Il bambino nato con i denti, che voleva diventare macellaio e “sistemare una situazione una volta per tutte”. Su un romanzo di allucinata bellezza di Sándor Márai

Posted on Luglio 10, 2020, 8:10 am
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Dopo quasi vent’anni di vita comune, quando tutti avevano ormai abbandonato ogni speranza, nacque Otto, miracolo inviato dal cielo”. Cosi Sándor Márai apre la sua prima prosa Il macellaio (Adelphi, 2019; traduzione di Laura Sgarioto): il protagonista è un bambino-dono. E un dono dal cielo non può che essere buono, giusto, perfetta fonte di felicità. Il giorno del concepimento di Otto è spettacolare, nel senso che coinvolge un vero e proprio spettacolo, unico per il quieto paese di campagna. La coppia osservante delle regole e timorosa di Dio si reca insieme a tutta la comunità al grande spettacolo del Circo, dove sono state promesse bestie feroci, numeri incredibili. Otto viene concepito nell’unico giorno in cui l’orsa del circo si ribella alla sua domatrice, serrandole il cranio tra i denti, stramazzando poi al suolo ma continuando a tenersi stretto quel bottino. Quella notte fu concepito Otto. Nacque di dieci mesi e con i denti. Il parto costò la vita alla madre, e il misero posto di quella donna silenziosa e gracile fu occupato da una balia, originale della Pomerania, abbastanza coraggiosa da accettare l’incarico di allattare quel pargolo di sei chili”. Il miracolo inviato dal cielo si origina dalla notte in cui sangue di bestia e di donna si sono mischiati al suolo, nasce portando già i denti, restituendo il sangue della madre alla terra in un solo colpo. Si decide quindi che la balia sarà una madre a tutti gli effetti perché “la donna che aveva nutrito il bambino col proprio latte, e il cui sangue si era mescolato con quello di suo padre” non può che svolgere questa funzione, un tacito accordo, per il bene di “orsacchiotto” Otto con tutti i denti.

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Sándor Márai ci descrive un bambino come tanti, cresce forte ma indolente, pigro negli studi. Il primo segno distintivo è l’urlo. Otto nell’ora di canto non si trattiene, non canta ma urla, urla fino a perdere i sensi in un vortice di sfrenatezza, grida senza limiti. Il canto per essere armonioso e piacevole deve dominare la forza della voce, ma dominare vuol dire anche limitare, guidare la forza verso un percorso. Ma come può un bambino concepito nella notte in cui la bestia perde il controllo della forza riuscire a dominare la sua? Lasciatelo gridare, alla fine un urlo è solo un eccesso di entusiasmo.

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Otto cresce e a nove o dieci anni, alla fattoria di proprietà del nonno, assiste al primo episodio che influenzerà profondamente la sua vita. In questa visione si apre un varco nella testa del bambino, come l’orsa ha aperto un varco nel cranio della domatrice, quella notte. Nel cortile della fattoria si uccide una mucca, l’animale scatena la sua furia indomabile cercando di puntare le zampe fino a spezzarsi, in un percorso che l’animale ha fatto mille volte questa volta c’è qualcosa di diverso, l’animale sente la sua fine. La odora come si sente la paura degli altri. E il bambino sta a guardare questo rituale che si ripete dall’alba della specie: l’uccisione come punto di approdo, come momento di fermo, l’attimo in cui tutto viene sospeso, dove notte e giorno nell’uomo si incontrano, dove bestia e uomo coincidono, mischiandosi il sangue.Provò una torbida soddisfazione perché erano riusciti ad ammazzare la mucca – il che era fuori di dubbio, ma il fatto in sé, l’evento dell’uccisione, gli apparve come qualcosa di assolutamente positivo, come una maniera per sistemare una situazione una volta per tutte”.

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Sándor Márai ci porta dentro al racconto della vita di Otto come fosse un semplice reporter, poiché il male non va giudicato, va prima sempre osservato. Ciò che dopo diventa mostruosità prima è stata lenta osservazione degli eventi naturali. Il macellaio non è altro che un bambino che osserva il rituale dell’uccisione di una mucca, che vede nell’atto del macello un’azione necessaria ripetuta da secoli, un’azione che è stata impressa nel sangue e poi dimenticata. È un bambino che spoglia il gesto dal pudore e dalla morale, che conserva solo lo scheletro del ricordo. Gli occhi del bambino sono gli stessi occhi della mucca, spolpati dalla loro sede, buttati per gioco sulla piastra bollente, espongono un ultimo scintillio di vita e poi scoppiano.

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Márai scrive Il macellaio come primissimo romanzo breve dopo aver pubblicato un paio di raccolte di poesie; decide di aprirsi alla tentazione della prosa raccontando una storia per niente usuale, considerando che siamo nel 1924. Un bambino nato coi denti, concepito in una notte tribale, sente la profonda vocazione a fare il macellaio. Otto è un uomo che tenta di seguire la propria inclinazione, anche quando viene chiamato a servizio in guerra, occulta la sua natura dietro al dovere, ma la segue. Potrà dargli un nome, mettere sul petto una medaglia, ma resta fedele a quell’ultimo scintillio degli occhi strappati della mucca come fosse una promessa. Otto onora un’unica regola, quella di accettare la propria inclinazione, anche quando questa si fa assoluta, una “maniera per sistemare una situazione una volta per tutte”.

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Il macellaio di Sándor Márai è come la puntura di un ago sul vostro polpastrello, sanguinerete a piccole gocce come le carni macellate appese, ma sarete ancora pulsanti, sentirete la necessità di inseguire tutti i romanzi di Márai (sia lode a Adelphi che li ha pubblicati in italiano), cercherete la stessa verità che ha cercato l’autore attraverso la scelta della sua lingua madre. Sándor Márai è stato per tutta la vita senza una patria che possa essere identificata in luogo, in una nativa Ungheria che ha cambiato costantemente appartenenza di potere e lingua imposta. Márai ha capito che l’unica vera patria risiede nella lingua, l’unica patria possibile ha luogo dentro la parola. E a volte esce furiosa come un urlo, come Otto alla lezione di canto.

Clery Celeste