Storia del padre di Robert De Niro, un pittore di genio affascinato dall’abisso, che fu sconvolto da Anaïs Nin

Posted on Ottobre 21, 2019, 6:26 am
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Come la Lettera al padre di Kafka – ma in assoluto obliquo, al contrario. Un’accorata lettera d’amore. Ecco. Il figlio che abbraccia il padre, caduto, crocefisso dalla depressione. Oggi che ho l’età in cui mio padre ha scelto di morire, vorrei fare soltanto questo. Trarlo dal sepolcro, quella cella di marmo, e baciarlo. Perché lui non ha mai saputo baciarmi.

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Che il padre di Robert De Niro si chiami Robert De Niro è un peso, presumo, insopportabile. Scopertosi omosessuale, rivelato ai margini della vita di tutti, fuori strada, frontaliero al dolore, Robert De Niro Sr., figlio di Henry Martin De Niro (1897-1976), figlio di emigrati italiani da Ferrazzano, Campobasso, e dell’irlandese Helen O’Reilly (1899-1999), abbandona l’erede, appena nato, alle cure della moglie. L’ha sposata nel 1942, si chiama Virginia Admiral, è un’artista come lui, è bellissima; lui, dicono, è silenzioso, affascinante, corrugato dal segreto.

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Nato a Syracuse il 3 maggio del 1922, Robert De Niro Sr. muore a New York, il giorno del suo compleanno, a 71 anni. Il ‘coccodrillo’ del “New York Times” non gli rende giustizia: “Robert De Niro, un pittore di New York la cui carriera espositiva ha attraversato quattro decenni, è morto il giorno del suo 71mo compleanno, nella casa di Manhattan. Il portavoce della famiglia ha detto che la causa è un cancro”. Un colonnino. Poco di più. Fin dal titolo, il destino: A New York Painter And Actor’s Father. Un artista la cui fama è riservata alla sola New York, di cui ci si ricorda ancora perché è il padre di Robert De Niro, l’attore formidabile. Il padre esiste per aver dato forma al figlio.

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Robert De Niro padre (classe 1922) e figlio (nato nel 1943)

C’è qualcosa di sinistro e scabro in questo. La fama del figlio annienta il padre. “Era orgoglioso di me, ma in un certo senso non era semplice per lui… era molto rispettato dai suoi coetanei, ma non aveva avuto il riconoscimento mondiale che si attendeva. Il nostro nome era lo stesso, ma non era stato lui a farlo conoscere”, dice Robert De Niro, a denti stretti, nel bel ritratto del padre realizzato da Christopher Turner sul “Telegraph”, nel 2009 (The bohemian life of Robert De Niro, senior). Poi parla della sua solitudine, dell’amore verso quel padre inghiottito nella tenebra. Racconta di aver conservato lo studio dell’artista per questo, “spesso mi siedo sulla sedia, circondato dai colori, dai pennelli, dalle tele… penso a cosa avrebbe potuto pensare mio padre”. Il figlio diventa il padre, una specie di risarcimento.

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Una parte della vita di Robert De Niro – notoriamente riservato rispetto alla sua biografia – è spesa per far risorgere la conoscenza del padre. Nel 2014 realizza il documentario Remembering the Artist Robert De Niro Sr., quest’anno fa pubblicare un importante libro monografico che raccoglie i diari del padre, Robert De Niro Sr. Paintings, Drawings and Writings 1942-1993, edito da Rizzoli New York. Il punto di partenza credo che sia nell’articolo firmato negli Ottanta da un critico d’arte. “De Niro è stato intrappolato nel lato oscuro della macchina del successo”, scriveva, paragonando l’opera dell’“artista aristocratico” alla “brillante carriera” di Andy Warhol. Per guadagnare, De Niro Sr., che pure nel 1968 ottiene Guggenheim Fellowship, insegna nelle scuole e nelle accademie d’arte. Ha un cattivo rapporto con il mercato: “non regalare le mie opere, tanto le buttano in un armadio”, diceva al figlio, che voleva donare i suoi quadri a Francis Ford Coppola.

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Eppure, Robert De Niro Sr. è baciato da un talento precoce e abbacinante. Diciottenne, è scoperto da Josef Albers, che ne fa il suo pupillo. De Niro, però, preferisce studiare alla scuola di Hans Hofmann, a Provincetown, da cui impara l’espressionismo, il cubismo. Tra gli studenti di Hofmann, conosce Virginia Admiral, che sposa a vent’anni. Il celebre critico Clement Greenberg – che farà il successo di Jackson Pollock – lo elogia su “The Nation”: “L’originalità e la forza del suo temperamento dimostrano un controllo tecnico che si vede raramente oggi, al di fuori degli artisti sopravvissuti alla scuola di Parigi”. Nel 1955 Frank O’Hara scrive che “De Niro è uno dei pittori più potenti, oggi, ogni sua mostra è un evento”. La dedizione per l’opera sconcerta. Il pittore Paul Resika ammette, “è il più povero di tutti noi, non ha bisogno di altro, è del tutto concentrato nel suo lavoro”. Insieme a Pollock, Mark Rothko, Robert Motherwell, de Kooning è tra i grandi artisti americani del momento – il suo momento dura un ventennio, fino ai pieni Sessanta, poi s’inabissa.

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La fine della famiglia De Niro coincide con i rapporti con Anaïs Nin. Virginia Admiral, sette anni più grande, artista di vaghe convinzioni trotzkiste, lavora, dal 1941, per Anaïs Nin, nell’appartamento al Greenwich Village. È la sua dattilografa preferita: la Nin deve scrivere pezzi erotici per un committente eccitato dal suo talento. Il “vecchio milionario del Sud” la paga un dollaro a pagina, preme per avere poca psicologia e parecchi dettagli carnali; lei, la scrittrice, spende 10 centesimi a pagina per la dattilografa, Virginia. Adora i ménage à trois, l’aitante Nin: appena sa che Virginia ha sposato De Niro, presenta ai due Robert Duncan, il poeta Beat. Duncan forse è l’amante della Nin, forse si fa Virginia, di certo cade tra le braccia di De Niro. “Sono la signora snob di questa comune di artisti: insieme scriviamo romanzi erotici”, scriveva Anaïs, raccontando la vita con i suoi ‘ragazzi’, chierici di letto. “C’è un bagno fuori, l’acqua corrente, un lavandino – è tutto. Nei fine settimana il calorifero è spento. Le enormi finestre danno sul traffico assordante della 14ma strada. Chiodi sui muri per i vestiti – un bruciatore per fare il caffè. Beviamo insieme vino acido in bicchieri di carta”. C’è una certa seduzione, mistica e sadica, per la bassezza. “La mia scrittura e i miei discorsi li liberano”, dice, voluttuosa, la demoniaca Anaïs. De Niro – d’estrazione cattolica, dura – non ce la fa, “per me era duro stare insieme, in quel contesto”, se ne va. Brucia il suo talento, con enfasi. “Mio padre viveva in uno studio caotico, in case solitarie, in palazzine dove spesso era l’unico inquilino… per i miei amici avevo genitori creativi che vivevano in posti sgangherati e facevano lavori strambi”, ricorda il figlio. De Niro Sr. avrebbe voluto ritrarlo, da piccolo, ma lui, che viveva con la madre, era troppo irrequieto, non sapeva posare.

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Era amico di Tennessee Williams, nei favolosi Quaranta si pagava lo studio lavorando, saltuariamente, in una azienda di pesce in scatola. Nei tardi Sessanta capì di essere escluso, d’improvviso, dal grande giro dell’arte e se ne va in Francia. Adorava Matisse. “Sin da bambino sono tormentato da due sentimenti contraddittori: l’orrore della vita, l’estasi per la vita”. Precipita nella cupezza, spiazza il figlio. “Era un uomo solitario, dalla mente elegante. Non si sarebbe mai confessato con me”, dice De Niro, l’attore. Ogni tanto il padre chiede soldi agli amici, “non erano richieste: domandava, con raffinatezza”, ricorda il pittore Larry Rivers. Robert De Niro Jr., nei film memorabili, in fondo, tinti di violenza e di rimpianto, recita il padre. Dovrebbe fare un film sulla vita di suo padre. Dovrebbe interpretarlo. Prima o poi, evangelicamente, il figlio deve farsi padre per capire che anche morire è un segno di grandezza, un senso. (d.b.)

*In copertina: Robert De Niro Sr., pittore, con il figlio, futuro attore; quando nasce De Niro Jr., il pittore ha 21 anni