“L’importante è vivere…”. Un secolo fa, dalla Cina, Saint-John Perse scrive a Joseph Conrad

Posted on Marzo 07, 2021, 8:05 am
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Il contrasto, assolato, è affascinante: Saint-John Perse, alto funzionario di Stato in Francia, Segretario generale del ministero degli Affari esteri, amava gli oceani e i deserti, fino a farne un’ossessione. L’uomo che per Aristide Briand ha scritto il “Memorandum” per “l’unione federale europea” – il primo seme dell’Unione Europea –, anche per questioni d’origine (nasce, nel 1887, nelle Antille francesi, su una piccola isola, proprietà di famiglia), amava gli avventurieri, gli spazi aperti, vergini, dominati da lingue sconosciute. Saint-John Perse, Nobel per la letteratura nel 1960, incontra la prima volta Joseph Conrad nel 1910, tramite un’amica comune, Agnès Tobin, americana, traduttrice di pregio (di Petrarca e di Dante, di Racine), poetessa stimata da William B. Yeats. Un secolo fa, nel febbraio del 1921, S-JP scrive a Conrad una lettera importante: ha terminato il servizio diplomatico a Pechino, durato cinque anni, si appresta a compiere un lungo viaggio in mare, che gli farà toccare il Giappone, le Fiji, la costa messicana, il Canada. Di solito viaggia da solo: ama le pietre, le trame dei primordi. In Cina – dove assiste all’effimera Restaurazione Manciù, e al Governo Beiyang – il poeta compie diverse spedizioni, spesso in Mongolia; attraversa il deserto del Gobi. Soprattutto, “a un giorno di cavallo da Pechino… in un tempio taoista diroccato, scrive Anabasi”, l’opera più grande, di cui tace, però, a Conrad. La lettera è affascinante: Saint-John Perse ha con sé, in Cina, il libro di memorie che Conrad gli ha dedicato, A Personal Record (1912), e rievoca i giorni del loro incontro. Conrad appartiene a un’altra generazione, morirà nel 1924 – l’anno in cui S-JP pubblica Anabasi –, e a lui il poeta si rivolge come a un maestro, “il solo poeta del mare”. Nella prima parte della lettera, quando si parla di Shangai, dei suoi bar, degli avventurieri cosmopoliti che vi transitano, Saint-John Perse sembra ricalcare Lord Jim, o uno dei romanzi marini di Conrad; nella seconda parte, dove si celebra la distesa continentale cinese, un altro mare ancora, spiazzante per solitudine, il poeta ritorna a frasi, apoftegmi, immagini che troviamo in Anabasi. L’amore atroce per il mare, testimoniato ovunque, origine del legame tra Sant-John Perse e Conrad, lo scrittore più animalo del ‘canone’ letterario inglese, sarà celebrato in Amers – tradotto in Italia da Romeo Lucchese come Segnali di mare, nell’introvabile, e parziale, edizione Lerici delle Opere poetiche di S-JP – specie di solenne liturgia marina, puro incantesimo verbale, non il più grande tra i poemi di S-JP. La lettera trascina una nostalgia arcana; è piena di vita, di futuro deposto tra i meandri dell’ignoto.

Saint-John Perse (1887-1975)

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A Joseph Conrad,

Légation de France en Chine, Pechino, 26 febbraio 1921

Caro amico,

Ho ricevuto il vostro messaggio per tramite di Agnes Tobin. La nostra amica è ancora in California e la sua salute non le permetterà di arrivare fino a qui, ma dalla California, grazie a lei, ho avuto più di una volta vostre notizie dall’Inghilterra. Vi rispondo per lo stesso tramite. Sono molto sensibile al ricordo che conserva della mia prima visita con Agnes, prima della guerra, ad Ashford, nel Kent, ed a tutti i ricordi che evoca delle nostre conversazioni amichevoli di allora. Anche io non ho perso nulla di tutto quello che ho riportato dal mio incontro con Voi, e molti frammenti delle nostre prime conversazioni intime, la sera, in quel piccolo studio al piano terra dove vi tratteneva uno spaventoso attacco di gotta, mi tornano alla mente in maniera inattesa.

Mi chino ancora con Voi sul vecchio album di famiglia dove figura tutta la Vostra infanzia polacca. Vi ascolto ancora recitare i primi versi dei Jumblies di Edward Lear dove mi dicevate trovarsi “lo spirito delle grandi avventure” meglio che nei migliori autori marinari, come Melville. Vi sento ancora irritarvi per la mia passione per Dostoevskij e il mio poco gusto per Turgenev. E voi mi sorprendete ancora confessando che i vostri autori francesi preferiti sono Molière e Zola. Infine vi riscaldate ancora a sentirmi ripetere che voi per me siete il solo poeta del mare, quando invece affermate di non aver voluto esaltare altro che la nave in sé, opera dell’uomo contro il mare, come l’arco teso contro il destino o il violino armato contro la notte.

Immagino che non abbiate mai voluto prendere sul serio la mia fissazione per il mare, che vi sembrava un gioco letterario, mentre per la mia nascita, la mia infanzia e il mio lungo atavismo insulare in una piccola isola dei Caraibi, il mare è per me cosa elementare, pressoché mischiata al mio sangue, e che ha finito a mia insaputa per invadermi del tutto. Non c’è niente di metafisico in tutto questo. Ancora piuttosto giovane, ho udito un adulto affermare perentorio che la donna è il quinto elemento: gli risposi seccamente che tale elemento è il mare, distinto per me sia dall’acqua che dall’aria.

Caro amico, voi sarete sempre per me il più umano tra gli uomini che ho incontrato nella vita letteraria. Sapete cosa ammiro di più in Voi? La incapacità di giudicare, in amicizia, quelli che il destino ha posto sul vostro cammino. Possedete lo stesso fatalismo nel giudicare un’epoca? Quella in cui vi ho conosciuto aveva ancora una bella luce ad illuminare la terra. Era un’età dell’oro, quella, e che conservava ancora a nostra insaputa molto del glorioso piacere sul dominio dei quattro mari. La guerra ha oscurato tutto questo e spezzato molti fili, ma voi non siete certo di quelli che il destino sorprende, e il passato diventa così rapido ad inabissarsi nel mare che ci spinge più vivi verso le nostre maschere future. Finché c’è movimento, non c’è da disperare del domani, e l’importante è vivere, con le proprie forze intatte, arrotolate presso di noi come un buon cordame sul ponte.

Mi ha molto sorpreso la vostra curiosità per la Cina. Mi chiedo se la sorte non abbia fatto bene a tenervene lontano. È la vostra parte proibita, che abbiamo tutti, non c’è da rimpiangerla.

La Cina è sicuramente il paese meno adatto a un uomo di mare, è terra di contadini e piccoli artigiani, e l’immensità del litorale non toglie nulla alla sua ostilità per il mare. Il cinese stesso, che non ama il mare, non sa vivere o lavorare sull’acqua se non come un contadino sulla terra, in una dimensione familiare, con i suoi lari e tutto il suo armamentario da terraferma. Lì costruisce le migliori giunche d’alto bordo simili a un’Arca di Noè, fatte di quello stesso “legno d’aquila” dei catafalchi. Quando crede di modernizzarsi per l’industria del mare, ecco che si entusiasma per la costruzione di vascelli in cemento armato! Le ultime grandi famiglie di laccatori cinesi odiano doversi spostare in mare.

Tutta la Cina non è che una polveriera, un oceano di polvere al vento, brutta copia del mare stesso, quest’altra massa continentale che perlomeno conserva la sua coesione, la sua consistenza e la sua integrità, senza cedere mai all’inerzia. Non so proprio cosa potrei offrirvi qui se non, nella cosmopolita Shanghai, qualche esemplare di avventuriero europeo; anche qualche bella avventuriera, trapiantata dall’America o dalla Russia Bianca, che esibiscano arroganti la loro onorabilità acquisita. Ci sarebbe poi quest’altra categoria incredibile di piloti di estuario, pieni di conti in banca e di relazioni in mare aperto, tutti europei reclutati fra gli scozzesi. Infine, al bar dello Shangai Club, il cui bancone costituisce il pezzo di ebanisteria più lungo del mondo (“lungo come un fronte mare”), potreste acchiappare al volo un sacco di gustose storielle, procacciarvi incontri, magari trovare qualcuno dei vostri vecchi compagni di mare. Perché tutto, prima o poi, finisce a Shanghai e Shanghai è, tra Java Head e Vladivostok, il prodigioso punto di incontro dell’umanità avventurosa, persistente riparo di uomini di forte tempra, grandi animali selvatici tagliati in un sol pezzo in quella rara materia che si chiama energia.

Da parte mia, da subito rivolto a Occidente, verso la Cina interna e le sue vette dell’Asia centrale, non avrei da offrirvi da questa parte del mondo se non vecchie vie terrestri ormai consumate e dimenticate e, su queste piste senza rilievo, una vasta umanità comunitaria, perfettamente anonima e uniforme e infinitamente gregaria: una massa indivisa, per sempre sottratta ai migliori incidenti dell’individualismo. È in Occidente e non in Oriente che si esercita su di me l’alienazione cinese – la stessa alienazione che crea in noi lo strano anonimato di certi mari. Qualcosa insomma di extraterrestre.

La terra qui, sconfinata, è il più bel simulacro del mare che si possa immaginare: l’opposto e lo spettro dell’oceano. L’ossessione del mare si fa qui stranamente sentire. Una cosa misteriosa, che ho io stesso constatato, è che sugli altipiani dell’Asia, nel cuore del deserto, cavallo e cavaliere si girano ancora d’istinto verso Est, là dove giace la tavola invisibile del mare e la sede del sale. La contrada silenziosa offre allora all’orecchio come un mormorio lontano del mare. E in tutte le lamaserie mongole o tibetane, dove non c’è uomo che abbia mai visto il mare, la liturgia ha come sfondo l’evocazione del mare, le conchiglie marine sono associate al culto, corallo e madreperla sono ornamenti d’altare, e le grandi trombe sugli affusti alle terrazze d’angolo dei templi sono utilizzate per far parlare, a livello più basso, i muggiti dell’Oceano. Negli occhi dei cammellieri incontrati nel deserto del Gobi mi è sembrato qualche volta di sorprendere uno sguardo di uomo di mare. E ho del resto incrociato, lungo il deserto, carri nomadi che drizzavano una vela come in mare. I gabbiani e le parti esterne del Gobi, di cui vorrei parlare un giorno al vostro amico Hudson, mantengono la stessa illusione (infatti discendono dal mare Artico attraverso i bacini fluviali della Russia del Nord).

Si trovano, in tutte queste distese terrestri della Cina interiore, vaste depressioni o conche che si incastrano come antichi fondali del mare. Offrono allo spirito come il contrario del mare: la terra che vuol farsi mare, o il mare che per scherzo si fa sedimento: unità ritrovata, disagio dissipato. Questa trasposizione marina, familiare al geologo, spiega forse perché gli antichi astronomi, affaccendati sulle loro lenti, siano stati portati inconsciamente a chiamare “Mari” i grandi solchi della crosta terrestre della Luna e degli altri pianeti? Lo chiederò un giorno, in America, agli astronomi della nuova scuola. Di repliche viventi degli spasmi del mare, questa gigantesca medusa, ho incontrato altrove solo le aurore boreali. 

Dunque la Cina terrestre, senza paradossi, mi ha reso più cosciente del mio assillo del mare che si fa qui vera e propria ossessione. Non ho mai sentito così bene, lontano dalla vista del mare, quanto il mare sia in noi stessi e come non ci allontaniamo dal mare se non lasciandoci distrarre da noi stessi. Mi appresto del resto a lasciare per sempre questo paese dove ho vissuto cinque anni come diplomatico. Vado a trascorrere qualche mese di congedo sul mare, tra le isole dell’Oceania. Rientrerò poi in America, dove incrocerò Agnes. Spero di rivedervi in Inghilterra, al vostro nuovo indirizzo. Non vi faccio domande sulla vostra opera in corso, perché è una cosa che non si fa, ma penso molto a voi, caro amico e spero che la vecchia artrite vi lasci oggi abbastanza a riposo per dedicare al lavoro la piena libertà dello spirito. Ho avuto con me in Cina, insieme al vostro bel ritratto, l’ultimo vostro libro con dedica, Some Reminiscences, che fa conoscere il vostro lato più umano. Sappiate che voi siete da questa parte del mondo lo scrittore inglese più letto – molto più di Kipling o di Wells il cui senso umano e la cui psicologia appaiono troppo sommari o superficiali. I miei auguri, per voi e per i vostri, scelti tra i più degni di tutto ciò che in voi si ama. Di tutto cuore…

Saint-John Perse

*Raccolta nella sezione “Lettres d’Asie” delle “Oeuvres complétes” di Saint-John Perse (Gallimard, 1972), questa lettera è stata tradotta da Andrea Giovannini