River Phoenix, il Rimbaud del cinema. Ovvero: l’arte è un ragazzo d’oro scotennato e dato in pasto al pubblico feroce

Posted on novembre 03, 2018, 11:04 am
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Basta avvicinarlo alla fotografia di Arthur Rimbaud scattata da Étienne Carjat, oppure al viso, cariato nell’oro, come lo ricorda Henri Fantin-Latour in quella fotografia pittorica, Coin de table. E mi piacerebbe esclamarlo, così, River Phoenix è il Rimbaud della cinematografia mondiale. La somiglianza – prendi la fotografia agli Oscar del 1989, l’anno in cui gira Indiana Jones e l’ultima crociata – eleganza sbandata, capelli lunghi, inondazione dorata, occhi a scodellare l’abisso, è plastica, papale.

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Da somiglianza a equivalenza, lo so da me, c’è l’invasione delle locuste. River Phoenix, al di là del nome, beato – si chiama River Jude Bottom, chiamato River in virtù del fiume fatale citato da Herman Hesse in Siddharta, soprannominato ‘Phoenix’ per via della fenice che vive, arde e risorge – non ha lasciato un’opera ma un viso, purissimo come un pugno di cristallo, e poi, i miti esistono per divorarli.

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River Phoenix, piuttosto, morto nel forestale autunno di 25 anni fa, non è l’emblema dello sbandato, del perduto – ma di colui che dissipa il proprio talento, che ha le stimmate di chi ha frequentato gli inferi senza alcuna dedizione alla salvezza. Con forza più enigmatica di Kurt Cobain, River Phoenix rappresenta chi è vissuto ai margini di ogni sicurezza: genitori hippie, poi affiliati ai ‘Children of God’, poi fuori dalla setta, da ogni confessione, a guadagnarsi il pane con il sale, a bordo strada, improvvisando. River vive una vita al di là, tra fiaba e incubo.

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River è quello che vogliamo rappresenti: il ragazzino estremo di Stand By Me, film bellissimo, iniziatico, profetico; il figlio di Dio divenuto parto del Nulla in Belli e dannati – ruolo per cui alza la Coppa Volpi a Venezia, nel 1991; il disastrato di Vivere in fuga. Una vita, intendo, senza Dio e senza uomini, senza salvagenti né sicurezze. Non fosse blasfemia, River mi ricorda i primi cristiani, che nel II secondo secolo, pieni di una disordinata ebbrezza di Dio, lasciavano tutto e tutti, surfando sull’onda anomala della provvidenza, incapaci a mendicare, certi soltanto della loro nullità, donata all’Altissimo – vivere tra i canini di Dio, ecco.

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In un lungo articolo pubblicato sul Guardian, firmato da Hadley Freeman, dal titolo roboante – The Untold Story of River Phoenix 25 years after his death – dove si rievoca la tragedia (il locale di Johnny Depp a LA, la musica buona, la droga facile, il corpo che ha gli spasmi, gli amici allarmati, la morte) e si ricalca il noto – la storia, tappezzata con le frasi di Rob Reiner, di quanto era divino River davanti alla telecamera, di quanto era bravo & buono & giusto – c’è un aspetto che m’importa. In forme diverse, in diversi, dicono che a River la fama non interessasse – ma i soldi per campare sì – che non voleva “essere imprigionato dalla celebrità”, che fece di tutto – viso da angelo in esilio – per mandare al rogo il successo. Aveva visto troppo per pensare che bastasse vedersi al cinema ed essere quello che gli altri pensano tu sia. Ogni artista ha un rapporto conflittuale con la propria arte – e con chi la guarda, con il pubblico. Ogni artista, in fondo, fa arte per disconoscersi, per annientarsi – non trovate voi stessi, facendo arte, ma altro, e a volte questo altro è piuttosto aggressivo. Chi recita, d’altronde, lo fa consapevole di essere un sentiero vuoto, un covo, un vuoto.

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Ogni opera d’arte è uccidere un ragazzino divino, giovane, dandolo da mangiare al lettore come fiero, furibondo pasto. Ci vuole sempre una morte per ingigantire la vita oltre la superficie della carne, della pelle d’oca.

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Sono più numerosi gli anni da quando è morto, che quelli che ha vissuto. Quando capitano questi incrocia, su cui si mette alla prova l’incudine della memoria, è importante fermarsi. Ora che mio padre mi è pari, ad esempio, cambia la prospettiva con cui guardo alla sua morte. Ora che River ha passato più tempo sotto terra che sgambando sulla crosta di questa terra, la morte ha un altro viso, emancipato dalla biografia cinematografica. I morti, in qualche modo, gli hanno dato una identità.

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Una delle parti più riuscite del fratello di River, Joaquin, è quella dell’imperatore Commodo ne Il gladiatore. Joaquin ha la faccia livida di chi sa di essere vile nell’armeggiare il potere: chi ha bisogno di usare la forza è un debole, chi deve uccidere non conosce la persuasione, chi deve urlare non sa farsi capire con uno schiocco della lingua.

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River è un buon nome. Vivere assecondando la corrente, imbarcando il destino del fiume. C’è chi vive guardando il fiume, come sulla riva di un sonetto – chi lo guada, sperando nell’altra riva, in un’altra vita – e chi lo sfida, gettandosi, senza saper nuotare, perché solo lì le rocce hanno entità leonina e i pesci fanno solletico ai piedi. Quanto alla fenice, che ovvietà, è un nome buono per il sistema dello show: un Phoenix è morto, ma risorge ogni volta che vuoi, via video. D’altronde il fuoco, che sembra avere migliaia di ali rosse, non vola. (d.b.)