli avventori nei locali?

Sì, ci sono dei letti, magari non proprio adatti per dormire, ma pensati per altri scopi. Questi si trovano in separè appositi, con la serratura per chi volesse usarla – per quanto molti preferiscono dare l’agio ai convenuti, se non altro, di osservarli.

C’è anche una presenza omosessuale?

Non dichiaratamente. Credo ci siano serate dedicate. Personalmente, ho visto più che altro delle trans.

Qual è, in generale, la struttura di questi locali?

Solitamente sono simili un po’ ovunque, secondo una struttura più o meno universale. Anche la disposizione degli arredi è standardizzata, proprio come quella dei vari articoli in un supermarket. All’ingresso si trova il bancone del bar. In prossimità, ci sono dei divanetti. E, infatti, la prima parte della serata è, da prassi, interlocutoria. La gente arriva, si siede, si guarda, si incontra. Molti si conoscono perché, in quanto scambisti, hanno avuto incontri anche al di fuori. Chiariamo subito un punto: chi frequenta questo genere di club non è garantito che sia scambista. Ci sono molte persone che ci vanno, ma non sono scambiste, e moltissimi scambisti che non frequentano il club.

Che cosa vanno a fare, allora?

Guardano e scopano tra di loro. Ci sono coppie che per un motivo o per l’altro, magari perché clandestine, oppure perché hanno unicamente una fantasia voyeuristica, non scambiano, preferendo utilizzare il locale alla stregua di un pied-à-terre, o una garconnieres, ma interagendo poco o niente, o ancora lasciandosi semplicemente guardare. I gusti, poi, sono molto diversi: le coppie che vanno solo con coppie, quelle che vanno con i singoli, quelle che preferiscono che le interazioni avvengano solo tra le lei.

Mi dicevi, comunque, che alcuni tra coloro che non scambiano, accettano di farsi guardare?

Ciò è molto frequente.

Ma, cosa avviene nel mentre, la gente osserva e si masturba?

Sì, anche questo. Ma, dopo le prime volte ti viene a noia, finendo per essere sempre meno eccitante. Chi frequenta da anni lo fa per interagire. Non è detto che ci riesca, comunque. Ci sono anche molti singoli che sono fuori, per dirla con Houellebecq, dal circuito seduttivo. Non è detto a ogni modo che non possano, entro un certo lasso di tempo, averne un qualche beneficio. Ho visto, per esempio, clienti disabili, che evidentemente incontravano la fantasia di certe coppie, coinvolti in una qualche situazione. Le serate comunque sono molto diverse, ti dicevo. Ho conosciuto coppie che giocavano solo con single, in cui la donna lo faceva per farsi inculare da più maschi in successione. Mentre il marito aveva un atteggiamento che non so se definire contemplativo, ma certo tendente a questo. Non si pensi male, comunque. Al netto dell’esibizionismo, si tratta di signore relativamente normali, sovente anche con qualche chilo in più, che potresti tranquillamente trovare a fare la spesa. Giocare tra coppie, poi, può avere un’ulteriore complicazione: vi sono le dinamiche tra donne. Sai, la donna spesso si veste non tanto per farsi notare dall’uomo, ma dall’altra donna. Comunque, detto questo, è sicuro che si respira un certo clima libertino. Lì ti puoi permettere di fare cose che altrove non potresti. Diciamo che c’è maggiore tolleranza e, già questo, mi porterebbe a definire simili locali come uno spazio di libertà. Anche per la donna, sia chiaro.

Scusa, per intenderci, uno, là dentro, va e mette la mano in culo a una persona così, diciamo a freddo?

In un certo senso sì ma, per così dire, c’è modo e modo di mettere la mano nel culo a una signora. Meglio sarebbe se prima ci fosse un minimo sguardo, un contatto. Magari, io consiglierei di non esordire con uno scapaccione, ma con un tocco più delicato. Poi, se si riscontra da parte della signora un certo interesse, va bene andare oltre, altrimenti ci si ritira e la cosa finisce lì. Insomma, la mano sul culo ci sta, ma c’è mano sul culo e mano sul culo. Da notare inoltre – e ciò è decisamente positivo – che io, lì dentro, non ho mai visto gente drogata, o ubriaca, che potesse dar fastidio.

Qual è il livello di scolarizzazione medio, tra i partecipanti?

Certi titolari mi hanno detto che c’è un po’ di tutto. Solo che, capirai, quando si interagisce, non è che si domandi in merito al lavoro o ai titoli accademici. Ma, posso dirti con sicurezza che, anche se c’è l’idea che l’operaio non frequenti questo genere di ambienti, non è vero: ci vanno tutti.

E le ammucchiate?

Quelle possono avvenire nella zona delle coppie. Ma, più che altro, con il termine si intende la coppia che vuole giocare con tre o quattro singoli. Comunque, i tipi di ammucchiata sono di solito due: la coppia che vuole giocare con più singoli, ma non più di tanti perché poi nelle stanzette non ci stanno, e solitamente questi si susseguono nell’atto; oppure possono verificarsi degli scambi tra coppie, di solito due o tre.

Ma che gusto c’è nell’accoppiarsi così, come in una catena di montaggio, insomma, essendo semplicemente un cazzo che segue all’altro?

Premesso che qui è raro essere in numero tale da disumanizzare tanto la situazione. In secondo luogo, per noi esiste chiaramente il gusto dell’incontro con lo sconosciuto. Peraltro, molti dei frequentatori finiscono, dopo un po’, per conoscersi, per instaurare un rapporto. Comunque, fare sesso in maniera anonima, sollevati dalla solita prassi sociale di conoscenza, è una fantasia. Diciamo che ci piace ridurre al minimo lo spazio di relazione per estendere quello di azione. Insomma, questo genere di locali non sono il luogo giusto per chi trova particolare gratificazione nella dimensione verbale. Ma, del resto, l’uomo è molto preverbale. Non è che voglia solo sedurre con una serie di parole e rassicurazioni. Vuole anche prendere. E ci sta anche il farsi relativamente utilizzare come “un cazzo”.

Ma, a tuo avviso, è normale questa tendenza diffusa, oggigiorno, a voler normalizzare ogni devianza?

Se la normalizziamo, la cosiddetta perversione viene depotenziata. Sapere che non si può toccare il culo, ti dà l’eccitazione perché in un certo posto puoi toccarlo. E ciò perché sai che la norma ti impone, giustamente, un limite. Il discorso potrebbe essere questo: esiste la norma, però si possono ammettere degli spazi dove vige un tacito accordo, dove questa normalità è meno stringente, diciamo sospesa. Chi crede in questi club, in questo spazio libertino – che è uno spazio mentale e fisico, al contempo –, non nega quello della norma purché, accanto a esso, gliene si lasci uno anche per la trasgressione. Anzi, quest’ultimo implica di per sé l’inviolabilità della norma e ciò deve essere chiaro. Molte delle coppie che frequentano certi club, in verità, credono nella famiglia tradizionale e sono conformi a tale modello. Sono marito e moglie, con dei figli. Non mettono in dubbio lo standard, semplicemente si prendono degli spazi di trasgressione da quell’idea di famiglia. Di fatto, però, mandano avanti la struttura di base della società, per come l’abbiamo sempre concepita. Credo addirittura che per molti scambisti sia una maniera per ravvivare il rapporto di coppia, per darsi nuovi stimoli, ma rimanere comunque insieme. È un modo per creare una nuova complicità. E ciò non va a rompere con il valore rappresentato dalla famiglia tradizionale, mentre potrebbe esserlo l’avere un’amante. Bisognerebbe, piuttosto, chiedersi cosa sia la complicità di coppia, oggi? La si ottiene mantenendo questo feticcio della monogamia, o ricercando l’esclusività anche attraverso altre forme? Secondo me, lo scambismo è una nuova forma dell’esclusività. Non possiamo più stare entro i limiti che caratterizzavano la società contadina, cent’anni orsono. Oggi si hanno possibilità di contatto e interazione infinite. In particolare le donne che, attraverso i social, possono conoscere tante persone e avere stuoli di ammiratori. Ma che cosa fare di fronte a questo surplus di seduzione? Le donne vogliono continuare a trovare gratificazione in questo ipernarcisismo, per suscitare un desiderio non appagato fatto di tanti cuoricini su Facebook? Non sarebbe forse meglio entrare un pochino nell’azione e trovare una nuova complicità con il proprio partner? Non capisco questo loro atteggiamento da talebane dell’erotismo occidentale, questo stare sempre in tiro, esporsi scosciate in centinaia di foto, per poi risultare irraggiungibili.

Matteo Fais