Le molteplici esistenze di Roberto Baggio, il Bodhisattva del calcio

Posted on Marzo 02, 2020, 7:31 am
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Nell’ultima delle sue esistenze “era un leone crinito e viveva nella Grotta d’Oro sull’Himalaya”: chi lo guardava, incapace di sostenerne lo sguardo, diceva “Rifulgi nella tua potenza, signore”. L’ultimo gol in campionato accade al minuto numero 89, contro la Lazio. Il leone riceve palla in area di rigore, scarta un uomo, un altro lo sta per attaccare ma lui ha già tirato: angolo della porta alla sua sinistra, la rete oscilla, con sintonia di preghiera, perfetto. Il Brescia batte la Lazio 2 a 1. Nei Campionati italiani il leone chiude con 220 reti, contando la doppietta che nel 2000 consente all’Inter di accedere alla Champions League, un regalo mistico – lo spareggio è in appendice al torneo – dopo una stagione triste. Ama la rotondità, la sfera, i compiti ben fatti, il leone – non ha bisogno di ruggire, ha reagito così tante volte. Quello stesso gol, meraviglioso, ricorda quelli che realizzava, con precisione marziale, molte vite prime, con il Vicenza, con la Fiorentina. Passato e futuro si chiudono ad anello, il leone, ora, può schiudersi verso la sparizione.

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Così evanescente, così cristallino, Roberto Baggio pare la fioritura dei ciliegi: il gesto ti folgora, ti ubriaca fino a dissipare ogni aggettivo. Poi va, il fiore si scinde, si perde. Dubiti che sia mai esistito. Non sta nel recinto delle statistiche, ha una santità diversa dal calcio performativo odierno, muscoli, media gol, registro delle vittorie, Baggio. La sua stagione fenomenale, per dire, l’annata 1992-93, casacca Juventus, 43 presenze complessive e 30 gol, non è da fenomeno, come lo intendiamo oggi, specie di robot da videogame: i bianconeri non vanno oltre al quarto posto in Campionato, c’è la Coppa Uefa, però, a brillare come un scettro raggelato tra le braccia di Baggio.

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Se un uomo – poco conta la sua potenza – si rivela nell’ultimo istante, nel vagito della morte, Roberto Baggio è stato un grande uomo. Le quattro stagioni – dal 2000 al 2004 – passate a Brescia sono il culmine della sua carriera. Il campione non si rilassa in provincia, a far la vigna in area di rigore, al contrario: gioca come non ha mai giocato, pensa ogni partita come l’ultima, declina la velocità in sapienza, il decoro in rettitudine, l’entusiasmo in stile. 45 reti in quattro campionati, tra le più belle realizzate da Baggio. Sceglie di lasciare il calcio da sovrano, da leone, nella folgore, dimostrando che genio è una variante del vuoto, una scelta di solitudine, l’esilio dalla gloria.

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Roberto Baggio, vagabondo del Dharma, non è stato una bandiera come Francesco Totti o Alessandro Del Piero, non è stato un messia come Maradona, non aveva il carisma di Zico. Non ha segnato più di tutti, non ha vinto più di altri, anzi. Roberto Baggio ha vissuto molte vite, è stato il Bodhisattva del calcio, i suoi gol sono simili a sutra, sapienza dissociata dall’utile, dall’utilizzo, dal metodo. Roberto Baggio è stato “la divinità di un albero cresciuto vicino ad uno stagno di loti” nella Fiorentina, è stato il cristallo piantato sulla fronte della Juventus, è stato il re dei lupi nella Nazionale, nel Bologna è stato la volpe sagace a cui il coccodrillo dice “chi come te possiede le quattro virtù, verità, lungimiranza, costanza, generosità, supera il nemico”. È stato la prigione e l’eremitaggio, a Milano, tra Milan e Inter, dove “si diede alla vita ascetica, attinse le Conoscenze superiori e i Poteri vivendo nell’esercizio della meditazione”. Per capire Roberto Baggio – ricordate, a Roma, Italia 90, la rete australe contro la Cecoslovacchia; ricordate a New York, nel 1994, la doppietta contro la Bulgaria – bisogna leggere gli Jataka, la raccolta delle “vite anteriori del Buddha”. Per capire che può esistere costanza nell’incongruenza.

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Baggio è sempre stato nel posto sbagliato, nel momento inopportuno, ignifugo alla fama, in fuga. Per questo è l’uomo dell’imprevisto, dell’istantaneo, dell’impossibile. Relegato nel quarzo, impassibile, Baggio piange dentro – un eremita del calcio con la “leonessa d’Italia”, l’atleta che ha fatto della fragilità una delle quattro nobili verità che guida “Brescia la forte, Brescia la ferrea”. È proprio vero, c’è magia nell’incongruenza.

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“La presenza di Baggio è intermittente, liminale, sempre sospesa sul crinale del tradimento. Vederlo giocare è come aspettare una stella cadente la notte di San Lorenzo, e se vogliamo è un’esperienza più religiosa che veder giocare Maradona: bisogna essere disposti a contemplare un’assenza, aspettando qualcosa che potrebbe manifestarsi oppure no e che, se anche dovesse manifestarsi, si scioglierà nel buio un attimo dopo”, scrive Stefano Piri, geografo dell’inarginabile fin dalla nota biografica (“Era allo stadio il giorno dell’ultima partita di Baggio in Nazionale e non ha mai dimenticato un’emozione strana – quella di assistere alla fine di un’epoca senza rendersene pienamente conto”), in un libro raffinato, Roberto Baggio. Avevo solo un pensiero (66thand2nd, 2020).

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Chi è cresciuto giocando sotto l’egida algida di Baggio sa che il calcio è un morso, la soluzione di un koan, l’illuminazione abbagliante. Sa che si gioca per 90 minuti cullando l’inatteso, che una vita atletica si riassume, alla maniera di Dante, in una terzina: tocco-scarto-rete. In questa eresia del triplice e del nascosto, in questo esoterismo dell’invisibile giace il gioco di Baggio.

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Naturalmente, il libro di Piri è più riuscito di un docufilm sulla vita di Baggio perché le parole riescono a carpire ciò che al video è precluso: l’ombra, lo scavo, il mistero. E Baggio è lì, un tuono partorito dall’ombra, imperterrita. Così, i secondi che precedono il minuto 88 della partita fatale, Nigeria vs. Italia, Foxboro Stadium, Boston, ottavi di finale dei Mondiali di calcio, 5 luglio 1994, Piri li legge così: “è un’idea mia e posso sbagliarmi, ma per me dal linguaggio del corpo è evidente che Baggio non vuole davvero il pallone. Sente che se gli passano la palla sbaglierà di nuovo, non vuole essere lì in quel momento, spera che tutto finisca in fretta e di tornarsene a casa e di dimenticarsi tutto. Invece il pallone arriva e la sua girata verso la porta ha una delicatezza quasi infantile… tutta l’azione ha qualcosa di goffo, scoordinato e vorrei dire tenero, come i gol maldestri che segnano i bambini nelle porte giocattolo coi pali di plastica”.

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Baggio non può piacere perché la sua ritrosia è presa per arroganza, la modestia per presunzione, l’umiltà per orgoglio, l’assenza di scaltrezza per supponenza. Costantemente, tutto ciò che fa è letto a contrario, e nel suo silenzio, spesso, non c’è il rebus del Buddha, ma soltanto la rassegnazione di chi possiede l’Ottuplice Sentiero nelle caviglie, un talento talmente vasto che va dissipato, come la fioritura dei ciliegi, perché il bello ha ragione sul giusto, lo spreco sul buon gusto.

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Nell’eludere ogni natura, smarcandosi dai segni – a Bologna, dove segna 22 reti, il suo personale record in Campionato, appare azzerato di divin codino, pieno della sua rinuncia – è il genio sibillino di Roberto Baggio.

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Supera ogni discorso atletico, Baggio: quando si parla di lui se ne parla come della pupilla di un santo, di una reliquia, con toni da cripta teologica. “Uno degli ultimi veri predestinati del nostro calcio”, dice di lui Piri. Con evidenza, la sua passione appare ferocia a chi non gli si appresta, devoto – egli sa, del tetragramma calcistico, ogni cabbala, noi siamo soltanto geometri della zolla al suo cospetto. Nel Sutta Nipata, testo fondamentale del Buddhismo primo, è scritto: “Chi procede solitario e vigilante, imperturbabile nel biasimo e nella lode, impavido come un leone fra i clamori, libero come il vento che non s’impiglia in una rete, incontaminato come il loto che non s’insudicia a contatto dell’acqua, guida degli altri e non guidato da alcuno, quello i saggi riconoscono come maestro”. Tutto gli è stato dato, tutto ha concesso, Baggio. Per caso un bodhisattva si è incarnato sul campo da calcio, in un dato istante della storia. Non ha avuto bisogno di astuzia, era puro gesto, atto depurato dal risultato, Baggio, di cui risalta l’oro, lo sterminio dei demoni. Di questo, molti anni dopo, siamo ancora stupefatti, e la nostalgia non è che un altro modo per sarchiare la luce dal caos. (d.b.)