Questo piccolo libro fu pubblicato agli inizi del 1963, l’indomani della morte di Céline. Tre saggisti mi avevano preceduto, Robert Poulet nel 1958, Marc Hanrez e Nicole Debrie nel 1961.

Quale era nel 1963 la situazione di Céline? Grossomodo questa, nell’opinione della maggioranza: non poteva essere un grande scrittore perché era un farabutto (1).

Quando Céline fu preso in esame dai pedanti glossatori universitari, si ricorse a un sotterfugio di un manicheismo specioso: rimaneva un farabutto, ma si acconsentiva a riconoscere che non lo era stato sempre, almeno nelle sue opere. Si aveva quindi il buon Céline, quello del Viaggio e di Morte a credito, e il cattivo, quello di Bagatelle per un massacro e La scuola dei cadaveri.

Restava un passo da fare. Claude Simon, che nulla predisponeva a questo compito, ci riuscì inaspettatamente. Intervistato da Philippe Sollers su “Le Monde” del 19 settembre 1997, oserà dichiarare: “Mi ricordo che si diceva di Céline che era un farabutto. Ho detto: un farabutto? In arte, questo non significa nulla, un farabutto”. Tutto come se avesse letto e fatto sua la cronaca di Guy Scarpetta nel “Le Nouvel Observateur del 30 gennaio 1997. “La vera letteratura non è mai politicamente corretta. Non è mai dalla parte dei perbenisti o dei buoni sentimenti. Il suo interesse principale è semmai l’esplorare l’opposto del consenso, il non-detto del corpo sociale, la parte maledetta della comunità”.

Non si sfugge più alla domanda posta instancabilmente di secolo in secolo: se la letteratura non è faccenda di trasformisti e censori, come spiegare che un artista di genio ha coabitato stabilmente con un poveraccio? Chi si pone questi interrogativi gira invano intorno all’irrisolvibile enigma. Non si ha che da convenire, con Proust e contro Sainte-Beuve, che una grande opera è sempre superiore all’individuo che l’ha scritta, quel miserabile piccolo mucchietto di segreti.

Disegno in copertina di Dionisio Di Francescantonio

Mi sembra il mio saggio d’allora sia afflitto da due lacune. La prima: dovevo piegarmi ai limiti di una collana di opere divulgative, destinate ai liceali e ai loro professori; si trattava, in un numero di pagine stabilito in precedenza (un centinaio circa), di presentare uno scrittore proscritto, dallo status letterario incerto e dalla sopravvivenza dubbia; quindi, di spiegare perché meritasse, nel suo secolo, di essere già considerato come un classico. La seconda: una parte notevole dell’opera di Céline mi restava sconosciuta; né Rigodon né il seguito di Guignol’s band erano stati pubblicati, impedendomi di approfondire ciò che avevo intuito da Normance: il compimento di un rinnovamento del linguaggio e del romanzo.

Ciò malgrado, il saggio, da quel che ricordo, fu ricevuto senza che l’ostilità cospirasse a maledirlo, e il silenzio a trascurarlo. Solo la disonestà intellettuale avrebbe potuto attribuirmi dei secondi fini sospetti. Pronunciavo inequivocabilmente il mio orrore dell’antisemitismo (la mia esperienza faceva il pari con quella di Louis Malle in Arrivederci ragazzi), passione assurda e delirante prima della guerra, passione abietta e micidiale durante l’Occupazione. Fu per me una felice sorpresa constatare che la mia interpretazione di questo aspetto dell’opera céliniana (l’ebreo come il cinese, rivelatori allegorici delle paure di un immaginario sconvolto) fu apprezzata dagli esperti, al punto da essere ripresa da Dominique de Roux ne La Mort de L.-F. Céline [tr. it. Lantana 2015, NdC].

I pamphlet sono più, e ben altro, che l’ammasso di divagazioni di un antisemitismo maniaco e delle fobie di un razzismo da medico igienista. Niente in comune con un follicolo come Le Péril juif, dove il talento di Jouhandeau si assenta, cedendo il passo ad un propagandista d’una incoscienza frenetica. Ci sono, nelle eruttazioni céliniane, non solo delle pagine sublimi, ma, sul tono dell’allegria rabbiosa, l’essenziale di un’estetica d’avanguardia (codificata più tardi nei Colloqui con il professor Y). Impossibile separare il peggio (un odio nutrito dalle frottole degli svitati e dei prezzolati) dal sublime, legati inestricabilmente e – mistero che fa crescere la perplessità – nascenti l’uno dall’altra (l’ideale della grazia educata della danzatrice, conforme ai precetti della razza; la spontaneità del linguaggio parlato che rigenera il linguaggio scritto disarticolando la sintassi e aprendo le cataratte dell’emozione, metafora letteraria della politica spartana, che scatena selvaggiamente l’istinto e le forze oscure). È questo che imbarazza e che obbliga la critica, se essa pretende di essere letteraria, a ricordarsi che la letteratura manca spesso di senso morale, e che occupa sempre un posto di rilievo nei cataloghi di proscrizione del cattolico integralista reverendo Bethléem e del cattocomunista Henri Guillemin, le due specie della sbirraglia clericale.

Avrei molto da aggiungere a questo breve saggio (ho provveduto nelle mie opere successive, riunite dalle edizioni L’Âge d’Homme nel mio Céline et Cie), ma per l’essenziale, non toglierei gran che.

Voilà. Marc Laudelout dà una nuova chance a un testo che non gli è parso quindi troppo indegno per essere ripubblicato. La sua indulgenza rivaleggia solo con la sua generosità. Avrebbe dovuto essere la mia prima parola. Sarà l’ultima; maniera paradossale, ma evangelica, d’essere la prima.

Pol Vandromme

(1) Notiamo come dopo una stagione di rinnovato e vivace interesse per le opere e la vita di Louis-Ferdinand Céline sul finire degli anni 1990 e inizio anni 2000 in Francia e altrove, negli ultimi anni la fortuna critica di Céline è largamente regredita tornando al punto citato da Pol Vandromme in questo passo, segnatamente a causa della “scorrettezza politica” dello scrittore, NdC.

*Questa prefazione, inedita in Italia, fu scritta da Pol Vandromme per la nuova edizione del suo Céline, edita nel 2001 dalle Éditions Pardès a cura di Marc Laudelout e Arina Istratova e edita nuovamente dalle edizioni Italia storica a marzo 2021. Si ringrazia Andrea Lombardi per avercela messa a disposizione.