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“Amate l’orrendo”. Riscopriamo Mina Loy: fece impazzire Marinetti e Pound, fu poetessa, femminista, anarchica

Amo queste figure sfuggenti, che passano come una allucinazione, un tornado di diamanti. Di lei, ad esempio, non concretizzi nemmeno il nome. Nata due giorni dopo il Natale del 1882 a Hampstead, Londra, come Mina Gertrude Löwy – fausto incrocio tra un ebreo ungherese e una protestante inglese –, nel 1946 ottenne la cittadinanza americana come Gertrude Mina Lloyd. Per la storia della letteratura si chiamava semplicemente Mina Loy – e fu l’amazzone della poesia del Novecento.

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“Poetessa, pittrice, agente d’arte e disegnatrice di lampade, nei suoi giri conobbe Hemingway, Cocteau, Gide, Erik Satie, Paul Valéry; fu amica di Gertrude Stein, Marcel Duchamp, Picasso, Bernard Berenson, Eleonora Duse, Peggy Guggenheim; fece l’amore con Marinetti, Papini ed il boxer-poeta Arthur Cravan, con cui viaggiò in Messico; conquistò l’ammirazione di T.S. Eliot, Ezra Pound e William Carlos Williams”, scrive Carlo Anceschi in un bel libro, Poeti nel deserto. Basi Bunting e Mina Loy, edito da Diabasis nel 2005.

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Parigi, 1923, foto di gruppo. In basso, in ginocchio, Mina Loy. Si riconoscono: Ezra Pound, Tristan Tzara, Man Ray

Quando la vedevano, dopo averne elogiato l’amazzonico corpo, Papini & Marinetti, coda e aggeggio tra le gambe, scappavano. Solo lei sapeva titillare la loro viltà, le ipocrisie, le ipocondriache vanità. Mina Loy bazzica per Firenze dal 1906, insieme al marito, Stephen Haweis (da cui divorzia nel 1917), s’intende con Balla e Carrà, nella primavera del 1914 partecipa all’Esposizione libera futurista internazionale di Roma, la sua ricerca artistica – di sensuale avanguardia – si raffina nell’orda Futurista. Non va oltre, però. “Non ero abbastanza intellettuale per diventare futurista – ma sufficientemente intelligente per fare altro”, disse (Salvatore Marino su “Biblioteca di Rivista di Studi Italiani” scrive un saggio ricco di dati, Storia di Mina Loy Futuriste in cinque attimi).

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Il Futurismo fermenta in Mina Loy che nel 1914 scrive il Feminist Manifesto, con sfolgorio di caratteri da ‘poesia visiva’ paroliberista. “Il movimento femminista così come è stato istituito è inadeguato. Donne se volete realizzarvi siamo alla vigilia di uno sconvolgimento psicologico – tutte le mansioni domestiche devono essere smascherate – le bugie di secoli eliminate – nessuna mezza misura – nessun graffio sulla superficie della spazzatura tradizionale porterà alla Riforma, il solo metodo è la Demolizione Assoluta”.

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Più interessanti gli Aforismi sul Futurismo pubblicati nel gennaio del 1914 su “Camera Work”. Eccone una sfilza nella traduzione di Salvatore Marano:

MORIRE nel Passato
Vivere nel Futuro

LA velocità delle velocità raggiunge l’inizio.

QUANDO si pressano i materiali per ricavarne l’essenza, la materia si deforma.

E la forma schiantandosi su se stessa è scagliata oltre la sinossi della visione.

LA linea retta e il cerchio sono progenitori del disegno, formano le basi dell’arte; non c’è limite alla loro coerente variabilità.

AMATE l’orrendo per trovarne il nucleo sublime.

APRITE le braccia a tutto ciò che va in rovina per restituirgli dignità.

VOI preferite osservare il passato sul quale gli occhi sono già spalancati.

MA il Futuro è oscuro solo dal di fuori.
Saltateci dentro – e lui ESPLODERÀ di Luce.

DIMENTICATE di abitare nelle case, dal momento che potreste abitare in voi.

POICHÈ vivono nelle case più grandi le persone più piccole.

MA la persona più piccola, in potenza, è grande quanto l’Universo.

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Nel 1920 – per capirne il tipo – Mina Loy, finita la vampata futurista, sputtana gli amici del tempo in un poemetto, Lions’ Jaws pubblicato sulla “Little Review”. Gabriele d’Annunzio è detto “Danriel Gabrunzio… automatico amante di uccelli lirici”, Marinetti è “Raminetti” che “schioccò la frusta da maestro del circo/ cavalcando una locomotiva prismatica”, mentre Papini, “l’erudito Bapini/ sperimenta/ la testa di Dio in autoipnosi…/ esplode la sua corteccia/ di polvere libresca”.

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L’anno prima, Mina Loy parte dal Messico in direzione Buenos Aires. 1919. Incinta. Un secolo fa. La prima figlia, Oda Janet, muore poco dopo il parto, degli altri due, Joella e John Giles Stephen gli resiste la prima, l’altro muore a 14 anni. L’ultima figlia, Jemima Fabienne, la ha avuta dal poeta pugile Arthur Cravan, svizzero, di nordica bellezza. Dovevano ricongiungersi in Argentina. Il poeta muore, in circostanze misteriose, in Messico.

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Ezra Pound opponeva Mina Loy a Marianne Moore, la riteneva l’emblema della logopoeia, della “danza dell’intelletto tra le parole”. Ricevette gli elogi di Thomas S. Eliot e di William Carlos Williams, Gertrude Stein la adorava (“Era in grado di capire ogni cosa”), ebbe una fugace liaison con Marcel Duchamp, pubblicò nel 1923 Lunar Baedeker, dedico una poesia a Joyce’s Ulysses: “Spirito/ impalato sul fallo// Fenice/ di fuochi irlandesi/ che infiammano Occidente// Parola che si fa carne/ divorando se stessa/ con zanne erudite// Don Juan/ di Giudea/ in pellegrinaggio/ verso Libido..// Empireo emporio/ dove il/ creatore che ripudia/ Joyce/ lampeggia un riflettore gigante”.

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“Per i modernisti è stata la prima a tracciare la sensibilità della ‘nuova donna’. Ezra Pound ha elogiato la sua intelligenza che non trafficava in sentimenti (le sue poesie erano irte di intelletto, tanto che Pound coniò un termine, logopoeia, per descriverle). William Carlos Williams, Hart Crane, E.E. Cummings impararono dal suo esempio… A metà degli anni Trenta, tuttavia, era scomparsa, le sue poesie introvabili. Secondo Kenneth Rexroth, Mina Loy fu dimenticata perché le sue poesie erano diverse da quelle di qualsiasi altra poetessa. Hanno sfidato un genere e una categoria”. Così Carolyn Burke in Becoming Modern: The Life of Mina Loy, 1996. In Italia alcune poesie di Mina Loy si possono leggere in Per guida la luna (Le Lettere, 2003). Libro difficile da trovare, però, in molti repertori dato come “non disponibile”.

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Bellissima, sparì, come ciò che acceca per eccesso di luce, Mina Loy. Morta a 83 anni, il 25 settembre 1966, a Aspen, Colorado; abitava con le figlie, Joella e Jemima, stava lavorando a una biografia di Isadora Duncan, la star che fece scalpore a Parigi accompagnandosi al poeta russo Sergej Esenin. Mina Loy era morta da decenni, aveva abdicato alla poesia, di cui è stata guerriera. (d.b.)

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Baedeker lunare

Un Lucifero d’argento
offre
cocaina in cornucopia

a sonnambuli
dalle cosce adolescenti
drappeggiate
di satirici drappeggi

Peri in livrea
preparano
Lethe
per postumi parvenù

Viali deliranti
illuminati
d’anime in infusione
candelabri
dalle tombe del Faraone

piombano
verso finimondi mercuriali
Oasi odiosa
in fosforo solcato

il quartiere a luce bianca
lucernario a bianco d’occhio
di lussurie lunari

Cartelloni Stelletrici

Spettacoli alati sulla via stellare
carosello dello Zodiaco

Cicloni
di polveri estatiche
e ceneri levano in volo
crociati
da cittadelle allucinatorie
di vetro frantumato
a crateri evacuati

Un gregge di sogni
bruca su necropoli

Dai litorali
di oceani ovali
nell’Oriente ossidato

odalische dall’occhio d’onice
ed ornitologi
osservano
il volo
di Eros desueto

E “l’immortalità”
ammuffisce
nei musei della luna

Ciclone notturno
concubina di cristallo

Butterata di personificazione
la vergine fossile dei cieli
cresce e cala

Mina Loy

da: “Poeti nel deserto. Basil Bunting e Mina Loy”, a cura di Carlo Anceschi, Diabasis, 2005

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