“La fine è tutto fuorché la fine”: su Roy Campbell, il poeta che salvò Giovanni della Croce dal rogo e che Tolkien trasfigurò in Aragorn

Posted on Giugno 03, 2019, 6:28 am
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Il 6 ottobre del 1944, al figlio Christopher, J.R.R. Tolkien scrisse così: “Si tratta di un discendente dei protestanti dell’Ulster, di famiglia sudafricana. Quasi tutti i suoi avi hanno fatto entrambe le guerre. Lui si è convertito al cattolicesimo dopo aver fatto da scudo ai padri carmelitani di Barcellona contro i comunisti – invano, però, furono tutti catturati e passati per le armi, lui stesso per poco non ci rimise la pelle. Ma ha messo le mani sull’archivio dei Carmelitani e l’ha posto in salvo dagli incendi di guerra, trascinandoselo per tutta la Spagna in mano ai rossi. Impossibile, in ogni caso, darti una idea del suo carattere: soldato e poeta, e per giunta convertito. Quanto di più lontano dalla sinistra-panzer in velluto a coste: tanto panzer che è corsa al riparo negli Stati Uniti”. Poi Tolkien relaziona il figlio in merito alla scrittura del Signore degli Anelli. L’incontro con quel poeta combattente, tra le fiamme della fede, avvenuto qualche giorno prima, lo ha folgorato. Sarà lui l’icona, l’idea primordiale, intorno a cui tessere il personaggio di Aragorn, ‘Granpasso’, l’erede che elude la regalità, il re ridotto a vagabondo.

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Tolkien – nato in Sudafrica pure lui, e non è un dato trascurabile – sapeva guardare oltre l’artiglio dei pregiudizi. Roy Campbell, più giovane di lui di dieci anni, portava il marchio del reietto, pensava che la parola poetica dovesse essere giustificata da scelte radicali, era un vagabondo, ostaggio di incomprensioni e di fraintendimenti, braccato da una colpa che aveva lavorato a lungo, con abilità orafa.

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L’episodio miliare nella vita di Campbell accade nel marzo del 1936. Campbell è in Spagna da tre anni, è un uomo devoto alle vertigini, si dà al morso della Chiesa cattolica. Da Barcellona, passa a Toledo, vive insieme ad alcuni carmelitani, la Spagna arde di guerra. I repubblicani avanzano, assediano Toledo: gli stessi padri che confermano Roy Campbell e la moglie nella fede – a cui si aggiunge la benedizione del Cardinale Isidro Gomá y Tomás, in un rito serale di allucinato valore simbolico – vengono accerchiati, predati, uccisi, “in un’atmosfera che doveva ricordare in modo sinistro le catacombe dei primi cristiani… i diciassette monaci del Carmelo vengono condotti in strada e fucilati. Campbell scopre i loro corpi. Sul muro di una chiesa campeggia la scritta, ‘così colpisce la Cheka’” (Joseph Pearce). Lì, Roy Campbell sceglie. Sta al fianco di Franco – dalla parte sbagliata. Mentre gli intellettuali formidabili pendono ‘a sinistra’, Campbell opta per l’altro mondo. Soprattutto, mette in salvo dai tesori dei carmelitani i libri di Giovanni della Croce, che altrimenti sarebbero stati bruciati insieme agli arredi del monastero. Li tradurrà, con furore mistico che dicono speciale. “Mi è stato maestro”, dice, il poeta, del mistico. Intanto, tutti gli voltano le spalle.

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Aveva già rotto i ponti – e le scatole – prima della guerra civile spagnola, Roy Campbell, rampollo di buona famiglia anglofona, nato a Durban, Sudafrica, nel 1901, approdato in Inghilterra, a Oxford – ma non entrò a studiare – esattamente un secolo fa, subito ben introdotto – piaceva a Wyndham Lewis e a Thomas S. Eliot – con ansie un poco mitomani, di certo suicidali. Campbell pigliava la vita a morsi: diseredato dalla famiglia d’origine, nel 1924 porta all’altare l’audace e selvatica Mary Margaret Garman, ricca, affiliata ai Bloomsbury di Virginia Woolf. Roy diceva che Mary era qualcosa tra Saffo e Santa Teresa d’Avila: di certo, lei si diede, maritata, a una relazione saffica con Vita Sackville-West. La cosa diede noie alla Woolf e mandò in rabbia Roy, poeta volitivo, con i cappelli a tesa larga, un po’ Baudelaire un po’ Indiana Jones. La vendetta fu incisa nell’acido: The Georgiad è una satira spietata contro gli intellettuali inappetenti alla vita, instabili, tutta mente e niente carne, che speculano di vasti temi ‘sociali’ dalla gabbia di cristallo della loro australe austerità. Roy Campbell aveva capito molto della malia e della finzione del letterato. Chiaramente, non gliela perdonarono: nel 1930 Roy, moglie e figli si trasferiscono in Provenza, poi sarà l’ora spagnola. A leggere i ricordi della figlia, Anna, Roy e Mary furono genitori incapaci – “non ci hanno mai spiegato come ci si siede a tavola… o quando bisogna cambiarsi le mutande” – che quasi sempre affidavano i pargoli a tate improvvisate. In ogni modo, il matrimonio durò, fortificato, forse, dall’estetica conversione di entrambi.

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Il punto, piuttosto, è questo. Roy Campbell è uno dei più potenti poeti in lingua inglese del secolo scorso. L’opera più grande la scrive a 23 anni, nel 1924, s’intitola The Flaming Terrapin, è un poema di altisonante vitalità, quasi il controcanto alla pallida Terra desolata di Eliot (che amava molto il bistrattato Roy). Se non avete mai sentito dire di Roy Campbell, non fatevene un cruccio: in Italia non l’ha tradotto nessuno. Anche in UK, in effetti, nonostante la folta bibliografia (e la biografia di Joseph Pearce, Unafraid of Virginia Woolf: The Friends and Enemies of Roy Campbell, 2004), se possibile evitano di pubblicarlo. Eccessivo in tutto – soprattutto nel linguaggio lirico, grave di immagini, pieno di bordate retoriche, magnetico – Roy Campbell, nel 1939, pensa bene di pubblicare un poema satirico che esalta, con verve, la vittoria di Franco, Flowering Rifle: A Poem from the Battlefield of Spain – con cui si garantisce la damnatio memoriae e l’epiteto – tornato di moda – di poeta “fascista”. In realtà, durante la Seconda guerra si scaglia contro i Nazi, prega di essere arruolato nella British Army, continua a sfottere i poeti che blaterano bene di Hitler dagli attici newyorchesi ma non scendono a combattere, fu inviato a Nairobi e a Mombasa, ma invero, falciato dalla malaria, combatterà poco. C.S. Lewis, a differenza di Tolkien, non lo sopportava, “ha il lezzo tipico dei cattolici fascisti”, diceva. Roy trovò da fare alla BBC, diventò amico intimo di Dylan Thomas – più che parlare di affari letterari si gettavano a bere come disperati. Durante una lettura pubblica, diede un cazzotto a Stephen Spender, colpevole, insieme a Auden, di essere un poeta senza spirito, solo parole al vento e condanne rivolte all’aria, sovietico per vezzo. Spender, tuttavia, continuò a dire “è un grande poeta… dovete capirlo”. Dal 1952 si mosse verso il Portogallo di Salazar: conosceva gli stenti, pensava con amore al martirio, scrisse la sua autobiografia, Light on a Dark Horse. Dopo aver letto le sue traduzioni di Giovanni della Croce, pare che Borges fosse stato sul punto di convertirsi seduta stante, poi sbottò, sono migliori dell’originale. Tradusse anche Rimbaud, anche Baudelaire, e morì, in un incidente stradale, vicino a Setúbal, nel 1957, il lunedì di Pasqua. “Al momento dello schianto che lo ha ucciso, la reputazione di Campbell era pari a quella dei più alti poeti del tempo. La sua ruvida personalità, incisa nel diamante, la sua capacità narrativa irrefrenabile, furono accolte con stupore nella Londra del dopoguerra. Anche se ha continuato a maltrattare l’establishment della sinistra in modi eccessivi… fu considerato come uno dei più eminenti personaggi letterari dell’epoca. Per Evelyn Waugh era ‘grande, bello, semplice, dolce e selvaggio’, per Laurie Lee era ‘uno degli ultimi enormi artisti pre-tecnocratici, la cui poesia, come nel caso di Byron o di D’Annunzio, è un impegno fisico con la vita’. Fu ammirato da Thomas S. Eliot, che lo pubblicò, da Sitwell, che lo idolatrava, da Wyndham Lewis e da Charles Tomlinson”, scriveva dieci anni fa Roger Scruton, in un vasto articolo pubblicato su “The American Spectator”, A Dark Horse. “Campbell scrisse pentametri vigorosi, nei quali ha distillato la più prodigiosa serie di immagini, inebrianti di vita, mai letta in altri poeti del XX secolo. Era veemente, spesso satirico, a volte insostenibile. Era un avventuriero spericolato – era un sognatore di sogni”, scrive ancora Scruton. Non penso che esista didascalia più bella per un poeta – che di solito è uno sconfitto, certe volte sceglie la sconfitta, tenta, ingiustificato, una giustificazione estetica, mette il ‘bel gesto’ prima del buon cervello, si lancia, a scartavetrare l’identità. Che sia ancora tabù, che il suo nome sia al bando, è un vanto; che nessuno lo traduca, ancora, è idiozia cristallina, ormai consueta, purtroppo. Questi non sono tempi per i poeti – che sbagliano con ostinata arrendevolezza, perché qualcuno li baci in bocca. (Davide Brullo)

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Contro il cielo oscurato si sono raccolti innumerevoli
avvoltoi bellicosi che vogliono fioccare sul mio corpo;
contro il debole arco della trama celeste
dietro l’oscurità che incombe sulla notte ancora nascosta;
contro il fatto che crediamo che la fine
sia tutto fuorché la fine, e che la carne stravolta si sbricioli
e che l’animo orgoglioso, preso a nolo dal suo tempio, cada
nell’oscurità dove batte contro il vuoto dei venti
in un vortice che percorre l’aria come fanno le zanzare – cos’è
che ci marchia sulle cime di montagna,
così senza paura sul ciglio dell’abisso,
dove nello spazio del terrapieno roccioso e sottile sprofondano
e sibilano i venti abbandonati?
È il cantare, silente, dell’anima:
Contro i tempi che cambieranno e le età di tempesta che fluiscono,
io sono il vecchio cacciatore delle pianure
che affetta la pelle increspata del Bisonte:
parola d’ordine: io sono il sognatore che rimane per voi,
l’Uomo che si ritaglia nitido sull’ultimo orizzonte!

Roy Campbell

* la traduzione è di Andrea Bianchi

**In copertina: Roy Campbell e la moglie Mary, a sinistra, negli anni Venti, insieme al pittore Jacob Kramer e alla musa, Dolores