Salinger compie 100 anni! Quattro scrittori s’inventano il giovane Holden da vecchio (sfidando il “Corriere della Sera”)

Posted on Gennaio 05, 2019, 9:15 am
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J.D. Salinger, lo scrittore leggendario, quello de “Il giovane Holden”, è nato 100 anni fa, il primo gennaio del 1919. Per avviare le feste, “La Lettura”, l’inserto culturale del “Corriere della Sera”, domenica scorsa, 30 dicembre 2018, ha chiesto a quattro scrittori – Teresa Ciabatti, Fabio Genovesi, Giorgio Montefoschi, Valentina D’Urbano – di inventarsi “Il vecchio Holden”, cioè “di immaginare ‘il giovane Holden’ da anziano”. L’iniziativa era buona, architettata con tutte le buone intenzioni del caso. L’esito ci è parso molto modesto. Così, dagli antri oscuri di “Pangea”, ci siamo messi in quattro a descrivere il volto di Holden da vecchio, ciascuno adattando la creatura di Salinger ai propri modi e metodi e toni narrativi. Più che un omaggio, una sfida.

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Chi se ne fotte delle anatre di Central Park

Era tutta una colossale stronzata. In fin dei conti, chi se ne fotte di sapere dove vanno le anatre di Central Park durante l’inverno! Ho ben presente dove andrò a finire io, magari ben prima. Ok, non conto i minuti. In compenso, faccio ipotesi, sparo numeri, pur sapendo che anche queste sono solo idiozie. Mi dico che potrebbero restarmi quindici anni. Non so perché proprio quindici e non piuttosto venti. Il fatto è che, quando diventi vecchio e hai un piede nella fossa, con la speranza ci vai giù cauto. Potrebbero essere cinque anni. Sì, insomma, chi cazzo vuoi che lo sappia.

salingerPotrei pure durare trent’anni, per quanto ne so. Ne dubito, ma più di tutto faccio gli scongiuri. Altri trent’anni. Cristo, sarebbe un vero inferno. Ma poi ancora tre decenni di vita per cosa? Non certo per essere felice. La felicità l’aspetto da troppo. L’ho cercata ovunque, in tutto quel mio gironzolare senza senso. Sono passato per ogni incrocio della maledetta New York, sempre immaginando che fosse lì, che avrei solo dovuto allungare la mano, prenderla sottobraccio e andarmi a nascondere con lei da qualche parte. La felicità bisognerebbe tenersela bella stretta, non mostrarla, chiuderla da qualche parte. Non sopravvivrebbe al contatto con la vita reale.

Puttanate a parte, non l’ho mai trovata. Ma, allora, perché non voglio morire? Mi sono crepati tutti intorno. Phoebe se n’è andata giovane – ma si muore sempre troppo giovani –, Allie neanche lo ricordo più, D.B. ha inseguito il successo letterario inutilmente, fino ai sessanta, quando un cancro se l’è bello che mangiato. I miei devono essere già stati ridotti in polvere dai vermi. Perché voglio vivere? Perché sono un vecchio stronzo e, cazzo, ho una paura fottuta di morire, proprio me la faccio sotto all’idea. L’esistenza ha senso fintanto che sei un cretino adolescente e ti sembra di aver davanti tutto il tempo del mondo. Se oggi stai male, ti dici che domani potrà andare meglio. Ho messo su una sfilza infinita di giorni nell’attesa di qualcosa di buono. Adesso, sembrano una gigantesca pira funeraria a cui potrei giusto dare fuoco per bruciare la mia inutile carcassa.

Neppure l’uccello mi si rizza più. E a che pro dovrebbe? Non mi posso stantuffare nessuna, se non forse qualche vecchia decrepita. Nell’attesa dell’amore, ho perso tante occasioni. Ho cominciato troppo tardi per non avere rimpianti. Poi, a un certo punto, ho scoperto i DVD delle Dirty Debutantes, con il vecchio ciccione di merda di Ed Powers che si chiava tutte quelle giovani troiette in cerca di successo. È sempre molto strano ritrovarsi a guardare un porno a una certa età, pensando che un tempo si era capaci di amare. Forse sarei dovuto morire giovane, ma purtroppo è una moda che è venuta quando ero già grande. Comunque, una cosa è certa, morire da vecchi vuol dire finire sottoterra per sfinimento e agonia, quando ormai ogni speranza è naufragata. Piangere per ciò che poteva essere sarà impossibile. Non resta che l’irreparabile su cui rammaricarsi.

Ogni tanto ripenso a Jane, il mio amore di gioventù. La immagino come era allora, poi puntualmente mi torna in mente quando l’ho rivista dieci anni fa – o almeno credo, vattelapesca se fosse lei. Era una maschera di rughe e carne – molta carne –, flaccida. Che schifo! Come posso aver provato dei sentimenti tanto intensi per quella culona grinzosa?! Da giovani non si pensa mai che amare possa comportare il rischio di ritrovarsi un grosso pezzo di lardo al proprio fianco, nel letto. A proposito, la troia si è davvero sposata con quel deficiente di Stradlater, che evidentemente allora se la faceva eccome… Cristo, e questa macchia! Merda, mi sono pisciato addosso, senza neppure accorgermene. Non mi era mai successo prima. Fanculo a te Holden, vecchio rincoglionito, sei fottuto.

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Matteo Fais è nato a Cagliari, nel 1981. Ha scritto su diverse riviste. Al momento, è collaboratore fisso di “Pangea.news” e “VVox Veneto”. Il suo esordio letterario è avvenuto con L’Eccezionalità della regola e altre storie bastarde, Robin Edizioni. Per lo stesso editore ha pubblicato di recente Storia Minima.

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Caro professor Spencer

Te ne pentirai… vorrei ficcarti un po’ di buonsenso in quella tua dannata testa, figliolo… Certo, Professor Spencer – pace all’anima tua –, ricordo ancora bene le tue parole, ma guarda, se non mi avessi redarguito in continuazione con la tua tiritera, ritenendomi un tuo figliolo, può darsi pure che un po’ di impegno in più ce l’avrei messo, evitando di farmi espellere dal Pencey, il college più prestigioso di quell’orrenda cittadina, Abestown. La scelta, sottolineo, fu mia e mia soltanto di andarmene definitivamente da quel posto, per farla finita con i suoi abitanti e con lo studio.

salingerAnche quell’ultima volta che sono venuto a trovarti, proprio non hai potuto astenerti dal recitare il personaggio del vecchio professore, eh? Fino in fondo dovevi condurla la tua parte. Partisti dritto sparato con l’ennesima, prevedibile, lagnosa ramanzina allo scopo di umiliarmi, andando a rileggere le quattro righe che avevo scritto sugli egiziani. Quel tema mi costò la bocciatura nella tua fottuta materia, dopo che nelle note ti avevo scritto chiaro e tondo che di come andavano sotterrati i morti o venivano fatti gli esperimenti di mummificazione, – roba da matti, pensare al belletto dopo che si è crepati –, non me ne fregava assolutamente un cazzo, che la vostra storia mi annoiava a morte. È la tua storia, professore, ti dissi, non siamo noi. È una grandissima stronzata quella che ci raccontate ogni santo giorno: il genere umano non ha fatto alcun salto in avanti e non vedo perché avrei dovuto imparare quelle stupidaggini di dati senza alcuna utilità. L’importanza che gli davi, Professore, lo dico da morto prossimo futuro che parla ad un morto oramai accertato, è esagerata. Certo, a te sarà importato sicuramente moltissimo. È servita a costruirti una carriera, a darti pane e realizzazione, diventando l’antenna parabolica, il ripetitore automatico di nozioni certificate da altri borghesi tuoi pari – dati da trasferire a me che dovrei esserne la degna prosecuzione… Un po’ poco come punto d’arrivo, non ti pare? Ma, naturalmente, tu badavi al sodo. Il problema che si poneva, dunque, non riguardava la qualità scadente dei rimandi all’antica stirpe caucasica dagli occhi bistrati, era il titolo di studio che volevi farmi conseguire. È qui che si era creata una frattura, riguardava quel pezzo di carta che non doveva far altro se non riconfermare il mio status di esponente della buona borghesia ablestowniana. Uno col mio pedigree non poteva andarsene in giro senza quest’altro documento che attestasse il fatto che sono dei vostri. Ecco a cosa serviva tutta quella manfrina dello studio, a diventare un altro viscido borghese in via di rincoglionimento come te – una persona sola, fondamentalmente. Lo studio della storia, come quello di altre materie, era solo l’alibi – avrei dovuto dirtelo, ma non lo feci – di uno che aveva fondato tutta la sua carriera imperando sui rampolli bene, ligi a riciclare il Verbo per trovare degna collocazione e sepoltura nel consesso sociale, ripetendo senza alcuna autonomia di pensiero la cronologia dell’umanità, ma senza aver capito nulla, invece, dell’umano. E a ben vedere, forse non c’è nulla da capire: se l’umanità avesse un qualche piano non saremmo qui, dove sono adesso, con un piede nella fossa. Già. Il vero problema non sono io, mi lasciasti intuire all’epoca, ma il baratro atroce in cui si sarebbe cacciato un privilegiato come me, la figura di merda che avrei fatto fare ai miei se, scardinando i binari imposti, non avessi conseguito il titolo che m’avrebbe consentito poi di mettere sotto scacco i restanti, quelli che non ce la facevano, che non avevano abbastanza soldi o intelligenza per poter accedere al lauto banchetto che si prospettava – il sogno americano.

Qualcosa non andava e nell’ordine generale delle cose faceva impedenza: io ero uno che non si applicava, che non funzionava a dovere. Almeno su quell’episodio Salinger, l’autore che mi ha inserito tra le sue pagine e dato voce, poteva forse impegnarsi di più – nessuno si è impegnato abbastanza, in questa corsa. Ognuno fa quello che può. Non mi pento di niente, questo volevo dirti, ovunque tu sia.

Holden Caulfield

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Francesco Dezio è nato ad Altamura nel 1970 e ha esordito nel 1998 con un racconto nell’antologia Sporco al sole. Racconti del sud estremo (Besa). Nel 2004 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica, opera che inaugura una nuova stagione della cosiddetta letteratura industriale e ora riproposta da TerraRossa Edizioni. Del 2014 è la sua prima raccolta di racconti, Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo), diversi dei quali già apparsi su quotidiani e riviste. Nel 2008 è stato ospite di cinque puntate della trasmissione Fahrenheit, su Rai Radio 3. Ha collaborato con “l’Unità”, “la Repubblica-Bari”, “Corriere del Mezzogiorno”. Il suo ultimo romanzo è La gente per bene (TerraRossa Edizioni, 2018).

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Holden, l’idiota della famiglia

Che se ne vadano a puttane quegli stramaledetti pennuti! Perché sicuro come l’inferno sono stati proprio loro a far la mia rovina. Ma come si fa, dico io, com’è stato possibile? E tutto senza preavviso, senza un segno da chicchessia. Almeno fino a oggi, quando sono arrivati quei federali per il sequestro preventivo dei beni della Holden & Co. Figurarseli quei vigliacchi in giacca e cravatta a scribacchiare chissà quale diavoleria sui loro tablet e ordinare a destra e manca “Qui via!”, mentre cercavo di mettere in salvo le mie adorate Bettina, Louis e Fernanda, che se ne svolazzavano avanti e indietro per il recinto con i loro schiamazzi terrorizzati. Quando l’ho afferrata per il collo, quella sciagurata di Fernanda si è messa a starnazzare cosi forte che m’ha fatto prendere un colpo. Mi ha puntato contro quel becco d’anatra e pam! Mi sono ritrovato a testa in giù con i denti affondati sulle zolle. E dire che stamani non m’ero fatto che un goccio di Kentucky! Pure i federali si devono essere impietositi a vedermi a rotoli per terra. salingerQuello più grosso con l’impermeabile mi s’è fatto sotto e m’ha rialzato. Dio, mi ci sono aggrappato come un poppante alla tetta della zia baldracca. Salvo poi scivolare di nuovo con il grugno giù nel letame d’anatra, perché proprio allora quel figlio d’uno stronzo di Louis m’è capitato fra capo e collo con i suoi maledettissimi Qua qua qua. L’ho afferrato per una zampa promettendogli di finire subito in pentola, se non mi dava retta. “Guardi che bella bestia” ho fatto al federale, che ancora mi reggeva per il cappotto. “Lei ha voglia di scherzare dott. Holden”, mi dice lui. “In una situazione come la sua io ci troverei poco da ridere, lo sa quanto deve allo Stato con questa sua impresa?”. “Si faccia un goccetto”, gli rispondo io sbarazzandomi del buon vecchio Louis. Mi son sollevato e in tre balzi ho raggiunto gli uffici della Holden, dove quella fottuta d’una Bettina s’era arrampicata fin sulle scartoffie delle tasse arretrate e da lì mi fissava come se volesse prendermi per il culo. L’ho afferrata per il collo, ma quella continuava a sbatacchiare le ali come un’ossessa. Ho agguantato la bottiglia di Kentucky e trascinandomi dietro Bettina son tornato all’aperto, dove un secondo federale senza impermeabile mi osservava con disprezzo. “Vuol favorire?”, gli ho detto porgendogli per errore il collo dell’anatra starnazzante. “Lei è rovinato”, si è limitato a dirmi quello prima di girare i tacchi e ricongiungersi al collega. A me non è restato altro che finirmi il Kentucky in compagnia di Bettina.

In fondo, come dar torto a quei due ceffi? Se qualche anno fa la Holden & Co era riuscita ad affermarsi come una delle migliori aziende specializzate nell’allevamento di anatre, era anche grazie a quella sommetta che mio fratello D.B. c’aveva investito. Poi sono arrivati i guai, i debiti e tutto il resto. Nemmeno Phoebe, che ha seguito le orme di D.B. laggiù a ovest, ha potuto far nulla. È proprio vero che sono sempre stato il deficiente della famiglia!

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Andrea Campucci nasce a Firenze, nel 1983. Qui si laurea in filosofia e inizia a collaborare con vari editori. Nel 2009, tramite il sito ilmiolibro.it, esce il suo primo romanzo, Naive. È poi la volta di un saggio filosofico, Nietzsche, la fine della ragion pura, 2011, per l’editore Mimesis. Nel 2012 pubblica, per Arduino Sacco, la raccolta di racconti Cupio dissolvi, per poi arrivare, nel 2013, al romanzo La scampagnata, sempre per l’editore Arduino Sacco. Nel 2016 approda alla Leone edizioni con il romanzo Plastic shop. Per lo stesso editore, nel 2018, pubblica infine il romanzo Porn food.

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Quando J.D. Salinger si mangiò Holden Caulfield

Mandai la quinta, l’avevo chiamata Erato, come la musa che ispira il desiderio – era lei a inaugurare le orge di cui sono il gourmet, accarezzandomi le palle e cominciando la lenta, barocca masturbazione. La vita è questo: una villa spartana nel New Hampshire, passeggiate quotidiane nel bosco, e nove minorenni – come le Muse – nel letto. Lo sanno – e so come procurarmele. Appena compiono i diciannove, orgia d’addio con ingresso della nuova Musa – l’ultima l’ho detta Urania, la musa astronomica, perché quando scopa mi fa vedere le stelle. Pensano, così, spiritate, di succhiarmi il talento – forse ce la faranno, forse riuscirò a essere soltanto corpo. Anche Holden sa che in suo onore non voglio pubblicare niente. Ho scritto una biografia di Saigyo, il supremo monaco giapponese, un saggio in cui disintegro l’opera di Hemingway, un libro distopico in cui immagino il governo mondiale, devoto al dio della casualità, di un fanatico islamico, minorato. Quest’ultimo mi è venuto bene. Il rito è lo stesso. Leggo in cucina. Le Muse mi accerchiano. Cominciano a sedurmi e a spogliarmi mentre leggo. Continuo a leggere mentre mi leccano. Leggo mentre le chiavo. Mangiano i fogli su cui ho dattiloscritto il testo. Si chiavano tra loro. Io le guardo, affascinato dalla carne come svariate galassie che si abbracciano e snodano, in una specie di creazione del tempo e dei mondi che accade lì per lì, per me. Quando sono stufo, slego la cinghia, sibila tra i pantaloni, meno il branco, le muse si sciolgono, sono il domatore dei loro desideri. Ad ogni modo, mandai la quinta, Erato. Con Holden ci siamo scritti, sporadicamente. Sapevo che l’avrebbe gradita. Magra, alta, culo sodo, tette indiscrete. Sofisticata. Io le preferisco più frugali. salingerL’anno in cui uccisi Holden Caulfield ne avevo 70, lui ne aveva 54, era il 1989, prima primavera, mi pare, la luce squillava tra gli alberi e squittiva l’agnello tra le mani di Karl, quello che mi tiene in pari l’orto e l’allevamento, figlio di tedeschi trapiantati due generazioni fa in questa satanica lingua di mondo. Scoprii più tardi che Holden era imparentato – per via della moglie, una svampita cretina che gestiva un negozio di scarpe nel Vermont sperando di farsi chiavare dal farmacista che ha l’ufficio di fronte – con Jack Faden, il mio dottore, quello da cui mi facevo spedire pacchi di pasticche – ‘i canini del lupo’, le chiamavo, ferinamente – per scopare le mie Muse, dando loro almeno l’alba di una soddisfazione pur intrisa del sudore di un vecchio. Erato scoccò l’invito, Holden cadde, quando mi vide tentò la vanità della fuga – le finestre, nella mia casa di Cornish, sembrano la fronte corrugata di un capodoglio. Grasso, faccia da scemo, Holden ha creduto di possedere il talento di chi lo ha esaltato dall’esistenza effimera, provinciale, grottesca, di un sudicio sedicenne. Ha pubblicato un paio di romanzi petulanti – uno l’ho fatto recensire, per puro gioco, da una mia antica Musa sulla New York Review of Books – poi s’è adattato a un impiego alle poste. Mi faceva pietà. All’epoca, spavaldo, faceva le compere per mia madre, mi piaceva il suo gergo, il suo ingenuo e ingordo nichilismo. Non gli parlai – Erato sganciò la cerniera con i suoi denti perfetti e cominciò a succhiare – lui era paralizzato. Amo sentire il frastuono dei maiali quando Karl li sceglie per ucciderli e macellarli – le loro urla mi sembrano più sublimi di Moby Dick. Mentre Erato faceva il suo, Clio, sussurrandomi brani de Il giovane Holden, prese a menarmelo e le altre sette, alle spalle, iniziarono a sgozzare Holden. Chiavammo sguazzando nel sangue. Di solito, si dice, sono i personaggi a divorare il loro creatore; questa volta fui io, il creatore, a mangiare la mia creatura. Non era male, Holden – le Muse lo cucinarono con gusto – preferii insaporire la carne con un po’ di mirto.

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Davide Brullo (1979) ha pubblicato, tra l’altro, Rinuncio (2014), Ingmar Bergman. La vita sessuale di Franz Kafka (2015), Pseudo-Paolo. La lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro (2018) e Un alfabeto nella neve (2018), che compongono il ‘Ciclo del Tradimento’. Ha fondato e dirige il quotidiano culturale Pangea.