“Un giorno, è il 1975, Belano dice che William Burroughs è morto…”. Due racconti di Roberto Bolaño che non avete mai letto

Posted on Aprile 19, 2020, 1:14 pm
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Gli inglesi adorano il genere letterario delle ‘ultime parole’. Esiste pure una collana della grandiosa Penguin Random House che ha per titolo Last interviews: interviste liminali a Dick, Borges, Bolaño. Chi più ne ha più ne metta. Ora che siamo rimasti senza Sepulveda, che il suo ricordo è un disegno nella caverna preistorica delle nostre elementari, ora che le sue storie di tigri non le leggeranno più le matrone cilene in attesa del Nirvana, mi viene da ripensare all’ultima intervista di Bolaño. Fu lapidario su Sepulveda: il barbone della mia generazione vincerà il Nobel e non mi nominerà nel suo discorso. Ironia al vetriolo che non è andata a segno.

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Riprendiamoci l’ultimo Bolaño che in questi tempi di quarantena è godibilissimo per il suo racconto Colonia Lindavista dove racconta di lui sedicenne che ascolta dal diaframma delle pareti di casa la vita dei vicini. E poi per un altro racconto strano, meno posato, non ingabbiato, Il vecchio della montagna. Un grande discorso sulla morte velato di ironica tristezza.

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Il primo racconto è dei primi del Duemila, pura memoria. Il secondo è di un due o tre anni prima, sembra lo scheletro spolpato dei Detective selvaggi. Il migliore tra i due è il secondo: Bolaño-Belano ricorda come l’amico Lima accolse negli anni Settanta la notizia della morte di Borroughs: la rifiutò.

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Per la storia, Borroughs muore nel 1997. Bolaño ha concluso i suoi Detective e proietta nel passato la morte di Borroughs per scardinarla. Lima nel racconto reagisce alla notizia dicendo che no, Borroughs non può essere morto. Però nel 1997 effettivamente Borroughs muore e Bolaño scrive il racconto aggiungendo che nemmeno Lima è morto dopo un incidente. Come fosse ancora con lui.

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La verità è che invece il suo amico di gioventù era morto in Messico investito da un pullman: per lui non è mai morto e il passato che Bolaño va a cercare riscoprendo poeti scomparsi nel deserto insieme ai suoi detective selvaggi è solo “un’impronta profonda e pulita che fende una pelle strana la cui pura contemplazione gli dà la nausea”.

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Per gioco romanzesco, non indicherò il nome vero del poeta morto giovane che si nasconde sotto il nome di Lima. Può bastare dire che per Bolaño era il migliore.

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Quando lessi i romanzi del cileno mi parve tutto una bella costruzione. Uno poteva anche ammirare la vita trasandata che gli aveva dato l’abbrivio per scrivere. Ma arrivare a capire che è sempre tutto dolorosamente vero, che ogni autore è sempre una figura che si allontana… questo è troppo carnale, troppo ‘troppo’ per non restare storditi. Adesso odio Bolaño perché mi ha fatto capire come continuano a morire i poeti.

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Il testo spagnolo per chi lo vuole è qui. In italiano non si trova perché Adelphi ha spezzato in tre volumi i suoi racconti escludendo le carte finali che invece gli spagnoli più saggiamente (e meno cinicamente) hanno messo in coda al volume unico di racconti. Il quale è fuori catalogo. Da fuori di testa, ho chiesto ad Andrea Giovannini di renderlo in italiano. (Andrea Bianchi)

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Il quartiere Lindavista

Quando arrivammo in Messico nel 1968, passammo i primi giorni a casa di un’amica di mia madre e poi affittammo un appartamento nel quartiere di Lindavista. Ho dimenticato il nome della strada, Aurora mi pare, ma magari mi sbaglio. A Blanes ho vissuto per alcuni anni in un appartamento in calle Aurora, per cui mi pare poco probabile aver vissuto anche in Messico in un’altra calle Aurora, anche se è vero che questo nome è abbastanza comune e che lo portano tante strade in tante città. La calle Aurora di Blanes, comunque, non superava i venti metri e si potrebbe dire che più che una strada era un vicolo. La calle Aurora di Lindavista, ammesso che si chiamasse davvero così, era una strada stretta ma grande, su almeno quattro isolati, e abbiamo vissuto lì per il primo anno del nostro lungo soggiorno in Messico.

La donna che ci affittò la casa si chiamava Eulalia Martínez. Era una vedova e aveva tre figlie e un figlio, viveva al piano terra dell’edificio, un edificio che mi sembrava normale allora, ma ora, nella memoria, mi appare come un miscuglio bizzarro e goffo, perché il secondo piano, a cui si accedeva salendo una scala all’aperto, e il terzo, a cui si accedeva da una piccola scala di metallo, erano stati tirati su molto più tardi e forse senza un permesso di costruzione. Le differenze erano evidenti: l’abitazione del primo piano aveva un soffitto alto, una certa pretesa, era brutta ma era stata costruita seguendo i piani di un architetto; il secondo e il terzo piano erano improvvisazioni frutto del gusto estetico di Doña Eulalia e del lavoro di un qualche muratore di fiducia. Dietro quel sovrappeso architettonico c’era un motivo non meramente venale. La padrona di casa aveva quattro figli e i quattro appartamenti dei due piani aggiuntivi erano stati costruiti per loro, in modo da rimanere vicini alla madre quando si fossero sposati.

Quando arrivammo noi, però, solo l’appartamento proprio sopra al nostro era occupato. Le tre figlie più grandi di Dona Eulalia erano nubili  e vivevano con la madre nella casa sottostante. Il figlio più giovane, Pepe, era l’unico che si era sposato e viveva sopra di noi con sua moglie, Lupita. Erano i nostri condomini più vicini in quel periodo.

Di Doña Eulalia poco altro posso dire. Era una donna volenterosa ed era stata fortunata nella vita e forse era più cattiva che buona. Conobbi a malapena le sue figlie. Erano, come si diceva a quel tempo, zitelle e vivevano quella condizione come meglio potevano, cioè male, o nella migliore delle ipotesi in quel modo rassegnato e cupo che via via lasciava tracce impercettibili nelle cose o nei ricordi delle cose, quelli che restano dopo, quando tutto è svanito. Si vedevano poco, o le vedevo poco io, vivevano di telenovele e parlavano male delle altre donne del vicinato, che incrociavano al negozio o nel buio corridoio in cui un’india scheletrica vendeva tortillas di mais.

Pepe e sua moglie, Lupita, era un’altra cosa.

Mia madre e mio padre, che allora avevano tre o quattro anni meno di quelli che ho io adesso, fecero quasi subito amicizia con loro. Io ero incuriosito da Pepe. Nel quartiere tutti i ragazzi della mia età lo chiamavano Pilota perché era un pilota dell’Aeronautica Messicana. Sua moglie si dedicava alle faccende di casa. Prima di sposare Pepe, aveva lavorato come segretaria o impiegata in un ufficio pubblico. Entrambi erano o cercavano di essere amichevoli e ospitali. A volte i miei genitori andavano a casa loro e passavano un po’ di tempo lì, ascoltando dischi e bevendo. I miei genitori erano più grandi di Pepe e Lupita, ma erano cileni e i cileni, allora, si consideravano il massimo della modernità, almeno in America Latina, e la differenza di età era cancellata dallo spirito francamente giovanile di cui facevano mostra i miei.

Qualche volta andai anche io a casa loro. Pepe aveva un salotto o living, come dicevamo noi, abbastanza moderno, e un giradischi che sembrava fosse appena stato acquistato, e sui muri e sulle credenze della sala da pranzo c’erano foto di lui e Lupita e foto degli aerei che pilotava, benché di questo, che era poi quello che mi interessava di più, preferiva non parlare, come se fosse costantemente vincolato da qualche segreto militare. Informazioni classificate, le chiamavano gli americani nei loro telefilm. Segreti militari dell’Aeronautica Messicana che, in fondo, non toglievano il sonno a nessuno, tranne che a Pepe, che aveva uno strano senso del dovere e della responsabilità.

Poco a poco, attraverso conversazioni ascoltate a cena o mentre studiavo, cominciai a farmi un’idea sulla vera situazione dei nostri vicini. Erano sposati da cinque anni e non avevano ancora avuto figli. Le visite dal ginecologo non mancavano. Secondo i medici, Lupita era perfettamente in grado di avere figli. Stessa cosa dicevano gli esami di Pepe. Il problema era mentale, avevano detto i dottori. La madre di Pepe, col passar degli anni e a non vedersi ancora nonna, cominciò a prendersela con Lupita. Questa, una volta confessò a mia madre che il problema era nella casa e nella vicinanza della suocera. Se si fossero trasferiti, diceva, non avrebbe tardato a rimanere incinta.

Penso che Lupita avesse ragione.

Ancora: Pepe e Lupita erano bassi di statura. Io, che all’epoca avevo sedici anni, ero più alto di Pepe. Quindi suppongo che Pepe non fosse più di un metro e sessantacinque e Lupita, al massimo, andava per il metro e cinquantotto. Pepe era scuro, con i capelli nerissimi e un’espressione pensierosa sul viso, come se fosse costantemente preoccupato per qualcosa. Ogni mattina andava al lavoro con l’uniforme di ufficiale dell’aeronautica. La sua rasatura era perfetta, tranne nei fine settimana, quando indossava felpa e jeans e non si radeva. Lupita aveva la pelle bianca, i capelli tinti di biondo, quasi sempre con la permanente, che si faceva dal parrucchiere o da sola, con una valigetta dove c’era tutto il necessario per i capelli di una donna e che Pepe le aveva riportato dagli Stati Uniti, e sorrideva quando salutava. A volte, dalla mia stanza, li sentivo fare l’amore. A quel tempo cominciai a scrivere con una certa regolarità e restavo alzato fino a tardi. La mia vita non mi sembrava niente di eccezionale. Ero insoddisfatto di tutto. E scrivevo fino alle due o tre del mattino ed era allora che, all’improvviso, cominciavano i gemiti al piano di sopra.

All’inizio mi pareva tutto normale. Se Pepe e Lupita volevano avere un figlio, dovevano scopare. Poi, però, cominciai a farmi alcune domande: perché iniziavano così tardi? Perché non sentivo voci prima che iniziassero i gemiti? Inutile dire che tutto quel che sapevo del sesso all’epoca l’avevo imparato dai film o leggendo riviste pornografiche. Ovvero, ne sapevo molto poco. Ma abbastanza per intuire che stava succedendo qualcosa di strano nell’appartamento al piano di sopra. Il rapporto sessuale di Pepe e Lupita mi appariva improvvisamente ornato di gesti incomprensibili, come se nell’appartamento di sopra si svolgessero scene di sadomasochismo, un sadomasochismo che non riuscivo a visualizzare completamente ed era regolato, più che da atti che dessero dolore e piacere, da movimenti teatrali che Pepe e Lupita mettevano in scena contro se stessi e che poco a poco li stavano stravolgendo.

Dal di fuori la cosa era appena percettibile. Sicché non tardai a giungere alla sciocca conclusione che io ero l’unico a sapere. Mia madre, che era in qualche modo amica di Lupita e destinataria delle sue confidenze, credeva che il trasloco avrebbe risolto tutti i problemi della coppia. Mio padre non aveva un’opinione. In realtà, appena arrivati in Messico, avevamo già i nostri problemi d’ogni giorno per preoccuparci dei misteri dei nostri vicini. Quando ricordo quel tempo vedo i miei genitori e mia sorella e poi me stesso, e tutto ciò che appare davanti ai miei occhi è d’una tragica desolazione.

A sei isolati da casa nostra c’era un supermercato Gigante dove la mia famiglia andava di sabato a fare acquisti per tutta la settimana. Me lo ricordo con tutti i dettagli. E anche che in quel periodo iniziai a frequentare una scuola superiore dell’Opus Dei, anche se a discolpa dei miei genitori devo dire che, in vita loro, avevano solo sentito parlare di questa istituzione. Anche a me ci volle più di un anno per scoprire in che posto infernale stavo studiando. Il mio insegnante di etica era un nazista dichiarato, ma la cosa divertente è che era un indigeno piccoletto del Chiapas, che aveva studiato con una borsa di studio in Italia, in fondo un tipo simpatico e stupido che i nazisti non avrebbero esitato a sterminare, e il mio insegnante di Logica credeva nella volontà eroica di José Antonio (molti anni dopo, in Spagna, mi ritrovai a vivere in una avenida José Antonio), ma la verità è che io, come i miei genitori, non mi accorgevo di nulla.

Gli unici interessanti erano Pepe e Lupita. E un amico di Pepe, in realtà l’unico amico di Pepe, un tipo biondo, il miglior pilota della sua classe, alto e magro che aveva avuto un incidente mentre pilotava il suo combattente e non poteva più volare. Quasi ogni fine settimana si presentava a casa e dopo aver salutato la madre e le sorelle di Pepe, che lo adoravano, andava a casa dell’amico e bevevano e guardavano la TV, mentre Lupita cucinava. Altre volte appariva durante la settimana e allora veniva vestito con l’uniforme, un’uniforme che trovo difficile da visualizzare, direi che era blu, ma probabilmente sbaglio, se chiudo gli occhi e provo a evocare Pepe e il suo amico biondo, li vedo con divise verdi, una verde chiaro, una bella divisa per due piloti, insieme a Lupita che è vestita con una gonna blu (quella sì blu) e una camicetta bianca.

A volte il biondo restava a cena. I miei genitori andavano a letto e di sopra la musica continuava. In casa mia ero l’unico a rimanere sveglio perché a quell’ora cominciavo a scrivere. E a modo suo il rumore che veniva dal piano superiore mi faceva compagnia. Verso le due del mattino le voci e la musica cessavano e si faceva uno strano silenzio in tutto l’edificio, non solo nell’appartamento di Pepe ma anche nel nostro e nella casa della madre di Pepe, che sosteneva gli altri piani e a quell’ora sembrava scricchiolare, come se i piani aggiunti le pesassero troppo. E allora sentivo solo il vento, il vento notturno di DF e i passi del biondo che si avvicinavano alla porta, seguiti dai passi di Pepe che lo accompagnava, e poi qualcuno scendeva le scale, gli stessi passi, ma sul nostro pianerottolo, e poi scendevano le scale fino al primo piano, e qualcuno apriva il cancello di ferro e poi i passi si perdevano lungo calle Aurora. Allora smettevo di scrivere (non ricordo cosa stessi scrivendo, qualcosa di brutto, senza dubbio, ma qualcosa di lungo e che mi teneva in sospeso) e tendevo l’orecchio ai rumori che non arrivavano dall’appartamento di Pepe, come se dopo che il biondo se ne era andato tutto là sopra, compresi Pepe e Lupita, si fosse improvvisamente congelato.

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Il vecchio della montagna 

Ci sono sempre coincidenze. Un giorno Belano incontra Lima e diventano amici. Entrambi vivono in Messico DF e la loro amicizia si rafforza, come di solito accade tra i giovani poeti, nel rifiuto di alcune norme, nell’affinità di determinate letture. Ho detto che sono giovani. Molto giovani, in realtà, e anche vigorosi, a modo loro, e credono nel potere curativo della letteratura. Recitano Omero e Frank O’Hara, Archiloco e John Giorno, e le loro vite corrono, anche se non lo sanno, sull’orlo dell’abisso. Un giorno, è il 1975, Belano dice che William Burroughs è morto e Lima, sentendolo, impallidisce e dice che non può essere, che Burroughs è vivo. Belano non insiste; Dice che crede che Burroughs sia morto ma probabilmente ha torto. Quando è morto? Dice Lima. Recentemente, penso, dice Belano sempre meno convinto, l’ho letto da qualche parte. A questo punto della storia c’è qualcosa che possiamo chiamare silenzio. O vuoto: un vuoto, in ogni caso, molto breve, ma che nella percezione di Belano continua misteriosamente fino alla fine del secolo.

Dopo due giorni ecco Lima con la notizia, questa volta irrefutabile, che Burroughs è vivo.

Passano gli anni. A volte, di tanto in tanto e senza sapere perché, Belano ricorda il giorno in cui annunciò arbitrariamente la morte di Burroughs. Era una giornata limpida, lui e Lima passeggiavano per Sullivan, venivano dalla casa di un amico e avevano il resto della giornata a loro disposizione. Forse stavano parlando dei beatnik. A un certo punto lui disse che Burroughs era morto e Lima impallidì e disse che non poteva essere. A volte Belano pensa di ricordare Lima che urlava. Non può essere. È impossibile. Ingiusto. Qualcosa del genere. E ricorda anche il dolore di Lima, come se gli stessero annunciando la morte di un parente molto caro, il dolore (sebbene la parola, Belano lo sappia, non è dolore) che svanì solo due giorni dopo, quando Lima seppe, in modo affidabile, che l’informazione era sbagliata. Qualcosa di quel giorno, tuttavia, qualcosa di impreciso, lascia una traccia di inquietudine in Belano. Di inquietudine e allegria. L’inquietudine è in realtà un travestimento della paura. E l’allegria? In generale, per suo conforto, Belano tende a pensare che dietro l’allegria si nasconda la nostalgia per la propria giovinezza, ma in realtà dietro l’allegria si nasconde la ferocia: uno spazio ridotto e buio in cui si muovono, bloccate e sovrapposte, alcune figure confuse e in azione permanente. Figure che si nutrono di violenza, figure che governano a malapena (o che governano con un’economia curiosa) la violenza. L’inquietudine che il ricordo di quel giorno gli provoca è, contrariamente a quanto dettato dal buon senso, volatile. E l’allegria è sotterranea, come una nave dalla perfetta geometria rettangolare che naviga lungo un solco.

A volte Belano osserva il solco.

Si inarca, si accovaccia, la sua spina dorsale ondeggia come il tronco di un albero nel mezzo di una tempesta, e guarda il solco: un’impronta profonda e pulita che fende una pelle strana la cui pura contemplazione gli dà la nausea. Gli anni passano. Gli anni vanno a ritroso. Nel 1975 Belano e Lima sono amici e camminano ogni giorno, incoscienti, sul bordo dell’abisso. Fino a quando un giorno lasciano il Messico. Lima parte per la Francia e Belano per la Spagna. Da lì le loro vite, finora unite, corrono in diverse direzioni. Lima percorre l’Europa e il Medio Oriente. Belano l’Europa e l’Africa. Entrambi si innamorano, entrambi cercano invano di trovare la felicità o farsi ammazzare. Belano, nel corso degli anni, si stabilisce in un paese sulle rive del Mediterraneo. Lima ritorna in Messico. Ritorna a DF.

Ma prima sono successe altre cose. Nel 1975 DF è una città splendente. Belano e Lima pubblicano le loro poesie su riviste, quasi sempre insieme, e danno letture pubbliche di poesia alla Casa del Lago. Nel 1976 entrambi sono conosciuti e temuti soprattutto da un establishment letterario che non li sopporta. Due formiche selvagge e suicide. Belano e Lima capeggiano un gruppo di poeti adolescenti che non rispettano nessuno. Assolutamente nessuno. Il potere stabilito della letteratura non lo perdona e Belano e Lima sono vietati per sempre. Questo succede nel 1976. Alla fine dell’anno, Lima, che è messicano, lascia il paese. Poco dopo, nel gennaio 1977, Belano, che è cileno, lo segue.

Questo è tutto. 1975. 1976. Due giovani condannati all’ergastolo. Europa. Un nuovo ciclo che inizia e che quando inizia li allontana dal bordo dell’abisso. E la separazione, perché anche se è vero che Belano e Lima si incontrano a Parigi e poi a Barcellona e poi in una stazione ferroviaria nel Rossiglione, alla fine le loro direzioni divergono e i loro corpi si allontanano, come due frecce che improvvisamente e fatalmente hanno acquistato traiettorie divergenti.

E questo è tutto. 1977. 1978. 1979. E poi il 1980, e il decennio che segue, disastroso per l’America Latina.

In ogni caso, Belano e Lima hanno notizie reciproche di quando in quando. Soprattutto, Belano ha notizie di Lima. Quindi, una volta, sa che un autobus ha investito il suo amico, che si salva per miracolo. Lima esce dall’incidente con una claudicazione che si porterà dietro tutta la vita. Ne esce anche come una leggenda. O almeno è quel che pensa Belano, lontano da DF. A volte un amico di Belano che vive a Barcellona riceve visitatori dal Messico che portano notizie di Lima che l’amico di Belano comunica a quest’ultimo.

Roberto Bolaño