“Sono pronto a ridurre tutto in schegge e a mettere tutti in ginocchio”. Discorso intorno alla Rivoluzione russa (e analisi del concetto stesso di “rivoluzione”). Con poeti in sottofondo

Posted on Maggio 21, 2019, 10:50 am
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Questo intermezzo vuole essere una riflessione su un evento che ha veramente segnato la storia dell’umanità: la rivoluzione russa.  E questo lo voglio dire, non per mitizzare la Russia, sottolinearne l’importanza e l’originalità rispetto ad altre rivoluzioni, ma per isolare la vera causa della storia della rivoluzione russa, ovvero il partito bolscevico, rispetto all’attesa di un vero rinnovamento e di un cambiamento politico e sociale che comunque era necessario e sentito in Russia a cavallo dei secoli XIX e XX. Il partito bolscevico guidato da Lenin, seppur in minoranza iniziale rispetto agli altri partiti, riuscì a impadronirsi definitivamente del potere nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 1917, sovvertendo l’intera struttura politica e religiosa del Paese. La rivoluzione russa che riguarda miti, speranze, indignazioni, tentativi, sogni, cambiamenti, novità, è un’altra cosa. Perché è importante sottolineare questo? Perché ciò che accadde in quella notte riguarda un fenomeno sì di lotta sociale, ma anche e soprattutto spirituale e religioso ed è su questo terreno che s’inseriscono le voci dei poeti che voglio raccontarvi.

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Come scrisse Nikolaj Berdjaev, noto filosofo del tempo, “il bolscevismo russo è un fenomeno di ordine religioso, in esso agiscono alcune estreme energie religiose, se per energia religiosa si intende non soltanto ciò che è rivolto a Dio. La surrogazione religiosa, la religione inversa, la pseudo religione è anch’essa un fenomeno di ordine religioso, in questo sta la sua assolutezza. Il bolscevismo non è politica, non è semplicemente lotta sociale. È uno stato dello spirito e un fenomeno dello spirito, una percezione e visione totale del mondo. Il bolscevismo pretende di prendere tutto l’uomo, tutte le sue forze, vuole rispondere a tutte le sue esigenze. Il bolscevismo è il socialismo portato a una tensione religiosa e a un esclusivismo religioso”. Infatti la rivoluzione russa del 1917 non si esaurisce negli eventi sovvertitori iniziali ma riguarda anche gli anni e i decenni successivi dato che la presa di potere da parte dei bolscevichi fu soltanto l’avvio di un lungo processo rivoluzionario, la cui traiettoria si è conclusa settanta e più anni dopo con il crollo del regime.

Quindi, quella che nel lessico ideologico sovietico si chiamava Grande rivoluzione socialista di ottobre e come tale era esaltata nella mitologia poetica dei suoi artisti, fu in realtà un colpo di Stato magistralmente preparato e attuato, che portò all’eliminazione del democratico governo provvisorio e alla dittatura del Partito comunista. Al di là delle cause immediate, come il ritardo delle riforme politiche del sistema zarista, le tensioni sociali accumulate e soffocate sotto l’antico regime, le masse popolari che la prima guerra mondiale aveva messo in divisa e gettato nelle trincee, le promesse del governo provvisorio che non riuscì a soddisfare nel breve e turbolento periodo della sua attività, decisiva fu l’azione di Lenin. Egli fu guidato da una totale spregiudicatezza nell’uso dei mezzi considerati necessari, al fine di conquistare e conservare il potere, un potere incarnato nella sua persona ma al servizio di quell’Assoluto che per lui era la rivoluzione comunista.

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Ma veniamo a noi, all’essenza della rivoluzione, così come mi è passata attraverso lo studio e la lettura di alcuni grandi poeti russi di quel periodo: la rivoluzione era soprattutto un atteggiamento dello spirito, un’ansia di cambiamento, una forza che si è innestata in un periodo storico ben preciso e si è sposata con le circostanze del momento in Russia (l’attesa delle riforme, le delusioni provocate dallo zar, il proletariato che cresce e che comincia a far valere i propri diritti, il periodo della reazione, ecc..).

Il periodo che precede la rivoluzione d’ottobre, definito Secolo d’Argento, fine ’800, inizio ’900 è un “periodo di grande frenesia degli intelletti e degli animi, di turbinose ricerche filosofiche  estetico-letterarie, il risveglio delle energie creative, l’acutizzarsi della sensibilità religiosa e mistica. E questo si deve ad “un nuovo tipo umano, maggiormente rivolto verso la vita interiore”, che ha “aperto gli occhi su altri mondi, su un’altra dimensione dell’essere”, dice Berdjaev. Una sorta di rinascimento quindi.

Un noto giornalista, scrittore, poeta contemporaneo russo, Dmitrij Bykov, paragona questo periodo a una palma, il soggetto dominante di un libro di Vsevolod Garšin, scrittore vissuto tra il 1860 e 1880.  Il libro è intitolato Attalea Princeps e in esso si racconta la storia di una palma brasiliana rinchiusa in una serra di vetro insieme a tante altre piante esotiche di straordinaria bellezza. La palma cresce e vuole crescere sempre di più perché ha nostalgia del cielo che vede attraverso la serra. La palma cresce e buca la serra ma muore perché si congela. La palma rompe dunque la serra con la sua irruenza, la sua voglia di libertà. Ma muore, perché poteva sopravvivere solo in quella serra, solo in quell’ambiente. L’ambiente di cui si parla è la società russa prima della rivoluzione, una serra anch’essa: chiusa, surriscaldata, dove regna l’assolutismo, dove vivissima è la tradizione e l’amore per essa, una società molto gerarchica, stagnante nelle sue forme. Paradossalmente questa società ha prodotto quanto di più vivo e strabiliante dal punto di vista delle arti e del pensiero, solo in questa società potevano nascere simili piante esotiche. Solo in questa società poteva farsi strada il moderno. Quanto più una società è chiusa tanto più potente è la spinta che si genera al suo interno. Ecco, la palma cresciuta nella serra cresce, getta le basi del XX secolo, esplode in tutta la sua fioritura e poi muore. Questa palma è il simbolo del secolo d’argento.

Qui si inserisce l’attesa della rivoluzione. Un’attesa successivamente delusa. Ma è bello vedere con quale forza e con quali colori si riveste questa attesa: “L’atmosfera a cavallo dei due secoli e caratterizzata dalla diffusa sensazione di un’apocalisse storica imminente, di uno sconvolgimento che avrebbe segnato una svolta nella storia mondiale. In tutto si avverte un’attesa escatologica che cresce man mano, fino a diventare aspettativa di una «bufera» terribile e purificatrice”.

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Così scrive Pasternak: “La gente del popolo si liberava l’anima, e conversava della cosa più importante, di come e per che cosa vivere e in quali modi costruire l’unica esistenza pensabile e degna. […]. In quella celebre estate del 1917 nell’intervallo fra le due scadenze della rivoluzione, sembrava che insieme agli uomini comiziassero le strade, gli alberi e le stelle. L’aria da un’estremità all’altra era avvolta da un’ardente ispirazione che si protendeva per migliaia di verste e pareva una persona con un nome, sembrava chiaroveggente e animata”.

Boris Pasternak (1890-1960) ha raccontato la rivoluzione tenendosi in disparte e osservando. Per lui il poeta è uno spettatore, un testimone, non partecipe degli avvenimenti. All’inizio le sue poesie non erano comprese, sembrava fossero distaccate dal tempo, un tempo che esigeva che tutto riecheggiasse la rivoluzione in atto. Solo Majakovskij ne intuì la forza: “Le sue opere sono fra i modelli di una nuova poesia che stupendamente sente la contemporaneità. La sua essenza non è frutto dei libri, ma ha potuto formarsi solamente nelle circostanze della nostra vita”.  (anni ’20).

Di lui non si può parlare di “versi sulla rivoluzione”, essa è onnipresente e inafferrabile come l’aria. Questa è una poesia del 1912 nella traduzione di Ripellino

Come di bronzea cenere caduta dai bracieri,
di scarafaggi brulica il giardino assonnato.
Vicino a me, a livello della mia candela
sono sospesi universi fioriti.

E come in una fede inaudita
io entro in questa notte,
dove il pioppo vetustamente grigio
ha ombreggiato il confine lunare.

Dove lo stagno è un mistero svelato,
dove bisbiglia la risacca del melo,
dove il giardino è sospeso come palafitte
e tiene dinanzi a sé il cielo.

Mentre questi versi sono tratti da Le stelle d’estate, una poesia scritta nel luglio del 1917.

Hanno narrato cose terribili.
Hanno dato l’indirizzo esatto.
Aprono, domandano,
si muovono come in un teatro.

[…]

Nel sobborgo, la notte di luglio,
sono mirabilmente bionde.
Il cielo è un subisso di pretesti
per combinarne qualcuna.

[…]
Il vento prova a sollevare
una rosa secondo il desiderio
delle labbra, dei capelli e delle scarpe,
dei lembi delle gonne e dei nomignoli.

Come di velo, ardenti,
spargono nella ghiaia
tutto ciò che per loro fu fatto frusciare,
che fu intonato per loro.

È una poesia che riflette un’eco di compassione per l’umanità, data dal desiderio (le stelle) e la piccolezza tenera e grande degli uomini (il vento prova a sollevare…). Quello che si legge nei versi non è passione o attesa smodata o speranza, è ultimamente “amore”. La sua è una rivoluzione costante, la quale, anche se in termini di rinnovamento della società verrà tradita, continuerà sempre perché ripone la sua fiducia nella natura e nel continuo rinascere della vita.

Da una lettera di Pasternak a Spender (amico e poeta di Pasternak) si legge “…Ho sempre inteso il tutto – la realtà in quanto tale – come un messaggio ricevuto o un arrivo inaspettato, e mi sono sempre sforzato di riprodurre puntualmente questo carattere di messaggio, perché mi sembrava di trovarlo nella natura stessa dei fenomeni. Tale dev’essere la vita. Deve essere la tragedia della pienezza, la tragedia della produttività e delle felicità. La tragicità della vita è la sua legge naturale, essa deve essere tragica per essere reale. Quando poi sulle sue testimonianze versi lacrime, non è perché in essa le circostanze si sono combinate in maniera sfortunata, ma perché essa è costata cara. E’ la sua grandezza che fa piangere”.

A testimonianza del suo “non morire”, questi son versi tratti da una poesia scritta nel “31.

L’alba

E dopo molti, molti anni
la tua voce di nuovo mi ha turbato.
Tutta la notte ho letto i tuoi precetti,
rianimandomi come da un deliquio.

*

Il deliquio è la vera vita che è concessa di vivere al poeta in rari momenti: riprendersi dal deliquio, scoprirsi nell’universale. La realtà si svela a noi perché è una forza. Ciò che si vede non sono oggetti ma le azioni di questa forza.  La forza, così come la vista e la coscienza sono dirette verso l’esterno. Sono un’energia che richiede di essere spesa.

Voglio andare tra la gente, nella folla,
nell’animazione mattutina.
Sono pronto a ridurre tutto in schegge
e a mettere tutti in ginocchio.

Il superamento della morte è un compito che secondo Pasternak si pone all’umanità intera. Questo gli permette di vedere di nuovo tutto come se fosse la prima volta:

Scendo di corsa le scale,
come se uscissi per la prima volta
su queste strade coperte di neve
e sul selciato deserto. 

Il poeta sente come uno struggimento nei confronti delle persone. Sente, come proprio, il loro desiderio di bene, il loro tendere alla gioia, ma sente anche la propria e loro insita impotenza che rimane, comunque abbracciata da un amore:

Io sento per loro, per tutti
Come se fossi nella loro pelle,
mi sciolgo come si scioglie la neve,
come il mattino aggrotto le ciglia.

Con me sono persone senza nomi,
alberi, bimbi, gente casalinga.
Io sono vinto da tutti costoro,
e solo in questo è la mia vittoria.

“Egli passava nel folto delle battaglie, che avrebbero mutato la Russia, come un sonnambulo, destandosi a tratti per annotare con voce assonnata, non le gesta del popolo, ma i prodigi del cosmo”.

Isabella Serra

(continua)

*In copertina: Vladimir Majakovskij si spara al cuore il 14 aprile del 1930