“Che poeta che sono. Senza preoccupazioni e felice”: amanti di Roberto Bolaño, accorrete! Ecco un canzoniere coi fiocchi (altro che quella noia di Neruda!)

Posted on Giugno 24, 2019, 8:30 am
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Com’è giusto che sia, la lingua italiana che ha insegnato all’Europa a dire l’amore, la passione e la creazione femminile della vita – la poesia insomma – ora subisce una punizione per aver portato troppo avanti i suoi poeti.

La punizione è questa: da noi si legge meno poesia che altrove, non si spiega altrimenti perché gli inglesi dispongano già del quadernone poetico del nuovo cileno, altro che Neruda e le sue scariche di noia (“corpo di donna, bianche colline”) ma proprio Roberto Bolaño.

Del cileno abbiamo in italiano solo un paio di libri tradotti dalla Carmignani per l’editore Sur: Tre (con tanto di prefazione firmata Andrés Neuman, pupillo spagnolo di Bolaño) e Cani romantici. Urge una spiegazione su com’è diviso il quadernone: Università sconosciuta si riparte in tre parti. La terza, quella con l’uomo maturo, è stata già documentata su questo giornale. Qui sotto potete fare un altro assaggio molto corroborante, a metà tra prosa e verso: poesia che innesca la prosa.

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Meglio imparare a leggere che imparare a morire

Molto meglio / e molto più importante / l’alfabetizzazione / che l’arduo tirocinio / alla Morte / Sarà con te per tutta la vita / e ti darà in proporzione / la felicità /e una certa sfortuna (o due) / Apprendere a morire / D’altro canto / imparare a guardare / In faccia la morte nel suo mantello / Ti servirà solo per poco nel / breve momento / di verità e disgusto / e poi mai più.

Epilogo e morale. Morire è più importante che leggere, ma dura di meno. Potremmo dire che vivere è lo stesso che morire giorno per giorno. O – in via obliqua – che leggere significa imparare a morire. Per concludere, qui come in tante altre cose l’esempio continua a essere Stevenson. Leggere è imparare a morire tanto quanto imparare a essere felici, a essere coraggiosi.

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Se Bolaño vi sembra un visionario, allora potete rimangiarvi le parole e vedere che combinava tra i venti e i trent’anni, aveva appena lasciato Città del Messico con un carissimo amico, Bruno Montané, per trasferirsi a Barcellona e di lì, pensava, a Parigi e poi definitivamente in… Svezia. Questo progetto delirante non andò in porto e il nostro si fermò a Barcellona.

Si insinuò nella città, fece il guardiano di campeggio in Costa Brava e patì molto il trasferimento dell’amico Montané a Berlino: la vicenda è stata documentata pochi anni fa da El pais (qui). 

Il bello è che Bolaño privato è di una volgarità umoristica che non teme paragoni. Ecco come dà il suo viatico all’amico che se ne va nella godereccia Berlino ovest degli anni Ottanta: “Orrore, non distinguo destra da sinistra, questo non va bene, d’accordo che troverai molte topoline a Berlino, tutte carine e dolci con le loro gambe, i loro clitoridi e punti g, ti manderanno tutte al tappeto o con la testa o col cuore, a meno che con te non si mettano a praticare il feticismo, le gambe avvolte da nylon nero, un po’ in carne e in calore. E poi magari ne troverai di giovani e ben messe col balcone! Altro che quelle che trovavi qui in riva al mare, quelle false cacciatrici che non ti filavano mai, tutte poetiche e tu manco capivi i loro segnali, ah ah, e dovevi sempre offrire da bere alle ragazze di Barcellona per aver qualcosa”.

Che dichiarazione di poetica! Vale più delle stratificazioni a tre di Piccolo sulla natura del mascolo italiano: solite minchionerie.

Un altro breve trattato di estetica si trova in una lettera di quel giro d’anni al solito Montanè: “Che qualità ricerchiamo nei libri di poesia? Certamente non la trasparenza lungo la quale permane una vita senza convulsioni; né tantomeno i problemi personali, da letterina all’amico, del poeta. Quindi cerchiamo la trasparenza come segno nel vuoto – la trasparenza come segnale dentro la trasparenza medesima. Di conseguenza io riesco a vedere che in Purgatorio Zurita ritaglia le sue silhouette sul fondo del poema: i suoi problemi, la sua via crucis è roba pop, si raccoglie in una riconversione universale che parla a tutti noi coi nostri guai (la voce di una donna, i suoi seni caldi, il suo destino…) e i terrori del poeta sono i terrori che appartengono a tutti”.

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Le poesie della prima parte del quadernone, Romanzo di neve, sono tutte viscerali, come potete immaginare. Ne traduco le più vigorose. Sono un grido e una speranza: di poeti non ne nasce uno ogni cento anni (cazzata di Moravia davanti al feretro di Pasolini) ma ogni volta che nella notte della città gli orgasmi si richiamano come campane.

Andrea Bianchi

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Bambini alla Dickens

Tu ammiri il poeta coi nervi d’acciaio – giusto?
Giusto – allo stesso modo ammiri
L’operaio dai turni massacranti e il negoziante
Che si addormenta all’alba mentre conta le monete grosse
E poi le ragazze di venticinque anni che trombano tutta la
Notte e che l’indomani danno tre o quattro esami
All’università
È duro comprendere quanto sopra – voglio dire
Che è un po’ come vedere in camera propria degli animali selvaggi che
Si insediano come fossero gufi o bambini usciti dalla mente di Dickens – come le lucertoline di
sesso indefinito

Dipinti da Moreau – come avere il sole e il suo doppio in camera
Il rintocco dei passi che può arrivare in ogni momento
Come una scultura di gesso un po’ sporca – gli occhi all’insù
Del santo in estasi di godimento mentre galoppa il suo cavallo
Verso il Drago

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Non comporre discorsi ma poesie
Scrivi preghiere che poi sussurrerai –
Prima di scrivere queste poesie
Starai già pensando che non le scriverai

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Le chiesi se era ancora lì.
Disse che sarebbe arrivata.
Nevica ancora, la avviso.
I suoi libri sparpagliati.
Senza alcuna utilità per far l’amore.
Sei mesi che una ragazza non saliva quassù.
Enfatica e categorica, lei dal telefono mi dice
Di una mosca che batte
dall’altro lato della finestra.
Come stesse sputacchiando sullo specchio, aggiungo io.
Che poeta che sono.
Senza preoccupazioni e felice

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Non può succedere nulla di male – Victoria e io
Auguro ogni bene a chi ha ricevuto qualche talento oscuro
E manco un po’ di fortuna – gente così l’ho vista spesso
Risvegliarsi sul bagnasciuga e accendersi una sigaretta
Come fossero gli unici al mondo a voler
Qualcuno che li allisci con morbide carezze – Auguro ogni bene
A questi proletari nomadi
Che mettono il loro cuore davanti a tutto

*
Uniti in tutto o quasi ma soprattutto
Nel dolore nel silenzio delle
Vite disperse che poi il dolore va subito a occupare
Come la marea che scivola verso i nostri
Cuori leali verso i nostri sguardi poco leali
Verso le opinioni folli che lei e io prendiamo e che nessuno
Comprende più o meno come noi che non le capiamo
Il massacro che ci circonda e noi restiamo tenaci
A spartirci il nostro dolore e in realtà lo moltiplichiamo
Come se la città dove viviamo fosse
Una sala d’ospedale infinita

Roberto Bolaño

*la traduzione è di Andrea Bianchi che ringrazia la metà migliore del genere umano