La principessa & il poeta. “Sembrava che egli avesse risolto l’enigma della vita”: sia lode a Maria Thurn-Taxis, che riconobbe in Rilke un genio e gli concesse il castello di Duino (ci fossero oggi mecenati tanto illuminati…). Una lettura

Posted on Agosto 03, 2019, 1:22 pm
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C’è genio in chi comprende il genio del poeta. Maria Thurn-Taxis nacque il 28 dicembre del 1855 a Venezia come Maria Hohenlohe, dal principe Egon Hohenlohe; si sposò vent’anni dopo ad Alexander von Thurn und Taxis, di quattro anni più grande di lei, remoto parente. Il matrimonio, contratto in aprile presso palazzo Guiccioli, fu celebrato dal patriarca di Venezia: l’anno dopo nacque il primo figlio, con una sfilza di nomi, Eric-Lamoral Hugues Egon Maria. A Maria Thurn-Taxis la storia della letteratura europea, di sbieco, deve moltissimo: fu costante mecenate di Rilke e a lui concesse il palazzo di Duino, da cui sorge il primo getto delle Elegie duinesi. Composte a partire dal 1912 a Duino – ne scrive così, il poeta, nel 1925, a Witold von Hulewicz, il suo traduttore polacco, “…le Elegie furono iniziate nel 1912 (a Duino) e continuate (in maniera frammentaria) fino al 1914 in Spagna e a Parigi; la guerra interruppe quel lavoro, che era il mio più grande; quando osai riprenderlo nel 1922, le nuove elegie e la loro conclusione furono precedute dai Sonetti a Orfeo che si imposero tempestosamente, in pochi giorni (e che non erano nei miei piani)” – terminano, come si sa, dieci anni dopo. Tra il 6 e il 9 giugno del 1922, nella dimora di Muzot, Rilke, come una specie di liturgia del ringraziamento, legge alla principessa le Elegie e i Sonetti – tre giorni e mezzo, immagino, in cui si squarciò il cielo e gli uccelli diventarono lettere dell’alfabeto. Il 13 dicembre del 1909, a Parigi, Maria conosce Rilke; il 20 aprile del 1910 il poeta visita per la prima volta Duino, “un castello immensamente arroccato sul mare, che come un promontorio di esistenza umana guarda con alcune finestre su una distesa marina smisuratamente aperta, direttamente sul Tutto, verrebbe da dire”: così ne scrive a Hedwig Fischer. Con la principessa Thurn-Taxis, il poeta confessa i suoi timori, il preludio a una nuova via poetica: “Forse ora imparo un po’ a diventare umano; la mia arte, finora, si è affermata solo al prezzo di insistere sulle cose, soltanto sulle cose: è stata ostinazione, temo, e, mio Dio, superbia; e un’immensa avidità, dev’essere stata… Credo che nessuno abbia mai attraversato con tanta chiarezza l’esperienza che l’arte va contro la natura; l’arte è la più appassionata inversione del mondo, la via di ritorno dall’infinito, sulla quale ti vengono incontro tutte le cose sincere, ora le vedi a figura intera, il loro volto si avvicina, il loro movimento acquista la precisione del dettaglio: sì, ma chi sei tu perché ti sia lecito?” (30 agosto 1910). Quando il poeta muore, la principessa è a Roma: lei morirà il 16 febbraio del 1934, “dopo una lunga malattia”; il marito la seguirà, cinque anni dopo. Le pagine che ricalco – con dono da amanuense – sono tratte dai diari di Maria Thurn-Taxis su Rainer Maria Rilke (Edizioni Studio Tesi, 1987; traduzione di Nada Carli). Chi riconosce il poeta e ne ha cura, ha una poetica, vive nella poetica. (d.b.)

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Nel giugno del 1922 ero partita per Sierre: volevo far visita a Rainer Maria Rilke, che abitava a Muzot e voleva leggermi le elegie iniziate a Duino nel 1912 e completate solo dopo dieci lunghi anni. Perché allora non mi resi conto che era ormai consacrato alla morte?

Ho mai visto un volto più luminoso, ascoltato parole più serene? Sembrava che egli avesse risolto l’enigma della vita; approvava gioia e dolore, felicità e infelicità, accettava tutto, e tutto comprendeva con indicibile giubilo. Io lo guardavo, lo ascoltavo, profondamente commossa di vedere improvvisamente illuminato quel volto che di solito era pieno di una sconfinata malinconia.

Avrei dovuto capirlo: aveva raggiunto la vetta, aveva scalato la cima più alta e visto il volto di Dio; non gli rimaneva che la morte.

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Mi si stringe il cuore se penso alla gioia che mi procurava la sua scrittura elegante, che rivelava così chiaramente quel senso della bellezza e dell’armonia che non gli venne mai meno. Non avevo mai visto una scrittura simile, e si può comprendere la mia sorpresa quando in un libro sull’arte del quindicesimo secolo vidi un autografo di Raffaello, la cui pura e perfetta bellezza mi ricordò tanto la scrittura del nostro amico.

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In quel periodo Rilke rivide il famoso ballerino russo Nijinsky, che gli fece un’impressione profonda. Mi scrisse diffusamente sul balletto Le spectre de la rose, che io avevo ammirato a Vienna; intendeva comporre qualcosa per Nijinsky: versi, o addirittura un pezzo intero… Non credo che Rilke abbia mai fatto la conoscenza di D’Annunzio.

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Con grande divertimento di Rilke, durante quell’estate dichiarai solennemente che volevo trovargli un nome speciale, tutto mio. Gli spiegai che Rainer Maria Rilke era troppo lungo, Rilke troppo corto, e che in ogni modo era il cognome, Rainer Maria non era abbastanza rispettoso. Come rise delle mie spiegazioni, del mio rispetto e delle mie difficoltà! Era però anche molto curioso di sapere cosa avrei escogitato.

“Un nuovo nome! Pensi, Principessa, questo può diventare qualcosa di straordinario; e forse è veramente il mio nome, il nome misterioso che mi appartiene…”.

Doctor Seraphicus mi venne in mente all’improvviso, come se mi fosse stato suggerito e senza che io sapessi da dove proveniva quella parola; la ripetei meccanicamente parecchie volte, chiedendomi se quel nome inaspettato fosse davvero quello giusto, poi decisi di pensarci ancora su. Eppure, quel meravigliosa e profetica ispirazione! Lo compresi dal profondo del cuore quando giunse finalmente l’ora, l’ora della seconda elegia, la meravigliosa elegia degli angeli!

Maria Thurn-Taxis