Sarah Kane è stata una stella cometa: 20 anni dopo, elogio della figlia di Antonin Artaud che ha portato il disagio in platea

Posted on Febbraio 15, 2019, 10:07 am
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“Per favore, aprite le tende”. Era tiepida e irriconoscibile. In una parola: consumata. La vita non era stata cortese con lei quando quel lembo di stoffa si è accostato ai lati – velluto vermiglio come il sangue coagulato – e mi è apparsa la sua lapide. “Spoon river” è il luogo della memoria, la collina (e Longiano, il “Petrella” di Longiano, è in alto: un Golgota apocrifo e micidiale, che ti costringe a guardare) della rottura. Dentro la testa. S’era rotto qualcosa, o qualcosa non era più oliato. Una fiume lento, dentro la testa. Un fiume che piano piano si prosciuga, che ha meno acqua, e che fa riemergere i fantasmi.

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Il suo arrivo era capitato in vistoso ritardo: il treno di sola andata era già partito. E alla stazione romagnola – anche se Longiano la stazione forse non ce l’ha – erano in tanti a salutare “chi per un poco portò il non amore nel Paese”.

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Un uragano. Sarah (hurri) Kane aveva la tempesta nella testa, una pioggia che spossava. Un breve tragitto – da Brentwood, dove era nata nel 1971 a Londra, dove nel 1999, il 20 febbraio del 1999, ha matericizzato il significato del nome della sua città natale, “Burnt Wood” (in inglese “Foresta bruciata”) – percorso in 28 anni per allungare una mano verso l’abisso, con le cinque dita, una per ogni opera teatrale che ha scritto, protese in silenzio per chiedere un aiuto.

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A 17 anni Sarah Kane prese la decisione consapevole di rifiutare Dio. Come Antonin Artaud (“Per farla finita col giudizio di Dio”). Tutti e due, padre e figlia, nel Kursaal saviniano della follia: internati in un ospedale psichiatrico. Una condanna che sbriciola e dilata il tempo, lo fa scendere granello dopo granello, sino al momento in cui l’ampolla è vuota. Sarah Kane ha scelto di dedicare l’ultimo omaggio a quei piedi che l’hanno fatta camminare da Brentwood a Londra: si è impiccata con i lacci delle scarpe.

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A Longiano Sarah Kane ci è arrivata dopo la morte, a notte fonda. Poco prima delle cinque del mattino, l’ora in cui la mano protesa, l’arto, diventa arte per recitare un lungo addio, il canto del cigno che ha deciso di smettere.

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Nel 2003 giravano in Italia ben cinque le edizioni del suo “4.48 Psychosis”. Una è arrivata a Longiano. Forse quella di Valentina Capone, “Psicosi 4:48/Cantico”. Forse.

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Sarah Kane è stata una stella cometa che ha preso fuoco e che ha diffuso le sue fiamme. Una donna che si è bruciata senza fuoco e senza ossigeno. Una penna che, nel caldo della malattia della mente, ha incendiato involontariamente il mondo.

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“Ho scritto sempre e solo per sfuggire all’inferno e non ha mai funzionato; tuttavia quando ti siedi a guardare qualcosa e ti ritrovi a pensare che sia la migliore espressione possibile di quell’inferno, allora, in quel preciso momento, scopri che forse ne valeva la pena”.

Sarah Kane, Royal Holloway College, London, 3/11/1998.

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Raccontare la vita nella consapevolezza di rifiutarla. Le erano familiari la solitudine gli psicofarmaci, gli stupri e le sevizie. Sarah stupiva e toccava, ma pochi hanno capito che le provocazioni volevano essere la voce di un assoluto desiderio di amore.

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L’effetto uragano si è acquietato. I cani che brancolano sulla collina di “Spoon river” hanno smesso di abbaiare: gli attori, dopo aver surfato l’onda corta dell’immediata commozione collettiva, l’hanno piano piano abbandonata. Come ha fatto la vita con lei. Come un cane senza padrone.

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Vedere in scena un testo di Sarah Kane significa assistere a un piccolo ed enorme processo di rigenerazione drammaturgica: sul palco le parole dette non sono dell’autrice ma della persona. Un miracolo pagano di rinnovamento.

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Sarah ha saputo portare alla tracimazione l’in-yer-face-theatre attraverso i suoi temi-cardine: gli stupri, la violenza fisica e psicologica, il disagio interiore, la malattia mentale, il suicidio, il sesso. Creare disagio nella platea. Esasperare le nuance della notte, il buio più nero della mente.

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Ha ragione Denis Brandani quando scrive che “La vita non può sempre difendersi dall’arte, qualche volta ne muore”.

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Sarah Kane ha messo in scena definitivamente Antonin Artaud. Il linguaggio metaforico che Howard Barker definisce “bellezza e terrore” in lei si compie. Sino alla chiusura del sipario.

Alessandro Carli