“Nello sgomento d’aver visto d’improvviso spalancarsi l’abisso”. Robert de Montesquiou, il maestro di Proust. Dialogo con Massimo Carloni

Posted on Agosto 13, 2020, 6:26 am
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Fare di sé stesso un ‘personaggio’ non richiede una analisi interiore ma una strategia militare. La ‘società’, infatti, è la trasposizione, a palazzo, a festa, della guerra: semmai la ferocia, dove conta l’estro retorico, è più aspra, perché manca il cameratismo e il ‘bel gesto’, le alleanze sono ciniche, i tradimenti si consumano a freddo, con gelida goduria, la rabbia imbellettata – e in divisa: al posto della blusa da ussaro, l’eleganza del frac – non ammette prigionieri. Della ‘società’ parigina al bivio dei due secoli, il XIX e il XX – che a me pare, per spregiudicata brutalità e etica claustrofobica quella della corte giapponese dell’anno Mille, narrata con preveggenza proustiana da Murasaki Shikibu – Robert de Montesquiou fu il re, lo scriba, il boia. Eternato da Huysmans nel romanzo epocale À Rebours, icona mondana, idolo della moda, fotografato, sfottuto dai vignettisti, ammirato dagli artisti – leggendario il ritratto di Giovanni Boldini, dove pare un condor in doppiopetto –, James Abbott McNeill Whistler, nel quadro del 1891, carpisce di lui l’indole inquieta: il dandy crudele, il poeta poligrafo, il bulimico collezionista, il raffinato esperto d’arte, si sporge, serio, inappagato, da un quadro quasi totalmente oscuro, dove il cupo buio del fondo divora giacca, pantaloni, capelli. Finirà, come è ovvio, questo protagonista di un tempo perduto, martoriato, nella tenebra dei ricordi, in una screziata solitudine, cieco a tacere. Con Marcel Proust, piuttosto, conosciuto nel 1893, il rapporto fu d’elezione: il genio della “Recherche” vide in lui un modello, un maestro, il gemello capovolto. “Robert de Montesquiou avrebbe desiderato la gloria letteraria di Proust, e Proust avrebbe forse voluto, perlomeno durante gli anni della sua giovinezza, rappresentare il personaggio favoloso che fu Robert de Montesquieu”, scrive Élisabeth de Clermont-Tonnerre, in uno dei materiali pubblicati in appendice al carteggio tra Proust e de Montesquiou, pubblicato da Aragno come Il profumo imperituro del tempo. Lettere e scritti (1893-1921), autentica impresa editoriale (oltre 800 pagine che sono un inabissamento in quel ‘ritmo’ storico). Riguardo al carteggio, faccio parlare il curatore, Massimo Carloni, non alieno a imprese simili (sempre per Aragno ha curato il carteggio tra Charles Baudelaire e Charles-Augustin de Sainte-Beuve e le lettere che legano Proust a Paul Morand e alla principessa Souzo; per Adelphi, insieme a Horia Corneliu Cicortas, ha curato il carteggio tra Emil Cioran e Mircea Eliade). Per capire la maestria di Robert de Montesquiou – il ruolo da ispiratore –, invece, basta leggere Proust, in un articolo del 1905. Il “professore di bellezza” si ferma, si “inarca nel momento di pronunciare una parola… come nello sgomento d’aver visto d’improvviso spalancarsi l’abisso del passato schiudersi sotto quella parole, di cui solo l’abitudine ci dissimula le profondità, nella vertigine di avervi scorto la sua grazia nativa, pendente là come un fiore sul bordo d’un precipizio”. Qui, piuttosto, si scorge l’artico di una poetica. Robert de Montesquiou svelava, di una parola, l’abisso, e a quello – non al rude significato – dedicava la sua venerazione. La bellezza sosta sul precipizio, l’uomo è la creatura che cade. (d.b.)

Come s’incontrano Proust e Robert de Montesquiou e che importanza ha il “professore di bellezza” nella visione estetica, letteraria di Proust?

I due si conoscono nella primavera del 1893 a una soirée della pittrice Madeleine Lemaire, che nella sua casa-atelier raduna artisti, gente del bel mondo e regnanti di mezza Europa. In quell’occasione l’attrice Julia Bartet recita poesie di José de Hérédia e alcuni versi di Robert de Montesquiou, tratti dalla sua prima raccolta, Les chauve-souris [I pipistrelli]. Sedici anni separano Proust, poco più che ventenne, da Robert de Montesquiou, il conte di nobile lignaggio nelle cui vene scorre sangue merovingio. L’immagine di quell’incontro si fissa indelebile nella loro memoria. A tanti anni di distanza Marcel rimane ancora per Robert «il nostro giovanotto», mentre agli occhi eternamente fanciulleschi e deferenti di Proust, Montesquiou appare sempre una «persona adulta», «siderale». Avido di duchesse e di arte, Marcel trova in un sol colpo il «sesamo» che apre le porte del palazzo Guermantes e il mentore in grado di iniziarlo ai segreti delle Muse. Docile e ossequioso cortigiano del capriccioso conte Robert, Proust è tra i pochi a scorgere dietro l’odiosa maschera di decadente raffinato romanzata da Huysmans, al dandy elegante ed eccentrico che ispira schiere di pittori, un incomparabile «professore di bellezza», una miniera inesauribile di erudizione e salacità, ostentata nella sua pirotecnica conversazione e nella sua copiosa produzione letteraria. Guida estetica infallibile, nessuno come Montesquiou è in grado di discernere la bellezza con un occhio più sicuro e incantato. Al pari di Ruskin possiede in sommo grado due facoltà: vedere e sapere, che unite fanno di lui un magistrale «interprete d’arte», «le souverain des choses transitoires» come ama definirsi, la cui magniloquente conversazione suscita per contagio negli ascoltatori la brama di conoscere gli artisti da lui prediletti, sconosciuti ai più o dimenticati. Proust reputa riduttiva la definizione che il conte da di sé stesso e lo innalza incoronandolo «sovrano delle cose eterne». Principe dell’aggettivo inopinato, dell’immagine stupefacente, Montesquiou sa che solo l’arte può cogliere e salvare in una forma eterna il fluire inesorabile e malinconico del tempo, trasporre e comunicare la singolarità invisibile della vita interiore. Ammaliato dal personaggio, Proust sente istintivamente la stessa cosa, e aggioga il suo carro alla stella del conte per farsi traghettare nel paesaggio sognante del tempo ritrovato. Concordo con lo storico dell’arte Bernard Berenson, quando asserisce che Montesquiou non è solo uno dei «modelli» di Proust per Charlus, come sbrigativamente si sostiene, ma è il maestro che ne ha fecondato il genio che partorirà l’intera Recherche.

Una fotografia di Robert de Montesquiou inviata a Proust con il verso: “Je suis le souverain de choses transitoires”

Scelga dal magma epistolare una lettera, uno scambio che definisca, al di là della laccata convenienza, la natura del rapporto umano tra i due.

Il 1905 è stato per Montesquiou e Proust l’anno dei lutti inconsolabili. Nell’arco di pochi mesi entrambi perdono le persone più amate nella loro vita. Rispettivamente, Gabriel Yturri, segretario personale, amico fraterno e amante di Robert, e Jeanne Weil, madre di Marcel. Dall’epistolario si riproducono qui la lettera di Proust che risponde alle condoglianze del conte e la toccante, ispirata poesia che Montesquiou dedica all’amico.

A Robert de Montesquiou, poco dopo il 28 settembre 1905

Caro signore,
Non so come potrò mai ringraziarvi di tante gentilezze. Quando sarò, non dico meno infelice giacché non lo sarò mai, ma meno gravemente malato di adesso, appena potrò parlare e alzarmi, verrò da voi. La vostra pietà verso il mio sconforto è una interpretazione nuova e magnifica del Car la feuille de lys est tournée au-dehors. Ed è in questi momenti che voi siete «più splendido di Salomone in tutta la sua gloria». Giacché «l’ordine della carità è al di sopra di tutti gli altri». La mia vita oramai ha perduto il suo unico scopo, la sua unica dolcezza, il suo unico amore, la sua unica consolazione. Ho perduto colei la cui incessante premura mi portava, in forma di quiete e tenerezza, l’unico miele della mia vita che ancora assaporo a tratti con orrore, in quel silenzio che ella sapeva far regnare così profondamente per tutto il giorno accanto al mio sonno, e che, grazie all’abitudine dei domestici da lei istruiti, sopravvive ancora per inerzia alla sua cessata attività. Sono stato abbeverato da tutti i dolori, l’ho perduta, l’ho vista soffrire, credo che abbia saputo che stava per lasciarmi, senza potermi fare quelle raccomandazioni che per lei, forse, era angosciante tacere; ho la sensazione di essere stato, per via della mia pessima salute, il dispiacere e la preoccupazione della sua vita. La stessa eccessiva smania di rivederla mi impedisce, quando penso a lei, di percepire quel che accade sotto i miei occhi, salvo da un paio di giorni due immagini particolarmente dolorose della sua malattia. Non riesco più a dormire e se per caso mi assopisco il sonno, più prodigo di dolore della mia coscienza desta, mi opprime con pensieri atroci che, perlomeno, quando sono sveglio la ragione cerca di dosare, e di contrastare quando diventano insopportabili. Una sola cosa mi è stata risparmiata. Il tormento di morire prima di lei e di sentire l’orrore che un tale evento le avrebbe procurato. Ma lasciarmi per l’eternità, sapendomi così incapace di lottare nella vita, dev’essere stato per lei un supplizio davvero grande. Deve aver compreso la saggezza dei genitori che prima di morire uccidono i loro bambini. Come diceva la suora che la curava, per lei avevo sempre quattro anni. Perdonatemi caro signore, Esiodo ha detto che gli infelici sono chiacchieroni e ben disposti a parlare delle loro pene. Ma tra tutti i dolori s’instaura una specie di fraternità. «Così il povero è fratello di Gesù Cristo». Non dimenticherò mai la vostra dolcezza, la vostra bontà, la vostra magnanima pietà. Il vostro profondamente grato, Marcel Proust.

Da Robert de Montesquiou, Les Paroles diaprées: cent dédicaces [Le parole iridescenti: cento dediche]

Per la copia di Marcel Proust

Nos deuils sont amis et frères:
Vous pleurez Celle qui, longtemps,
Éloigna les destins contraires
De vos pas et de vos instants;

Moi, je pleure une âme profonde
Mise, un jour, sur mes noirs sentiers
Pour m’aider à porter un monde
Sous l’assaut des inimitiés.

Mélangez vos larmes aux nôtres;
Que j’ignore, en mes soirs chagrins,
Si les pleurs sont miens, ou sont vôtres,
Dont nos yeux furent les écrins.

[Amici e fratelli sono i nostri lutti:
Voi piangete Colei che, per tanto tempo,
Allontanò i destini contrari
Dai vostri passi e dai vostri istanti;

Io, piango un’anima profonda
Apparsa, un giorno, sui miei cupi sentieri
Per aiutarmi a portare un mondo
Sotto l’assalto delle inimicizie.

Mescolate le vostre lacrime alle nostre;
Che possa ignorare, nelle mie tristi sere,
Se i pianti sono miei oppure vostri,
Di cui i nostri occhi furono gli scrigni]

Ritratto di Robert de Montesquiou del 1891 secondo James Abbott McNeill Whistler

Emil Cioran giudica le lettere di Proust “esasperanti fino all’impossibile, insopportabilmente complimentose, scritte da un mondano che voleva a tutti i costi occultare la propria vita”; al contrario, rilegge i due ultimi tomi della ‘Recherche’ “con un’avidità quasi convulsiva”. Come se vi fosse una distanza decisiva tra il Proust uomo ‘di società’ e lo scrittore. Ritiene che sia così? In che forma il rapporto con de Montesquiou entra nell’opera di Proust?

Riguardo al primo punto, rilevo una certa incoerenza nell’affermazione di Cioran, che va innanzitutto contestualizzata. Se non ricordo male, poco prima di quel passo, Cioran afferma: «Cercate la verità su un autore nella sua corrispondenza piuttosto che nella sua opera. L’opera è perlopiù una maschera, ecc.». Ora, Proust, nella sua critica al metodo di Sainte-Beuve, dice esattamente l’opposto: l’opera è il prodotto di un altro io, rispetto a quello che si manifesta nelle nostre abitudini, in società, nei nostri vizi, ecc. È un io più profondo e per comprenderlo sarebbe del tutto inutile cercarlo nella corrispondenza, nei documenti, nelle testimonianze dei contemporanei, è dentro noi stessi che dobbiamo ritrovarlo. Quindi, in un certo senso, Proust ribalterebbe l’affermazione di Cioran: «Cercate la verità su un autore nella sua opera piuttosto che nella sua corrispondenza. La corrispondenza è perlopiù una maschera…». Ma in fondo, non è quello che fa Cioran quando sostiene di aver letto e riletto Le Temps retrouvé, giudicandolo «quanto è stato scritto di più acuto e di più sconvolgente sull’ignominia di invecchiare», e di aver rigettato annoiato la corrispondenza del suo autore? Proust si complimenterebbe con lui: «ha fatto benissimo!». La «verità» sull’uomo Marcel Proust riveste solo un interesse aneddotico, biografico-letterario, mentre le «verità» che emergono dalla Recherche riguardano tutti e sono eterne, ognuno le può ritrovare dentro di sé. Proust sostiene che un abisso separa lo scrittore dall’uomo di mondo che esce in società, e così deve essere, è nella natura delle cose. Questo discorso, tra l’altro, rimanda alla concezione proustiana dei molteplici io che convivono in una stessa persona, e che si manifestano in diversi momenti nel tempo, in contesti e luoghi differenti.

Venendo al secondo punto, il rapporto con Montesquiou agisce a più livelli nell’opera di Proust. Il ruolo più evidente, ma meno interessante, è quello di modello che presta alcuni tratti al barone di Charlus. Un altro, più rilevante, è quello di maestro che con la sua pirotecnica conversazione, le sue intuizioni, il suo inesauribile bagaglio di aneddoti, la sua acutissima e complessa capacità percettiva, unita a una straordinaria erudizione, adorna l’intera Recherche. Per fare un solo esempio, Elisabeth de Clermont-Tonnerre, nel suo bellissimo libro di ricordi su Proust e Montesquiou, di cui ho tradotto il capitolo conclusivo nell’edizione Aragno, sostiene che senza la frequentazione del conte Proust non avrebbe mai potuto far morire Bergotte davanti al famoso lembo di muro giallo dipinto da Vermeer. Non dimentichiamo peraltro che Edmond de Goncourt asseriva che solo un individuo nato, nutrito e cresciuto nel faubourg Saint-Germain, com’era Montesquiou, avrebbe potuto scrivere un’opera che svelasse gli arcani di quel mondo nobiliare agonizzante. In un certo senso quindi, Proust ne ha raccolto il testimone, ricostruendo il côté de Guermantes e realizzando nella Recherche ciò che il conte non è riuscito a compiere.

L’ultimo ruolo, in contrasto con il secondo, è quello di cattivo esempio da non seguire. È risaputo che Proust imputava ai suoi maestri Ruskin e Montesquiou il «peccato d’idolatria», che è uno degli ostacoli al risveglio spirituale e al concepimento dell’opera. Benché sostenesse che tale infermità, nel caso di Montesquiou, riguardasse più il conversatore e l’esteta mondano che non lo scrittore e il poeta, nondimeno nella Recherche l’idolatria colpisce due célibataires de l’art: Swann e lo stesso barone di Charlus. Il processo di graduale emancipazione dal culto dell’immagine, dall’evanescente miraggio evocato dai nomi di paesi e di persone e il conseguente ripiegamento sulla risonanza interiore, intima, unica, che ogni impressione vissuta evoca nel Narratore, costituisce il percorso iniziatico che attraversa l’intera Recherche fino all’Adorazione perpetua che conclude il romanzo. Non è recandoci a Illiers-Combray che saremo più vicini allo spirito proustiano, ma riscoprendo l’Illiers-Combray dell’infanzia, che giace negli abissi della nostra memoria.

“Il più raffinato dei sensitivi”, “uno dei pochissimi poeti-pensatori del XIX secolo”, “prima di tutto un intellettuale”: così, sommariamente, Proust definisce l’opera di Montesquiou. Ecco. Mi dica di quest’opera, fino a che punto è invecchiata, se ha senso, valore, recuperarla e rileggerla, e di quell’uomo, curioso e a tratti inafferrabile.

Il giudizio ditirambico di Proust può apparire eccessivo a chi ha in mente la figura leggendaria di Montesquiou, fatuo principe dei decadenti, ispirata alla sua persona e amplificata dalle contraffazioni romanzesche e caricaturali di J. K. Huysmans, Jean Lorrain, Edmond Rostand e dagli stessi biografi proustiani, George Painter in primis. Tuttavia, pochi si sono presi la briga di esplorare la sua caleidoscopica opera letteraria, che comprende tra l’altro numerose raccolte poetiche, illuminanti scritti d’arte, pungenti note di costume, due romanzi e tre volumi di memorie. Proust riconosce in Montesquiou un epigono dello stile classico, secondo una linea di discendenza letteraria che va da Corneille e Racine, si ricongiunge a Baudelaire e d’Aurevilly, per terminare con la scrittura artistica di Edmond de Goncourt. Oltre che poeta prolifico, sicuramente troppo a mio parere, è stato anche un raffinato «interprete d’arte», un instancabile collezionista di reliquie mondane e artistiche, un geniale arredatore di stravaganti dimore, un inflessibile arbitro del gusto e dell’eleganza, l’incarnazione del dandy tratteggiato da d’Aurevilly e Baudelaire, insomma è stato l’astro più sfavillante della scena parigina tra i due secoli. Ecco, questo secondo aspetto della sua personalità, il voler assurgere a una sorta di capolavoro vivente sulla spinta d’un narcisismo esasperato, ha senz’altro offuscato la sua produzione letteraria. Di questa, la parte poetica, che comprende circa una decina d’imponenti raccolte, è indubbiamente la più consistente, ma anche la più datata e pletorica. Occorre subito precisare che, come ebbe a dire una volta Mallarmé, Montesquiou vive, respira, pensa esclusivamente in versi, e non può fare altrimenti, e questo fin dalla più tenera età. Ora, il problema è che in lui agisce una sorta di «Musa meccanica», spesso manierata e barocca, eredità del nonno a quanto pare, che porta a una proliferazione incontrollata dei versi, che l’autore ha l’ardire e la sfrontatezza di pubblicare interamente senza filtri. Ciò comporta che le poesie veramente pregiate – Montesquiou le paragona a dei bibelots d’art – e destinate a durare, siano sommerse e soffocate da una marea di chincaglieria. Bisognerebbe avere il coraggio e la pazienza di sfrondare il superfluo dalle sue copiose raccolte per conservarne l’eccellente, il raro e il bello, come suggeriva madame Clermont-Tonnerre. Ogni tanto qualche pepita riaffiora. Per esempio, il verso su Luigi XVI tratto dalle Perles rouges spiega tutta la Rivoluzione: Maladroit sur le trone et sous le baldaquin… Sì perché Montesquiou possedeva anche un irresistibile côté epigrammatico e satirico, che gli provocò nel corso della vita innumerevoli ostilità. In proposito una volta Proust gli scrisse: «Voi vi innalzate al di sopra dell’inimicizia, come il gabbiano sulla tempesta, e soffrireste d’esser privato di tale pressione ascendente». Montesquiou si compiacque di quell’immagine poetica, tanto da considerarla la più caratteristica consacratagli dai suoi contemporanei.

Giovanni Boldini eterna Robert de Montesquiou nel 1897

Come accennato sopra, Montesquiou amava definirsi un «interprete d’arte» anziché un critico. In effetti, al pari di Edmond de Goncourt, di cui si sentiva a buon diritto l’erede spirituale, da giovane aveva frequentato gli ateliers dei pittori, esitando per un po’ «tra i contorni e i caratteri», salvo optare definitivamente per la letteratura, pur continuando a consacrare all’arte numerosi studi e articoli, a collezionare opere e a ispirare schiere di artisti. Il suo stile di scrittura, d’altronde, è essenzialmente figurativo, pittoresco, tanto che si può parlare in molti casi di vere e proprie «trasposizioni d’arte». Proust, che lo aveva eletto suo «professore di bellezza», riteneva che nei suoi scritti d’arte troviamo una verità di giudizio, una sicurezza e qualità di gusto, una straordinaria acutezza dello sguardo, una sagacità nello scoprire nuovi talenti e nell’imporli al pubblico, superiori a quelli d’un Ruskin. Inoltre la sua prosa, che rifugge dall’astrazione d’un Fromentin o dai tecnicismi d’atelier d’un Goncourt, può vantare un vocabolario sterminato, che gli consente di ridipingere i quadri che descrive, con uno stile brillante, un’erudizione enciclopedica tali da provocare nel lettore un’impressione simile alla visione diretta. Le predilezioni artistiche di Montesquiou vanno a una pittura essenzialmente non realista, immaginaria, onirica, benché non disdegni i ritrattisti e i paesaggisti. A livello estetico, la sua sensibilità si forma sui maestri della critica d’arte francese dell’Ottocento, i vari Baudelaire, Gautier e Goncourt, in cui la bellezza è spesso associata al raro, al bizzarro, all’insolito. La lista degli artisti a cui ha dedicato conferenze, articoli e studi, molti dei quali furono suoi amici e conoscenti, comprende: Leonardo da Vinci, El Greco, Watteau, Ingres, Grandville, Gallé, Lalique, William Blake, Burne-Jones, Whistler, Böcklin, Chassériau, Constantin Guys, Paul Helleu, Madeleine Lemaire, Alfred Stevens, Rodolphe Bresdin, Aubrey Beardsley, Raffaëlli, La Gandara, Louise Breslau, Gustave Moreau, Albert Besnard, Giovanni Boldini, Sargent, Rodin, Troubetzkoy, László, Léon Bakst, Romaine Brooks, Sem, Chaplin, e, naturalmente, la pittura giapponese. Questa parte dell’opera è sepolta nei bassifondi delle biblioteche e merita di essere recuperata, unitamente ai ritratti letterari e mondani, consacrati a poeti, scrittori, attrici, nobildonne sideree oggetto della sua venerazione: Paul Verlaine, Marceline Desbordes-Valmore, Leconte de Lisle, Edmond Goncourt, Hello, Stéphane Mallarmé, Georges Rodenbach, Edmond Rostand, D’Annunzio, Raymond Roussel, Sarah Bernhardt, Eleonora Duse, Isadora Duncan, i Balletti russi, Ida Rubinstein, la contessa di Castiglione, Anna de Noailles, Lucie Delarue-Mardrus.

Infine vorrei sottolineare l’estrema modernità della figura di Montesquiou, attento a captare non solo le nuove correnti artistiche, ma anche i mutamenti nei costumi e nella moda, ad accogliere l’avvento del cinema. Basti considerare il culto narcisistico e compulsivo della propria immagine che fa di lui un precursore del selfie. Oltre a farsi ritrarre da artisti del calibro di Lepage, Carolus Duran, Blanche, Doucet, Whistler, Boldini, La Gandara, Besnard, Helleu, László, Troubetzkoy, si fece fotografare qualcosa come 189 volte… Solo la divina Castiglione, a cui dedicò un libro con prefazione di D’Annunzio, fece meglio di lui. Come lei, dopo aver esercitato per un ventennio il sacerdozio della bellezza, Montesquiou trascorrerà gli ultimi, amari anni della sua vita nella solitudine, vittima secondo Proust d’una «cospirazione del silenzio», recluso nella turris eburnea del Palais Rose. Rifugge il pubblico e l’obiettivo dei fotografi, preferendo non lasciare nessuna immagine di sé, al di là delle ultime opere pubblicate. L’epilogo desolante della sua vita, dal vago sapore proustiano, contribuisce a riconciliarlo con il lato notturno, lunatico del suo carattere, con la chauve-souris dei suoi esordi poetici, simbolo crepuscolare dalla doppia natura, mammifero alato condannato a fluttuare eternamente tra le tenebre e la luce, che a un tempo l’attrae e lo ferisce.