“Guardatevi poi dagli uomini”. Piccolo discorso sulla figura del rinnegato – e di una lotta che dura da duemila anni

Posted on Giugno 22, 2020, 1:46 pm
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Nel Vangelo di domenica, installato sul solstizio d’estate, mi fucilano due versetti. “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, lo riconoscerò davanti al Padre mio nei cieli; chi mi rinnegherà davanti agli uomini, lo rinnegherò davanti al Padre mio nei cieli”. Mi colpisce proprio quella parola: rinnegare. Rinnegare è il regno del no, l’etica dell’abiura, la pervicacia di andare contro il vero. Uno dei cardini per seguire il Nazareno è che il seguace “rinneghi se stesso” (Mt 16, 24; ma cosa di sé si nega, vagando nel no?). Il Vangelo affascina perché non ti lascia in pace, non cede risposte, appena lo afferri si rivolta in contrario: Gesù fonda la Chiesa sul corpo di Pietro, che lo rinnega (“tu mi rinnegherai tre volte”, Mt 26, 34), senza rinnegarlo. La Chiesa, ecco, è guidata da un rinnegatore non rinnegato. In ogni caso, è il negativo – e la negazione – che colpiscono del cristianesimo originario. Il buco, l’ombra, l’apice del no – che scollina in sì.

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Quei versetti che mi fulminano sono nel capitolo 10 del Vangelo di Matteo. Il capitolo comincia con la lista che allinea i nomi degli apostoli (è dunque, una chiamata, conclamata), a cui viene detto di predicare tra gli ebrei perduti (“Rivolgetevi piuttosto alle pecore disperse della casa d’Israele”), di non possedere denaro, di far pratica tra infermi e lebbrosi. Ai discepoli è concesso di risuscitare i morti e scacciare i demoni. Il capitolo è intriso di violenza: alle città che non accoglieranno i discepoli “nel giorno del giudizio” sarà riservata una sorte più terribile di quella pensata per Sodoma e Gomorra. Poco dopo, d’altronde, Gesù ricorda: “non crediate ch’io sia venuto a portare pace sulla terra; non la pace porto ma la spada” (10, 34). Gesù è un discrimine, un punto di separazione, di rottura: la giustizia umana non può capacitarsi dell’ingiusto e dell’ingiustificato Gesù. Il capitolo si regge su un ammonimento da tatuarci tra occhi e labbra: “Guardatevi poi dagli uomini” (10, 17). Come se gli uomini siano al mondo per uccidere Dio.

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I verbi fondamentali sono riconoscere e rinnegare: se mi neghi, ti rinnego. Omologhéo, riconosco, ammetto, è legato a omologhía, confessione, testimonianza. Riconoscere Gesù vuol dire testimoniarlo – cioè confessare che ho rinnegato me stesso per lui. Se non riconosco in lui il Figlio non ne sono erede, il lascito non mi appartiene, vengo lasciato al mio essere orfano. ‘Omologato’, ‘omologo’, vuol dire concorde, balbettare lo stesso logos, fraterni in parola. Se oggi significa privo di personalità (defunti alla persona), allora era il contrario: la mia persona s’infiamma, prende vita, perché sta nel cerchio di Gesù. Altrimenti, resto spettro, abulia priva di fiamma, icona del rancore.

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Rinnegare (arnéomai) significa dire di no, negare, “chi mi rinnega davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio”, rimarca Luca (12, 9). Rinnegare è una scelta consapevole, mentale, piena di sé, garanzia d’ego: rifiuto la mia croce perché altri vi sia inchiodato. Il rinnegato è diverso dal traditore: tradire comporta un gesto, consegnare qualcosa a qualcuno. Il rinnegato è censito dal no, non agisce, è eletto al rifiuto. Se il reietto è l’uomo che è stato cacciato, respinto, gettato – magari ingiustamente – il rinnegato si rinnova nel negarsi; non negozia, s’installa nel negativo del tempo.

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Gesù sembra sistemare le parti, sproporzionate, perché lui soccombe agli uomini – ma vince la morte. In previsione di una battaglia – che dura da duemila anni – dice, con urgenza, o con me o contro. È impensabile che la mente umana – binaria: chi mi riconosce vince il premio, chi non mi riconosce lo massacro – possa approssimarsi a Gesù, che censisce i nostri capelli (“Perfino i capelli del vostro capo sono contati”) e parla dal groviglio delle ombre (“ciò che vi dico nella tenebra, ditelo nella luce”; skotos sta per buio e oscurità, ma anche per ignoranza, ogni parola evangelica è come divorata dal suo opposto, ed è tra la frizione degli specchi il senso).

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Rinnegati, traditori, condannati affollano i Vangeli: basta estrarre la spina e di un corpo concio, livido, scopri il bianco.

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Nel Primo Testamento domina la vendetta, nei Vangeli la lotta. Si vince la morte attraverso la morte. “Giorni di vendetta quelli in cui si compie ciò che è scritto”, dice Luca (21, 22), come se la scrittura si avveri nel suo sterminio. D’altronde, quella vendetta proviene dal greco dike, il verdetto, condanna ineluttabile, che non si spiega né piega. Come a dire, tutto può essere perdonato, ma non assolto.

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Il rinnegato corre e divampa nel pulviscolo della storia, annegato nel no, come un fuoco nero. (d.b.)