Philip Roth ha incarnato il tipo dell’ebreo Americano che aveva il privilegio di non andare in guerra e quindi poteva scrivere, scrivere e ancora scrivere: aveva il lusso di una formazione e di un’appartenenza al punto di gravitazione della società, la classe di mezzo, quel centro liberale con la sua assimilazione e integrazione che gli consentiva di prendere quel che voleva della cultura e della controcultura senza appartenere a nessuna delle due e senza farsene trattenere. Riusciva a scrivere per questa classe e di questa classe e così ha potuto innalzarsi al successo scandalizzandola, e poi mantenersi in vetta elogiandola.

A quattro anni dalla sua morte esce nel mondo anglofono una sua biografia di proporzioni mostruose: Philip Roth: The Biography, di Blake Bailey. Stampa Norton al prezzo ragguardevole di 40 dollari.

È un libro che sfonda le 900 pagine ma dice poco sul lato critico o di composizione filologica dell’opera. Si accosta semmai al pettegolezzo storico, motivo per cui ha storto il naso su Harper’s Magazine uno scrittore americano quale Joshua Cohen (in Italia è curato dalla bravissima Durastanti).

Traduciamo qui sotto i punti più gustosi della recensione di Cohen, fatta in prima persona da un Philip Roth che si immagina abbia letto la sua biografia comodamente all’aldilà. Ci sono dei punti molto rielaborati, di pura interpretazione: è come se Cohen volesse scrivere lui la biografia di un Roth in punto di morte, permettendosi qualche sciabolata psicologica.

Uno per tutti: “Ma se posso immaginarmi nelle vesti di mio padre, o di mio fratello o dei ragazzi della palazzina, mia madre mi è rimasta inaccessibile: era lei a immaginare me promuovendomi costantemente su Sandy in quanto ero io il minore. Non era tanto che non riuscissi io a soddisfarla, era lei che rimaneva del tutto non impressionata: per lei, il mio successo – uno dei più bizzarri nella letteratura americana – era una cosa da attendersi. Certamente le mie prime storie avrebbero fatto un buco nell’acqua; certamente il mio primo libro di storie – che è ancora il mio unico libro di storie – sarebbe diventato un bestseller, e poi sarebbe finito sullo schermo.”

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Solo due parole di allerta. Il genere biografico da noi ha poco successo. Questo è dovuto al fatto culturale che i protestanti inglesi duecento anni fa coltivavano tre cose: “opere di moralisti inglesi, epistolari e qualche biografia di scrittore di vaglia che abbia molto sofferto” (l’elenco è compilato citando dal capitolo 11 di Persuasione di Austen, prima parte).

La biografia scaturisce originariamente dalla raccolta di lettere, ma soprattutto da una considerazione del tutto laica sulla vita.

Questo avveniva al nord, da noi era in auge l’opera buffa e la buona cucina.

Andrea Bianchi

L’arte ebraica della biografia innestata sul ceppo inglese

“L’epigrafe del libro riporta questa frase di Roth al suo biografo: Non voglio che lei mi riabiliti. Basta che mi renda interessante. Blake Bailey non attribuisce quelle parole  a ‘me stesso, il tipo che ha scritto questo libro’, ma ‘al biografo di Philip Roth’ e così apre il testo con uno dei più vecchi trucchi retorici: l’illeismo, il parlare di sé in terza persona. Riformulato così, con abilità, così amato da autori e politici e altri che tendono a proiettare la loro autorità senza guadagnarsela – eppure questo trucco mi lascia scosso e mi fa ricordare di quell’altro bocconcino triviale che ho preso dai miei amici di Israele, da Amos Oz o David Grossman o AB Yehoshua, ora non so bene da chi con precisione. Ricordo solo che uno di loro mi disse che la parola ebraica nistar indica quel che è nascosto, celato, spesso in modo segreto e mistico, e questa parola è anche comunemente usata per la terza persona grammaticale. Quando scrivi lui stai usando il nistar e mi chiedo se in fondo questo indice del libro che ho sotto gli occhi non vederlo leggerlo così, leggendo la mia biografia come quella di tutti gli altri, come se non fosse la mia, ma di un mio oppositore, della mia nemesi (per usare il titolo del mio ultimo romanzo).”

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Un Kafka all’incontrario

“Alla fine questo libro ricorda un reality o un programma a premi – chiamatelo The Apprentice o Il secchione o Chi vuol esser Biografo? – in fondo lo scrittore sceglie il partecipante fortunato e dà a questo tipo i suoi archivi; siede con lui per le interviste e le pianifica, fa incontrare il ragazzo coi suoi amici e le sue innamorate di un tempo, e non solo non interferisce col suo testo finale, ma effettivamente annuncia l’accordo a un prezzo ragionevole (‘Biografia stabilita da Philip Roth il quale ha garantito indipendenza e accesso completi’), poi se ne va a morire, e pure senza eredi – il metodo migliore per garantire a un biografo la sua libertà. Che succede dopo? Riuscite a indovinare? Si pubblica la biografia, l’eredità dello scrittore scricchiola. Chiamatelo un Kafka all’incontrario, o un Brod al rovescio: Bailey soddisfa le mie ultime volontà e minaccia di rovinarmi la reputazione.”

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Scudisciate per il biografo

“Anche se non metto in dubbio l’accuratezza del suo resoconto, intendo sollevare dubbi pesanti sul suo significato, sul bilanciamento delle pagine. Bailey adopera 241 parole, quasi una pagina, per parlare del backstage e del litigio legato a una lettera di promozione di un mio romanzo? E poi spreca altrettanto spazio per dire quel che scrivevano nelle loro recensioni Michiko Kakutani e, Dio mi aiuti, Norman Podhoretz? E poi c’era chi blaterava sul circuito dei premi, accennando alle richieste di interviste  della CNN e dellAssociated Press dopo la vittoria del Pulitzer, e chi straparlava a proposito dei messaggi di congratulazioni di DeLillo (Stanotte versati del brandy sopra il budino) e di Bellow (Pensavo di lasciare un bouquet).”

La solita maledizione

Perché di mia volontà mi sono sottomesso, mentre si avvicinava la senescenza, al giudizio di un biografo professionale col compito di scrivere per un pubblico più addolorato e sensibile che mai, e meno incline che mai a separare la Vita dall’Opera, specialmente quando entrambe erano mie, di un eteronormativo bianco senza rimorsi? Perché, alla fine, rischiare tutto?

“C’è una parabola Yiddish che potrebbe essere appropriata qui e che dice di un uomo che aveva provato delle grandi perdite. Con tutte le sue afflizioni in amore e guadagni, l’unica cosa che effettivamente lo sollevava era quel che noi chiamiamo un’ideazione suicidale: il pensiero che poteva in ogni momento uccidersi. Ogni volta che si sentiva miserabile pensava che uccidersi era sempre un’opzione e questo gli dava speranza, speranza sufficiente a continuare. E così continuava finché un giorno che camminava su un ponte il calesse di un nobile non lo investì. Arrivò all’aldilà e trovò che era identico alla vita che si era lasciata dietro, tranne che non c’era più l’opzione di uccidersi. E così anche se era in paradiso pensava che fosse l’inferno.

“La lezione? Non ne sono sicuro ma ci ho pensato su. Forse è qualcosa del tipo: solo un uomo che sia capace di distruggersi è libero? Prima credevo a questa cazzata o perlomeno mi divertiva. Poi sono morto e ho trovato la fonte di questa schifezza. So da dove arriva. I goyim li chiamano demoni e cacodemoni e folletti di perversione; i miei antenati che parlavano Yiddish li chiamavano dybbukim e avevano paura, prima di morire, di diventare anche loro dei dybbukim: anime in fuga che si infilavano dalle mie narici prendendo residenza nella mia pelle e possedendomi; torturandomi coi loro affari infiniti, in un processo mistico e malevolo che solo coloro che non l’hanno mai provato possono considerare come ispirazione. Mi chiedo come la vede Bailey su queste cose. Mi chiedo se le dozzine di scrittori che hanno pubblicato monografie accademiche e memorie su di me sin da quando sono morto si siano sentiti posseduti”.