“Rilke era bruscamente diventato per me un dolore strano”. L’ultimo viaggio a Parigi del poeta (con l’uomo che ne codificò la risata)

Posted on Dicembre 26, 2019, 8:34 am
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Il 1925, per Rainer Maria Rilke, è l’anno del congedo. Dal 7 gennaio al 18 agosto il poeta è a Parigi, contornato dall’aura del genio angelico: il Malte, quel romanzo del 1910 che scardina le forme e sonda l’enigma dell’arte, esce in una parziale versione francese. Nei salotti parigini dominati dall’avvenente Martha Bibescu, eternata da Giovanni Boldini, quasi intoccabile, Rilke è trattato come un gioiello raro. Dopo gli anni della reclusione a Muzot – ricerca stilita della parola perfetta – e l’esito esatto delle Elegie e dei Sonetti, il poeta può riconciliarsi con il mondo. E lasciarlo.

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Per lo più, il poeta, quasi diafano, istoriato nel diamante, sta al falò di rari amici. Sprofonda nell’amore per Blandine Klossowska, che “vedrà quasi ogni giorno”, cerca Catherine Pozzi, la poetessa orfica e notturna, legata a Paul Valéry. La Pozzi – la cui opera, postuma, attirerà Cristina Campo, che la innesta, tra Katherine Mansfield, Simone Weil, la Dickinson, Anna Achmatova e Virginia Woolf, in un riservato club di ‘sante’ – è malata, rosa dalla setticemia. L’incontro con Rilke è perciò fugace, lei lo ricorda – nonostante lo stretto epistolario che li lega dal 1924 – con aristocratica asprezza: “Venne da me come se fossi stata la grande avventura, la messaggera del cielo”.

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Rilke traduce Valéry, in aprile si ammala, e luglio André Gide parte per il Congo. Da ora in poi ogni saluto è un addio, ogni partenza ha l’inevitabile del sempre. Un anno dopo, nel settembre del 1926, ad Anthy, l’ultimo incontro con Valéry. In una immagine che celebra l’incontro, il francese è di fianco al suo viso, scolpito da Henri Vallette, guarda in alto; Rilke guarda qualcosa, oltre il fotografo, e ghigna, sorride. “Non l’avevo mai visto in così buona salute e allegro. Dopo la colazione fummo lasciati soli. Per due o tre ore, con un tempo bellissimo sotto gli alberi del grande parco fra cespugli e rami dove scintillava l’acqua, parlammo ininterrottamente”, ricorda Valéry. Poi, l’addio, “Rilke era bruscamente diventato per me un dolore strano, un male inatteso dopo una dolcezza e un’intimità immediata”.

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È strano pensare a Rilke, un poeta che sembra sapere tutto dell’uomo, di angelica indifferenza verso i fatti transitori del corpo, che ride. Un uomo, in effetti, ha anatomizzato la risata di Rilke, la ha studiata per ricavarne, forse, una direzione al vivere: “si mise a ridere come sapeva soltanto lui, con quella sua particolare sonora risata di fanciullo, indimenticabile per chi l’abbia udita, soprattutto perché quando rideva egli non chiudeva o stringeva gli occhi come si fa di solito, ma li spalancava e ti guardava in faccia con aria interrogativa e con gli occhi sereni, quegli occhi che per lo più sotto le gravi palpebre erano pensosi o addirittura malinconici”. Quando ride, Rilke è totalmente coinvolto nella risata, precipita.

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L’uomo che ha dissezionato la risata di Rilke si chiama Carl Jacob Burckhardt, diplomatico di lusso, amico di Hugo von Hoffmannsthal, poi Presidente della Croce Rossa Internazionale e ambasciatore a Parigi. Quel giorno, Burckhardt, poco più che trentenne, in carriera, impiegato alla Bibliothèque Nationale in Parigi, è dal barbiere. La scena è patetica. Cassiera, commesso e rasabarba sono attorno a un tizio, gli urlano contro. Il tizio, fresco di rasatura, indifeso, non ha i soldi per pagare, o meglio, ha dimenticato il portafogli in albergo. “Contro quella grandine di rimbrotti la reazione dell’uomo, messo evidentemente alle strette, era molto debole e lamentosa e pareva venisse da un altro mondo con un tono di sofferenza lontana e nello stesso tempo con un timbro forestiero, leggermente slavo”. Quelli della barberia non ci stanno: è la solita scusa di chi non vuole tirare fuori i soldi. “Scusate… ve lo prometto… potete telefonare per accertarvi… io sono… sono… il poeta Rainer Maria Rilke”, fa l’omino, subito attaccato al muro, “E chi la conosce?”. Il poeta tentenna a dirsi poeta, è creatura di altri mondi, e quando lo ammette, gli latrano in faccia. A risolvere l’imbarazzo, Burckhardt, che si alza, paga per lui. Aveva conosciuto Rilke qualche mese prima. Rilke si siede. Esplode in una risata. Lo invita a passeggiare per le vie di Parigi.

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C.J. Burckhardt racconta il suo incontro con Rilke, tenue testimonianza dell’ultimo viaggio parigino del poeta, in un libro fragile, delizioso, pubblicato per la prima volta nel 1944, tradotto nel 1948 come Incontro con Rilke dall’immenso Ervino Pocar – a cui dobbiamo la traduzione dei massimi libri di Thomas Mann e di Franz Kafka, di Hermann Hesse, di Knut Hamsun e di decine di altri – per Cederna, in un migliaio di copie numerate. Il testo, a cura di Antonio Gnoli, fu recuperato da Sellerio nel 1990, con lo stesso titolo. Infine, fu Bompiani, variando – titolo: Una mattina in libreria. Incontro con Rilke – a pubblicare il pamphlet, nel 2005. Ora, è sparito dai cataloghi editoriali.

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La passeggiata tra Burckhardt e il poeta, in affanno – “Il mio corpo mi consente assai poco di quel che il mio spirito vorrebbe” – si schianta su una libreria. È una di quelle librerie autentiche, “dove vendono libri usati”, priva della depravazione del mercanteggio: un antro – “entrammo nello stretto e buio negozio dove i libri erano accatastati da una parte e dall’altra fino al soffitto” – guidato da “un vecchietto” con “occhiali a stringinaso” e “due occhi scuri, buoni e attenti”. Sembra di fare ingresso nella libreria antiquaria di Carlo Corrado Coriandoli, quello della Storia infinita – e in effetti Rilke, traslucido, sembra un drago tra i libri, una creatura neppure umana. Il dialogo tra i tre viene esaltato da un quarto, entrato poco dopo. Si tratta di Lucien Herr, mitico bibliotecario dell’École Normale Supérieure, amico di Paul Nizan e di Charles Péguy, mente della Terza Repubblica, schieratosi, insieme a Zola, per Dreyfus nel fatidico affaire. Morirà l’anno dopo, Herr, come Rilke. Burckhardt, ascoltandoli parlare, di poesia francese e tedesca, va in estro: “Apparve chiaro come esistano frontiere ben diverse da quelle che furono tracciate dalla storia degli stati e dalle varie lingue, come esista qualcosa che è comune ad alcuni di noi fin dall’antichità, una schietta gioconda conoscenza della profondità, consistente nel fatto che ogni cosa ha un significato unico e non molteplice e come nel perpetuo fluire ci sia quella costante che risulta dai rapporti umani sempre uguali nelle infinite unione e relazioni”. Sfinito dall’utopia, Burckhardt sogna un’Europa dai confini poetici. La discussione tra i quattro si protrae, tanto che il libraio ordina, alla signora dell’osteria di fianco, di allestire il pranzo nel suo negozio, scostando i libri, a piramidi. Sappiamo anche cosa mangiarono: “pollastra, poulet de Bresse, con contorni” annaffiato da “un litro di vino della Champagne”. Seguirà, caffè e “vecchia grappa di Borgogna”.

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La pretesa è quella, da un singolo, casuale, episodio, di poter risalire all’intero destino. Ciò dipende dall’autenticità dell’uomo. Perché mi affanno a inseguire le tracce di Rilke? Non conta l’altezza del poeta – non esistono misurazioni in merito – ma ciò di cui quel poeta è emblema. Qualche mese prima del viaggio a Parigi, Rilke scrive la poesia Per il Barone Helmuth Lucius von Stoeden. Pare una chiusura definitiva.

Come la natura abbandona gli esseri
all’azzardo del loro piacere oscuro
e nessuno ne protegge fra le zolle e i rami:
così anche noi cari non siamo
al fondo antico del nostro essere; ci osa.
Ma noi, ancor più che la pianta o la bestia,
secondiamo l’azzardo; lo vogliamo; osiamo talvolta
(e non per nostro fine) più di quanto osi la vita…

Nell’azzardo e nell’osare oltre ogni tentativo di salvezza è il crisma dell’uomo, che sfinisce l’angelo. “È che siamo senza riparo”, dice poco dopo Rilke. E irreparabili. In Rilke c’è qualcosa che se inseguito, ricapitolato, come si riporta il fuoco nell’apice di cielo da cui è giunto, porta all’origine della parola, al primo. (d.b.)