“Io non so nulla del futuro, il futuro dovrà badare a se stesso”. Breve risposta a Robby Krieger: ti prego, non parlare più di Jim Morrison, il Dioniso del rock

Posted on Agosto 29, 2020, 10:38 am
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Non bastava Woody Allen e la sua autobiografia sul niente, ci si mette pure Robby Krieger a farmi girare le p*lle! Il memorabile chitarrista dei Doors ha rilasciato un’intervista a Rolling Stone in cui apprendo e plaudo l’uscita di The Ritual Begins at Sundown, il suo nuovo album dopo 10 anni, ma in cui dice pure che se Jim Morrison fosse tornato da Parigi “avremmo di sicuro continuato insieme sulla scia di L.A. Woman”. Ora: Jim non è tornato perché morto stecchito in una vasca da bagno per cause rimaste imprecisate, all’inverso è inciso, accertato, testimoniato, riportato in scaffalate di morrosiane e doorsiane biografie che lo stesso Jim da mesi lo andava dicendo, a tutti e ovunque, che A) non sarebbe tornato perché gli andava zero di tornare, e B) a Parigi stava da dio, beveva di meno, come si può vedere dalle sue ultime foto la sua panza era di conseguenza diminuita e poi, importante C) in patria lo avrebbe aspettato il carcere, data la condanna in primo grado per i fatti (sozzi?) di Miami, sentenza contro cui gli avvocati di Morrison s’erano appellati ma che, se confermata in altro grado… “Io non so nulla del futuro, il futuro dovrà badare a se stesso”: è frase lapidaria, targa, stemma by Morrison, parole da lui dette alla CBC prima di partire. Jim Morrison non era scemo, era alcolizzato, sì, e been down so long, tanto sì, depressione che scrive e canta da Morrison Hotel in poi. Ma prima che depresso era stanco, esaurito, non ne poteva più di fare e essere una rockstar. Anelava l’anonimato, o quasi. A livello mediatico voleva sparire e scrivere, versi, libri, sceneggiature, con Michael McClure, e in combutta con quanti avevano scritto Easy Rider: Morrison era stato in un primo tempo opzionato quale co-sceneggiatore (ma alcuni sussurrano interprete) di questo della sua generazione iconico film.

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Non se lo ricorda, Robby? Cosa va cianciando, oggi? No, perché, sempre nella stessa intervista, se ne esce con quest’altra frase qui: “Yes, The River Knows è uno dei brani dei Doors che solo i fan più accaniti hanno amato, e magari nemmeno loro”. Ma per favore! Una delle prime canzoni che m’ha rapita al pianeta Doors, legandomi a loro infinitamente, e mai che ne sia scesa né li abbia rinnegati un’ora, un giorno. Come se io – insieme a chissà quanti altri doorsiani – non lo sapessi che Yes, The River Knows è scritta da Krieger ed è Morrison scoperto, svenato, toltosi la pelle, lucido di fronte a sé e agli altri. È Morrison che canta e conta e miscela i suoi demoni in mystic heated wine, cioè la sua droga alcolica. Da cui nessuno lo avrebbe potuto liberare se non Morrison stesso, da solo, per esclusivo suo volere, quello che forse stava tentando di fare a Parigi. Futile che Krieger ad intermittenza loda o pianga la sua inanità verso Jim: non ha ancora compreso l’identificazione di Jim col Neal Cassady reale come con quello risolto in Kerouac, non ha ancora capito che Jim quanto leggeva lo viveva, lo sc*pava, ingravidandosene l’esistenza? Non per vanità, ma per realtà. Ha le sue ragioni chi spiega Jim mai a casa propria sulla Terra e, a traccia di Cassady, come in inquieta attesa della liberazione nella morte. Morte uguale libertà uguale tema ossessivo nelle liriche di Morrison: tema del tutto assente in quelle di Krieger. No one could save (him)/Save the blind tiger/He was a monster/Black dressed in leather: no, a frenare Jim non vi riuscì neanche il buon Manzarek, Ray che era di età più grande degli altri tre Doors, e si considerava il loro fratello maggiore. Ray che finché fu vivo dei furono Doors parlava lui a nome di tutti, specie di Jim morto. Ray che aveva innalzato a sua ragione di vita la costante alimentazione del mito e del ricordo di Morrison poeta, artista, visionario, affinché quell’immagine di Dioniso del rock non venisse unta dal minimo gossip postumo.

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Ray lo ha saputo dopo, come noi, insieme a noi, che l’ignaro Jim era nella lista nera dell’FBI, ma pure in quella nerissima, personale del presidente Nixon: per quello che rappresentava come icona rock, Jim era attaccato quale “diffusore della droga tra la gioventù americana” dal vice presidente Spiro Agnew (quello poi finito in galera per tangenti), insieme a Nixon medesimo che dalla Casa Bianca inviava lettere di sostegno ai “Raduni per il Decoro” contro quanto da Jim forse penemente esibito su un palco a Miami (sulla fine politica di Nixon, sulla sua probità, devo soffermarmi?). Ray però lo sapeva ma non lo diceva, che Jim non sarebbe tornato anche per i suoi casini sentimentali: infatti il 24 giugno 1970 Jim si era non legalmente ma celticamente sposato con Patricia Kennealy, giornalista, mentre a Los Angeles traslocava insieme al cane Sage in una nuova casa da lui comprata ma intestata alla compagna Pamela Courson, eroinomane nullafacente anche se risultante a capo del Themis, negozio di lussuoso abbigliamento chiccoso a libro paga di Morrison, abiti che quasi nessun cliente comprava perché sgraffignava. Quindi Jim se non era bigamo era qualcosa di simile: scontato che se Pamela avesse scoperto le celtiche corna-nozze al suddetto mezzo bigamo lo avrebbe riempito di schiaffoni come difatti faceva ogni qualvolta scovava Morrison a letto con groupie più o meno pensatesi sue fidanzate ufficiali. E per tacere degli impicci sessuali che in contemporanea Jim combinava a New York con quella mezza matta di Nico con cui, quando non se ne stavano intenti a spassi orali (li spiffera Manzarek nella sua ghiotta autobiografia) si divertivano a rincorrersi nudi e urlanti sui tetti. Nico aveva talmente perso la testa da rovinarsela fin nel colore, tingendo il suo magnifico biondo di un tremendo rosso tiziano perché Jim non faceva che dirlo, e metterlo nelle sue canzoni, di quanto dalle ragazze dai burning hair fosse attratto, e sia Pamela che Patricia erano guarda un po’ rosso tiziane. Quando Pamela si incaz*ava con Jim oltre che alzargli le mani lo cacciava di casa, per questo Jim a L.A. aveva prenotata fissa una stanza in un motel a una stella, stanza a cui una sera bussa non invitato un certo Mick Jagger venuto a chiedere al collega front-man lumi sui concerti in auditorium, al contrario dei Doors ancora non calpestati dagli Stones.

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Se ne ricorda qualcosa, Robby Krieger? Di che riempirà la sua (auto?) biografia attesa per la prossima primavera? Mancava solo la sua, quella di Ray fu un best-seller, e John Densmore ne ha addirittura scritte due, la prima per raccontare la sua vita con i Doors, la seconda per spiegare nel dettaglio la sua insofferenza e guerra giuridica contro i Doors superstiti. Figo se Krieger svelasse qualche verità, una su tutte, quella sui rapporti tra Morrison e Densmore: davvero l’astio malcelato di John verso Jim deriva da quasi prima dei Doors, e cioè da quella sera di gennaio1966, quando da non ancora star suonavano al London Fog, locale in cui entra a sentirli Pamela? È vero che con Pamela ci provò per primo Densmore, ma che lei lo snobbò per Jim, e Jim e Pam hanno fatto “coppia cosmica” e per sempre subito, e questo a John ha in perpetuo fatto rosicare da matti?

Barbara Costa

*L’intervista a Robby Krieger su “Rolling Stone” la leggete qui; l’intervista di Jim Morrison alla Cbc è ricavata da: Stephen Davis, “Jim Morrison”, Mondadori, 2005

**In copertina: The Doors nel 1969; Robby Krieger, Ray Manzarek, John Densmore, Jim Morrison