Saffo è più eccitante di YouPorn. Che novità! Gli Usa scoprono il genio della poetessa assoluta. Che nel suo canzoniere canta (anche) l’amore per la morte

Posted on Settembre 03, 2019, 11:54 am
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Talmente ovvio che non puoi non leggerlo. Su “Aeon” è pubblica una lunga articolessa, Eros at play, firma Jamie Mackay, che ci spiega “perché gli antichi poemi erotici di Saffo sono assai più stimolanti della pornografia moderna”. Ci arriviamo tutti. Le evoluzioni ginniche di su-e-giù su-e-giù nei più variopinti e trapezoidali incroci carnali – specie di tetris del corpo – postati su YouPorn divergono dai superbi versi di lei, “Scuote l’anima mia Eros,/ come vento sul monte/ che irrompe entro le querce;/ e scioglie le membra e le agita,/ dolce amara indomabile belva”. Il paragone può darsi se biecamente giornalistico: da un lato ‘vedi’, con precipizio nell’immediato utilizzo – esploro il porno per eccitarmi, e nel minor tempo possibile – dall’altro leggo, le parole, cioè, eccitano anzi tutto la mia facoltà fantastica, poi, eventualmente, la carne. Nel secondo caso, l’eccitazione dei sensi giunge al soprasensibile. Nel primo, ci si sfoga, semmai, masturbandosi e chiudendola lì.

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In Saffo l’Eros è bestia e dio, spreco, spergiuro, spericolato.

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Intendo. Porno ha a che fare con la vendita, con il prezzo pattuito per chi si vende dando piacere – sacro, piuttosto, è darsi ad altri gratis. Eros per sua natura, sfoga nel recinto divino: si parte dalla carne per giungere alla conoscenza, il piacere porta al sapere. Di fatto, tutto è eros: senza l’attrazione erotica non si ama, non si fa nulla. Anche il lavoro viene meglio se è aureolato di eros: eccitazione nel creare. Bizzarro che una religione centrata sul corpo, il cristianesimo, abbia sostituito agape a eros – terrorizzati dal famelico pagano, il cristianesimo, che ha la quintessenza nella ‘passione’, diviene ‘fraternità’, comunità di simili, affligge l’eros nella quiete dei sensi (che torna turbante nei mistici).

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“Nonostante le distrazioni della vita contemporanea, leggere Saffo rimane una esperienza esaltante come duemila anni fa, quando, uno dei poeti più alti del mondo antico, le sue poesie venivano antologizzate ovunque. Il suo stile delicato, l’attenzione per i dettagli, per il piacere reiterato e rimandato, hanno attirato l’attenzione di Baudelaire e di Swinburne e perfino di Oscar Wilde, che squillò, ‘l’Amore non ha mai avuto un simile canto’. Il ritegno di Saffo è stranamente gratificante, oggi, che la sessualità è totalmente visiva, imposta dal matrimonio tra la pornografia e la cultura pop… Il porno, oggi, è inesorabilmente popolato da corpi anonimi che svolgono gesta atletiche per la gratificazione istantanea di un pubblico di voyeur. Che l’opera di Saffo – intima, riflessiva, eufemistica – mantenga ancora il suo fascino è certamente significativo”, scrive Mackay. Già.

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La parola torna al suo carattere ‘carnale’: lo tsunami di video porno, di ogni stoffa (dalle hollywoodiane performance delle star ai mugolii della vicina di casa arrembata da una truppa di superdotati), provoca alienazione fisica, s’adombra il gusto per il sesso, non si adempie al rischio del rapporto, lo squarcio del corpo. Scrivere, allora, non è impelagarsi nel trascendente, ma massaggiare il corpo, predisporre il nervo alla ricerca totale. Ogni corpo è ostia: lo si mangia per accedere, per ascendere all’altro.

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Eros è contraddizione, spinge verso la mania, il maniaco. L’amore provoca al gesto, ma l’amore è cieco, acceca. Il frammento 50 del canzoniere di Saffo ha nitore erotico perché amore si dispiega in morte:

Morirai tutta. Sottoterra. Ricordo tuo
non vivrà… negativa eternità. Tu non sai le rose
della Poesia. Spenta e vuota, in casa della Morte
galleggerai tra quei fantasmi neri.

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Cito dalla traduzione di Ezio Savino, che amo (sulle traduzioni: al di là del legame speciale tra Quasimodo e i greci, guardare alla consustanziale traduzione di Rosita Copioli, che ha tradotto Saffo in Più oro dell’oro, Medusa, 2006). E che ci spiega: “L’amore era per Saffo la sua lucida febbre, la celestiale arsura che la scuoteva come un vento, che la faceva scolorire come un’erba assetata, che la riempiva di miele e di fiele, anche negli anni dell’età grigia, con il fiore della pelle che s’offuscava, e il bianco che striava l’ombra violetta dei capelli… Il bello fa vivere amore che fa vivere educazione al bello che fa vivere amore che fa vivere… Questo è il cerchio di Saffo”. Educazione al bello, cioè all’amare, unica vita vivibile. Aristocrazia erotica.

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Più che all’amore, Saffo educa alla morte – si ama tanto da morirne. Così nella traduzione spaventosamente carnale di Quasimodo.

Biancheggiano già le mie tempie
e calvo è il capo;
la cara giovinezza non è più,
e devastati sono i denti.
Della dolce vita ormai
Mi resta breve tempo.

E spesso mi lamento
per timore dell’Ade.
Tremendo è l’abisso di Acheronte
e inesorabile la sua discesa:
perché chi vi precipita
è legge che più non risalga.

L’inesorabile cinge in uno amore e morte – con la stessa feroce potenza con cui Saffo narra la bellezza, dice lo scempio compiuto dal tempo, il niente.

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Amando, tu vedi la carne, semmai la parola pronunciata all’orecchio, quel sibilo, ti eccita – ma Saffo, del corpo, vede anche la fine infinita, il morbo del morire – e di questo è poeta.

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Questo è Filippo Maria Pontani:

Ermete venne…

Io gli dissi: “Signore…
no, per la Dea beata,
io non ho gusto di grandezze:

vaghezza mi punge
di morire. Vedere
nella rugiada i fiori
di loto, lungo l’Acheronte!”.

Amare – fino ad amare la morte – a ridurre la morte all’amore. “No, non sono io di quelle/ vendicative. Ho silenziosi sentimenti, io” (frammento 76, secondo Savino). Questo è il poeta. (d.b.)

*In copertina: John William Godward, “In the Days of Sappho”, 1904, Getty Museum, Los Angeles