“Vent’anni fa esordii con un romanzo giallo, alchemico, che fu tradotto all’estero. Quando mi è arrivato il contratto ho pensato: chi diavolo può leggere una cosa del genere?”

Posted on Settembre 24, 2020, 9:58 am
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«La biblioteca comprendeva libri di tutti i generi, tra cui diverse edizioni in lingua francese e testi molto interessanti. Sfogliò alcuni tomi del Nuovo Dizionario Istorico del 1796, compulsò alcuni trattati ottocenteschi di botanica, erboristeria e anatomia debitamente illustrati. Nella sezione contrassegnata AL trovò, fra gli altri, gli studi di Holmyard su Geber, i trattati del Wirth, i due testi del leggendario Fulcanelli e quelli del suo allievo Canseliet. Scorrendo i titoli fra le diverse collocazioni, notò La grande triade di Guénon, i sei volumi della History Of Magic And Experimental Science di Thorndike, l’opera omnia di Wilhelm Reich, Le taoisme di Maspéro» (Paolo Ferrucci e Giacomo Leonelli, Omicidi particolari, Piemme 2000).

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Vent’anni fa, quando stavo per esordire con un romanzo giallo (scritto insieme a un amico), mi trovavo a Milano nell’ufficio della direttrice editoriale di Piemme, che voleva curare personalmente l’editing. A un certo punto dovette assentarsi lasciandomi solo per qualche minuto, e nell’attesa non potei fare a meno di sbirciare sulla sua scrivania. In cima a un mucchietto di carte c’era una lettera su carta intestata di un professionista, non ricordo se ingegnere o altro, che cominciava così: «Dottoressa Xxx , cosa fa l’autore in ansia? Ansima. Sono dunque in trepidante attesa…». Già lì capii meglio il calderone in cui mi andavo a infilare.

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Tempo prima mi ero messo in testa di scrivere un romanzo, così riuscii a coinvolgere un amico riminese coltissimo, che ne aveva pochissima voglia ma si lasciò convincere. Tale era la mia ossessione che ci lavorammo per un paio d’anni (io studiai montagne di materiale), finché – per vie traverse – il libro venne pubblicato dall’editore Piemme. Non solo: nel 2003 fu comprato dall’editore svizzero Scherz, in seguito assorbito dal colosso tedesco Fischer Verlage, il quale dopo 13 anni decise di ripubblicarlo in economica, cosa che mi stupì non poco: Tod eines Alchimisten (titolo più appropriato di quello italiano) era un libro pretenzioso, dilettantesco, scritto da un apprendista con un aiuto-apprendista, che capivano a fatica cosa stessero facendo. Un primo esperimento assoluto, compilato come una tesi di laurea, un tentativo di romanzo colto che ricopiava la struttura per scene de La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, l’erudizione compiaciuta di Umberto Eco (tutto ruotava intorno a manoscritti alchemici), l’atmosfera de L’avvocata delle vertigini di Piero Meldini (una scena era ambientata nella Biblioteca Gambalunghiana di Rimini, con omaggio a Meldini medesimo), con il filo conduttore imperniato sulla comunità di recupero di Vincenzo Muccioli, dipinto come il capo di una Banda Bassotti. Insomma, un romanzo a chiave pieno di digressioni e citazioni, un’esibizione velleitaria, immatura, che ricalcava modelli; una cosa che letta oggi sarebbe da bocciare senza rimedio. Quando ho ricevuto il nuovo contratto per la riedizione di Fischer ero quasi seccato, pensando a chi diavolo potesse leggere una cosa tanto superata, una storia che consideravo sepolta, di cui quasi mi vergognavo.

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Il desiderio di scrivere mi aveva colto sciaguratamente mentre frequentavo l’università, dopo aver letto Atlante Occidentale di Daniele del Giudice. Un romanzo che mi sembrava totale e inarrivabile, con un nitore e una forza tali da portarmi a fare sogni notturni in cui la mia prosa scorreva come un rivolo perfetto e cristallino, chiamandomi e lasciandomi sospeso in un’area di totale possibilità. Un libro pesantemente tecnico e pesantemente letterario, che mi prese in braccio fino dall’incipit, una cosa mai successa prima.

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“All’inizio del campo d’erba provò il timone; poi, dondolando le ali, cominciò a rullare. Il volantino gli spingeva i gomiti vicini ai fianchi e la coda bassa dell’aereo gli spostava il viso in avanti, spartendo la visuale tra gli orologi del cruscotto e gli alberi lontani, come una lente bifocale. Ciò che pensava come una sua posizione era in realtà l’adeguamento a tutto quanto, dall’aereo e da fuori, gli veniva incontro, compresa la sua faccia resa anamorfica dal sole sulla curvatura del plexiglas. Ogni campo d’aviazione ha una luce molto più aperta della città con cui confina, e un colore pastello che dà solidità alle cose; ha anche un punto d’attrazione, dove la velocità coincide finalmente col rumore. Filava verso quel punto aspettando che l’hangar, la pompa di benzina e l’ufficio del noleggio scivolassero sempre più veloci ai lati. Era capace di sentire quand’è il momento, però guardò il tachimetro. E solo dopo si staccò da terra”.

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Da allora mi misi a desiderare la pratica della letteratura, a scapito dello studio per gli esami di economia, di matematica, di diritto, incombenze che quasi divennero maledizioni, mentre i miei interessi si orientavano altrove. E quando a scrivere mi ci misi davvero, dopo anni, mi trovai ad applicare i dettami di Eco quasi senza saperlo, progettando i romanzi come se fossero edifici, con avventure, intrighi, misteri, omicidi, concatenazioni, funzionalità, incastri, corsi e ricorsi, il tutto in un’attività calcolata, come un lavoro tecnico. In pratica, ciò che gli scrittori con finta modestia chiamano “artigianato”, io lo chiamo muratura, edificazione, su una base architettonico-ingegneristica che con la letteratura non avrebbe a che fare. Un artificio di posa di fondamenta, di articolazione di uno scheletro, di gettata e consolidamento di snodi e collegamenti, di vestizione e riempimento, di decoro e orpello, di significazione allusiva e d’illustrazione, di rifinitura. Tutto questo lo vivevo come rito e liturgia, come un atto sacro che prima di essere compiuto necessita di preliminari, di prolusioni, di pre-intenzioni, di prospettive. Così organizzavo documentazione, indagini, studi, riflessioni, emozioni nell’immaginare ciò che si sarebbe creato. E lì accadeva che la concentrazione – che per me è sempre stata volatile, a partire dallo studio – si metteva a lavorare come una specie di macchina, in maniera diretta, senza sfiati o perdite di pressione, senza svalvolamenti, con un funzionamento deciso e univoco. E un obiettivo preciso che muoveva tutto.

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A quella prima creatura, scarsamente sensata, ne è seguita qualche altra, fatta meglio ma sempre carente di motivazione, di spessore, di urgenza. Prodotti da banco simili a migliaia di altri, che oggi risultano tanto superati da esser giustamente seppelliti. Ma è stata una palestra importante, dove ho sviluppato la cattiva abitudine di analizzare i testi, arrivando talvolta a rileggere un libro un pezzo qua e un pezzo là, senza ordine, anche smembrando la materia di lettura, lottizzandola in modo tecnico, riconoscendo dissonanze o imperfezioni, cosa che applicata ai testi narrativi fa perdere il gusto di sospendere l’incredulità, inquinando così il sacrosanto piacere della lettura. Non so se questo mi faccia diventare un lettore avvelenato, o un lettore vagamente deviato, incapace, o un lettore sciaguratamente consapevole. Resta il fatto che rileggendo oggi Atlante occidentale, nell’epoca stravolta in cui siamo, mi sento ancora rapito, preso da quella necessità di mutazioni, da quella terminologia nomenclatrice semi-antiquata e modernissima, e dal desiderio di essere qualcosa che non sono stato capace di riconoscere. L’esplorazione, lo scandaglio, la caccia all’elusivo e all’inafferrabile, il rovesciamento del reale, tutte partite ancora aperte.

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“Passarono velocemente tra gli scaffali di ricambi per il vuoto spinto, con tubi isolanti, giunti in lega, giunti ruotanti, labirinti, sbarramenti gassosi, valvole di regolazione criogenetica per temperature dell’elio liquido; attraversarono la vasta offerta di lamine per i magneti di focalizzazione e i magneti di curvatura; superarono anche i ripiani con i tubi di potenza e i klystrons e le piastre di niobium per le cavità superconduttrici. Non si fermarono a dare nemmeno un’occhiata, dato che tutto questo non riguardava i rivelatori e non era ancora il vedere, ma soltanto la base per produrre quello che forse si sarebbe visto. Rallentarono davanti ai ripiani con le lastre di scintillazione, le plastiche in sfoglie e barre, le guide di luce, dove cominciavano i ricambi del vedere, i fotomoltiplicatori divisi negli scaffali per tipo e per potenza, fotodiodi, fototubi con le basette di alimentazione, fototriodi per le bassissime luminosità, fototriodi di solenoide per i forti campi magnetici, fototriodi con risoluzione anche di un singolo fotone. Si fermarono tra i ricambi per la presa dati, il culmine del vedere, tra scaffali di moduli per i rack e schede singole per gli chassis di acquisizione e manipolazione, schede di trigger processing, schede di discriminazione del rumore di fondo, schede con due o tre cancelli di memoria, e ogni tanto ne prendevano qualcuna e la rigiravano tra le mani, fastbus, bus ausiliari per la memoria esterna dove parcheggiare dati senza mandarli al calcolatore, schede di traslazione ultrarapide, schede di speech processor per far parlare gli strumenti, schede generatrici di frasi, e schede per aprire finestre di tempo in nanosecondi e picosecondi, dato che quello che si vedeva durava miliardesimi di secondo e nessuno l’avrebbe mai visto con i propri occhi, ma solo dalle tracce computerizzate di ciò che era decaduto avrebbe potuto intuire e immaginare, immaginare con rigore e prova, ciò che si era generato per trasformarsi subito in tutt’altro”.

Paolo Ferrucci