Roald Amundsen, l’uomo dei ghiacci che morì per salvare il suo nemico, Umberto Nobile: 90 anni dopo, una storia di straziante eroismo

Posted on ottobre 02, 2018, 9:05 am
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Quella decisione gli era costata la vita. Lui, l’esploratore Roald Amundsen, il primo ad attraversare il Passaggio a Nord–Ovest e il primo uomo a conquistare il Polo Sud, aveva deciso di andare a salvare il suo amico-nemico Umberto Nobile, volando sopra i cieli dell’Artico, dissolvendosi per sempre nel biancore polare, che acceca. Due occhi di ghiaccio, azzurrissimi, un naso importante, sopracciglia folte, arcuate. Una bocca dalle labbra sottili, volitiva. Confronto i due volti di Amundsen, il suo busto e un olio su tela che lo ritrae, accanto. Nel volto scolpito nel marmo scuro, gli occhi sono aperti, ma non ci sono le pupille, quei suoi occhi che avranno visto, in una vita, qualcosa che nessun’altra vita aveva mai visto, fino a quel momento.

Al primo piano del Polarmuseet di Tromsø, nella Norvegia del Nord, ben oltre il Circolo Polare Artico, incollo i miei occhi ai vetri di un’esposizione dedicata a lui. Ci sono i suoi maglioni pesanti e marroni, i suoi indumenti di lana, i giacconi, i cappelli di pelo. Sul legno sopra la vetrina sono illuminate le lettere d’oro che formano il suo nome, la sua data di nascita e l’anno di morte. Roald Amundsen 16 Juli 1872 – 1928 liv og ekspedisjoner. Vita e spedizioni, in norvegese. Questo museo di storia polare è stato aperto il 18 giugno 1978, esattamente cinquant’anni dopo la partenza di Amundsen, a bordo del Latham 47, per salvare Umberto Nobile e ciò che restava del dirigibile Italia, fracassato nei cieli delle Svalbard, sul pack, a pochi sguardi dal 90° parallelo Nord. Non c’è data di morte, il contatto radio con l’Aquila bianca della Norvegia si perse quasi subito e la vita di uno dei più grandi esploratori del mondo venne inghiottita dai ghiacci, per sempre. Umberto Nobile e otto dei suoi uomini, dopo aver raggiunto il Polo Nord il 24 maggio 1928, e aver fatto un tragico naufragio l’indomani, furono salvati. Sono passati novant’anni dalla scomparsa di Amundsen, la polvere si raccoglie anche sopra i suoi indumenti e questo piccolo museo, dentro un capannone di legno scricchiolante, mi sembra un piccolo santuario laico. Finestrelle quadrate di legno si affacciano sulla lingua d’acqua che porta all’oceano. Ma che cosa era successo nei cieli artici?

Cielo plumbeo, nubi basse. Un gabbiano si posa sulla testa di Amundsen, fa il nido sul cappuccio di pelo scolpito, la statua a qualche centinaio di metri dal museo, lo sguardo ostinato e impavido, rivolto al mare. È in piedi, imponente dentro il suo giaccone, vestito per sempre dell’anourak, la blusa di pelle di foca che portava durante i voli. Lui, del resto, è l’eroe dei luoghi freddi, glaciali. L’avventuroso esploratore dei poli. Dicono che indossasse mutandoni di lana e speciali stivali foderati d’erba creati da lui, per ripararsi dai geli artici. La sua morte porta ancora oggi con sé un alone di mistero e di fascino. Il volo, l’ultimo ed estremo, per salvare Umberto Nobile. Nobile che aveva dedicato una vita allo studio della struttura non rigida dei dirigibili – scriveva Wilbur Cross in Disastro al polo, Corbaccio – “Secondo la sua teoria, un’aeronave semirigida di lunghezza compresa tra i cento e i centotrenta metri era sufficientemente flessibile da piegarsi senza danno se sottoposta a vento forte”. E il pericolo poteva provenire dal gas d’idrogeno che gonfiava i dirigibili. Ma con il Norge era filato quasi tutto liscio. L’esploratore di Oslo, con l’americano Lincoln Ellsworth e quattro membri dell’equipaggio, aveva già tentato di raggiungere il Polo Nord in aereo, ma, nella primavera del 1925, era rimasto senza carburante e, per un mese, sul pack gli esploratori furono tagliati fuori, senza alcun contatto radio. E già allora Amundsen, l’aquila norvegese, venne dato per disperso. Ma miracolosamente i sei uomini erano riusciti a decollare e a fare ritorno alle Svalbard. Quell’esperienza, secondo Cross, avrebbe convinto il norvegese ad entrare in contatto con Umberto Nobile e acquistare una delle sue aeromobili. Il dirigibile N 1, battezzato Norge, Norvegia appunto, con cui fu effettuato il primo sorvolo del Polo Nord, nel maggio 1926.

Umberto Nobile

Umberto Nobile con la fedele ‘Titina’: sul Norge, che raggiunse il Polo nel 1926, diversi dissapori minarono la convivenza tra lo spartano Amundsen e Nobile

Il Norge era un dirigibile semirigido, da 18.500 metri cubi, finanziato per la maggior parte dal club Aeronautico Norvegese, raggiunse il polo il 12 maggio 1926, dopo aver coperto 13400 kilometri in 161 ore di volo. Tre giorni per volare sulla cima del mondo, 71 ore dalle Svalbard all’Alaska. A bordo, sopra tutti, un norvegese e un italiano, un esploratore e un esperto di aerostatica, Roald Amundsen e Umberto Nobile. Molte le difficoltà a raggiungere l’Alaska e, soprattutto, una ancora più delicata convivenza, a bordo. Litigi, discordie, riportate anche dalla stampa dell’epoca. Due nazioni che si contendono gli onori dell’impresa, il fascismo. Amundsen che si lamentava delle inutili belle uniformi degli aviatori italiani. Nobile, poi, si era pure tirato dietro Titina (come avrebbe fatto poi sul dirigibile Italia), la sua fedele cagnolina, un piccolo fox-terrier, un peso inutile. Se con Amundsen c’era un po’ di ruggine, Nobile aveva tenuto un buon rapporto con il meteorologo della spedizione, Finn Malmgren, che volle con sé nel nuovo progetto di trasvolata artica.

È l’estate del 1927 quando Umberto Nobile organizza la seconda spedizione polare, con il dirigibile Italia. Nella primavera del 1928, si addensano le nubi minacciose del destino, mentre prende corpo anche la sua idea rivoluzionaria: non semplicemente una trasvolata. “La prima fu una trasvolata, questa volta ci fermeremo – aveva affermato Nobile – Ho sperimentato un sistema di ancoraggio e una speciale piattaforma che permetterà la discesa ai tre scienziati che fanno parte della spedizione”. Il progetto era quello di esplorare la costa siberiana, la terra di Nicola II, la Groenlandia e di allestire un campo base di studio e di misurazione delle temperature. Ma il sogno si rivelò troppo temerario e la discesa si trasformò in una caduta rovinosa. Edouard Peisson in Poli (Baldini&Castoldi, libro del 1953, traduzione di Bruna del Bianco) ripercorre i giorni di Amundsen prima della partenza senza ritorno e ce lo restituisce ritirato nella sua casa di Bunnefjord, nel fiordo di Oslo, intento a scrivere le sue memorie, che non finirà. Quando sente dire che, a causa di una tempesta e della neve, il dirigibile Italia si è abbassato, appesantito, a tavolino traccia la rotta mediana tra la Terra di Nord-est e la Terra di Alessandro. “Ma per quante ore il dirigibile ha potuto navigare a velocità normale? Quando si è trovato in pericolo, la sua posizione era più vicina allo Spitzberg o alla Terra di Alessandro? Ha dovuto far rotta verso l’uno o verso l’altra. E come saperlo?” si legge in Poli.

Finalmente un prodigioso segnale da Nobile viene captato nella città di Arcangelo. Amundsen si decide a partire in soccorso di Nobile. Un gesto di eroismo, da celebrare, all’età di 56 anni. Aveva già oltrepassato, da un pezzo, la freschezza dei suoi vent’anni. Ma aveva l’esperienza dalla sua, le numerose spedizioni avventurose, pericolose e storiche. Al diavolo quell’assurda polemica e le vecchie rivalità. Si trattava di tendere la mano e trarre in salvo Nobile e i suoi, sul suo velivolo. Perché lo svedese Lundborg – che porterà in salvo Umberto Nobile, solo lui – e i rompighiaccio Krassine e Malygine erano già partiti. Così è la Francia a fornire ad Amundsen il Latham, con due motori da 500 cavalli. “Ha un raggio d’azione di cinquemila chilometri, è pilotato e condotto da due marinai, i tenenti di vascello Guilbaud e De Cuverville, assistiti dal capo meccanico Brazy e dal radiotelegrafista Valette”, scrive ancora Peisson. A bordo, Amundsen e Dietrichson, alla partenza da Tromsø, il 18 giugno ricevono tanti fiori. Rileggo, con un brivido, questo particolare, i fiori: narcisi, gigli di campo, pervinche.

“Verso le 18 l’idrovolante decollò, si alzò obliquamente e… scomparve. Per due ore e quarantacinque minuti la stazione radio di Tromsø restò in comunicazione con il Latham, che aveva puntato verso la Baia del Re. Poi Tromsø, non potendo più trasmettere per mancanza di corrente, non fu in grado di rispondere ai messaggi di Guilbaud. Quando la corrente tornò fu l’idrovolante a restare muto”. Non seguì la notte a quel giorno. La luce notturna era diventata angosciosamente spettrale. L’attesa, inutile. “Alcuni naviganti asserirono di aver visto un idrovolante calare al largo della costa norvegese poi riprendere l’aria e dirigersi verso lo Spitzberg. Pescatori di fiocina, che rientravano al porto, raccontarono di essere stati sorvolati da un biplano mentre si trovavano a venti quattro miglia a Nord-ovest dell’Isola degli Orsi”. Non si scorge il profilo del Latham nei cieli norvegesi e, per giorni interminabili, tutti vorrebbero sentirne il ronzio.

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‘La tenda rossa’ è un film del 1969, prodotto da Franco Cristaldi, con Sean Connery nelle vesti di Amundsen e Peter Finch in quelle di Umberto Nobile

Il 31 agosto di quel 1928, leggo in The White Eagle – Roald Amundsen, Sailor of the Skies, di Olav Gynnild, pubblicato nel 2002 dalla casa editrice norvegese Odds Interbok, “il peschereccio “Brodd” trovò a Torsvag, a nord di Tromsø, un galleggiante del Latham. Poi, in autunno, una delle taniche di benzina del velivolo fu ritrovata ad Haltenbanken. Nessuno poteva credere che Roald Amundsen fosse davvero morto”. Nel libro leggo che l’opinione generale era che Amundsen avesse sacrificato la sua vita per il suo nemico. L’italiano Nobile. Ma Fridtjof Nansen, un altro esploratore dei ghiacci, dava ai fatti una diversa versione. Infine, verso il 1930, tutti pensarono che Amundsen e i suoi fossero stati sepolti in una tomba d’acqua. Nobile fu salvato pochi giorni dopo la scomparsa del norvegese. Ma non tutti i membri dell’Italia fecero ritorno.

Ripenso alla statua di Amundsen, agli occhi senza pupille. Dove avrà posato il suo ultimo sguardo, poco prima di lasciare la vita? Nel celebre film La Tenda rossa, del 1969, straordinaria pellicola del regista Mickail K. Kalatozov, dedicata al disastro polare del dirigibile di Nobile, Amundsen, interpretato dal fascinoso Sean Connery, grazie a uno squarcio tra le nubi, trova il relitto del dirigibile Italia e gli uomini sparsi tra i rottami, paralizzati dal gelo della morte. In una desolazione artica, nella immacolata solitudine della morte, il destino si compiva, mentre il vento si insinuava dentro l’involucro, disarmato e inservibile, dell’aeronave. Amundsen trova un libro e lo legge. Si ricostruisce, nel film, un processo postumo a Nobile, presenti tutti i protagonisti delle operazioni di salvataggio, compreso Lundborg. Perché Nobile ha accettato di essere salvato per primo?

Chissà se era questo il destino che Roald Amundsen aveva accarezzato da bambino, una morte da eroe, lui, nipote e pronipote di pescatori, figlio di un armatore di velieri costieri. Sua madre voleva che diventasse un medico, lui che a diciassette anni sognava di diventare un esploratore, come Nansen. E sognava di trovare il passaggio a Nord-ovest. “Ma Roald Amundsen, Dietrichson, Guilbaud, De Cuverville, Brazy e Vallette?” Leggo le ultime parole di Edouard Peisson, Capitano della Marina Mercantile e scrittore francese, anche lui ormai scomparso da tempo, a settembre 1963. Era nato nel 1896, a Marsiglia: “Era da tanto tempo che gli occhi non si volgevano più verso il cielo. Gli uomini sulla passerella guardavano le ondate trasparenti che lavavano le murate dei loro bastimenti, con la speranza di scoprirvi un corpo, un viso. Tutti quei marinai avrebbero voluto afferrare Amundsen, avrebbero voluto prenderlo tra le braccia per portarlo a terra, come in altri tempi i loro fratelli avevano preso e portato la Gjöa, la sola nave che, allora, condotta dal grande norvegese, avesse superato il passaggio a Nord-ovest ed il cui viaggio era terminato”.

Linda Terziroli