“Cercava quello, il cristallo che è in ogni uomo. Tutti avevano segretamente paura di lui”. Il romanzo del giovane Gengis Khan

Posted on Maggio 17, 2020, 7:03 am
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Sotto la pioggia, le yurte sembravano lanterne, in un vuoto che precede il creato, enormi meduse che, ondeggiando, impongono alla Terra una nuova preistoria. Il cavallo, Serpente, era morto dopo la gara cerimoniale – si sposava la cugina diretta di Höelün-üǰin – e il re, Yesügai-Bagatur, era inginocchiato presso l’occhio del cavallo, parlandogli, implorandogli una pur parziale estasi di pietà. Sarebbe stato seppellito con troppi onori, Serpente, avvolto nel telo dove è cucita la storia del clan, come uno dei figli del re, perché dal rumore degli zoccoli del cavallo è nata la Terra, dalle narici le stelle e i mondi, dallo schiocco della coda e della criniera le moltitudini e dal suo desiderio di comandare e di obbedire l’uomo, è detto. L’occhio del cavallo si dilatava, nella morte, occupando tutto il muso, e Yesügai-Bagatur avrebbe voluto entrare lì dentro, sparire, lasciando decidere al destino di sé, e non più a una erronea, errante, ereditaria idea di impero, di grandezza. Ma fu il figlio a scostare il padre – un figlio che agli occhi del clan ha la forza patrizia di sollevare il dolore di un padre – e dire l’ultimo grazie alla bestia. Il bambino si accovacciò sul petto del cavallo, come se volesse assaggiare il suo latte – e fu ancora la pioggia a dare un ritmo verbale a tutte le cose, rinvigorendo, anche, la nostalgia che agita i mondi al di là, quelli che ci determinano – e vide la nuova vita del cavallo, e come lo avrebbero chiamato i morti, e la lista delle sue attese. Toccò l’erba che cresce nel regno dei morti, Temüǰin, figlio di Yesügai-Bagatur, e fu tentato di divenirne il sovrano, il bambino che sconvolge l’asse della vita, come aveva previsto l’uomo magico che gli aveva dato il nome. Quando si svegliò, prese il volto del padre con entrambe le mani – i ricordi rodono la nostra vita come sabbia – gli disse l’attimo e il dicastero del cavallo, e dove abitava, ora, e Yesügai-Bagatur si sentì nuovo, innaturale, il figlio di suo figlio. Della pioggia va detto che mette ordine alle cose, disciplina l’ambizione in rinuncia e fa del fiume un cielo, una legge.

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Ardita e beata agli spiriti, Höelün-üǰin curava amorevolmente i figli, prendeva con sé un cestino di scorza, cercava radici di sudan nella steppa e li nutriva. Presso la madre Höelün-üǰin i figli nutriti di cipolla e ciliegie selvatiche crebbero nella dignità di khan

La yurta ha la forma della volta celeste, nella yurta il tempo è immutabile perché le storie che si tramandano sono sempre le stesse e di quelle gli uomini sono un paragrafo, i bambini un verbo. Eppure, di notte, le stelle sono così tante che sembrano una pioggia di frecce, il morso del dio persiano dai diecimila denti. Temüǰin, di notte, tocca le stelle con un dito, sembra giocare a dadi, e le riesce a scostare come se il cosmo fosse un lago. Quando gli uomini sono alla razzia, Höelün-üǰin dorme con il figlio – i fratelli sono invidiosi ma nessuno sfida gli occhi di Temüǰin, tanto profondi che disorientano – Temüǰin è un bambino temuto, è un bambino che non parla, è un bambino solo. Höelün-üǰin canta al figlio il canto con cui fu creato il cielo e la terra, e gli alberi e la pianura, e il clan e la tigre, un canto che precede gli dèi, che ricorda di Dio la parziale sovranità, e degli uomini dice l’arcaica innocenza, l’arcano del candore. Quel canto, arrivato dal mistero, continua a condurre le cavalcate, a impegnare alla ferocia, a elevare a re il desiderio – quando si fermerà, gli alberi, eredi del tempo, cammineranno. Temüǰin aspetta che la madre dorma, le tocca gli occhi e nel sonno la fa parlare con i morti, con il padre, ucciso dai Tatari, e con la sorella, morta a causa di un fulmine. “Amare il punto di cristallo che c’è in ogni uomo, l’ago inalterabile, che non riguarda il carattere, che non si fraziona nei sentimenti, che non è inquinato dall’emozione”, avrebbe scritto, Temüǰin, molti anni dopo, dopo aver cambiato molti nomi e assunto molti onori, orientato dalle raffinatezze della corte cinese, a una principessa di Bucara. Diceva di ricercare “il candore” e che ogni suo atto era “scandito dall’estrema pulizia”: sembra strano che parole come candore e pulizia siano associate all’eccidio, allo sterminio sistematico, e che possa esserci una perla nell’assoggettare. Più di ogni cosa, cercava quello, il cristallo che giace negli uomini – ancora passeggiava nei regni dei morti, per trovare conforto – come ultima strategia di seduzione disse che gli occhi della principessa erano come quelli della tigre bianca, “che ringrazia chi uccide e chi la uccide”. La seduzione era inutile – ma Temüǰin, che nessuno chiamava più così, ormai, si illudeva che qualcosa gli sfuggisse, che qualcuno potesse rifiutarlo, fosse finalmente più grande di lui.

Quando dormiva, la madre spesso si agitava e si chiudeva: il figlio, Temüǰin, che stava sveglio a lungo, la custodiva e la cullava, come se fosse il suo uomo. Tutti sapevano che Temüǰin aveva il nome segreto, quello che permette l’accesso nel luogo dei morti, e ne avevano segretamente timore. A volte i falchi, dopo aver ucciso una bestia, la portavano, sviscerata, dove era Temüǰin – il bambino chiamava la madre – il rapace scappava, e il suo becco, conficcato nel cielo, sembrava l’amuleto che si regala a una sposa per prevenire il tradimento.

Davide Brullo

*In copertina: una fotografia di Ken Hermann e Gem Fletcher sull’arte mongola della lotta