Riina è il male assoluto? Dostoevskij lo ha già assolto…

Posted on Novembre 17, 2017, 12:40 pm
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Prima di tutto c’è il corpo. Piccolo, tozzo, brutto. Un grumo di carne. Che ha fatto la fine che fa ogni corpo. Pappa per vermi. Carne che si corrode oliando il legno della bara. Per carità, diamo credito al demonio. Il corpo di Totò Riina detto u curtu è di un’altra fibra: i suoi nervi sono intrisi d’acciaio. Ma prima o dopo, forse un po’ dopo il corpo di noi comuni peccatori, anche quel corpo scemerà, si consumerà, sarà una manna per il signore delle mosche. Riina è stato una pallottola di carne puntata sulla tempia dello Stato. Riina, che nella foto del 1955, baffetti, capelli ondulati e corti, cravatta, viso squadrato e occhi d’acciaio, pare prepararsi al ruolo di comparsa in un film Howard Hawks tratto dai sanguinari romanzi di Raymond Chandler, con gli anni diventa quello che sappiamo. Tozzo, basso, brutto. Quest’uomo ha due idee stampate in testa. Vince chi è più bastardo. E chi è più scaltro. Cioè: vince chi pensa che il suo migliore amico sia il primo dei traditori. Tanto vale toglierlo di mezzo. Nell’era della finanza assassina e dei gruppi multimiliardari che tengono sotto sorveglianza di strozzinaggio Stati e governi, fa quasi sorridere la foga spietata di questo boss che s’è fatto strada a spallate e a fucilate da Corleone, buco assolato nella piana palermitana, diventato, grazie a mamma Hollywood e ai cuginetti d’America, epica, qualcosa di simile alle leggende di Troia – tra qualche decennio, vedrete, uno Schliemann ispezionerà il borgo siculo alla ricerca delle sacre vestigia di Riina, l’omerico della mafia. Ci sono un paio di dettagli, nell’ingorgo dell’informazione ‘di massa’, che vanno estratti. Primo. Riina non è il male assoluto; è una delle tante incarnazioni del male umano. Morto un Riina non se ne farà un altro, ce ne sono in giro tantissimi altri. La cosa più seria che Dio dice nella Bibbia accade in Genesi 6, 5: “Dio vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre”. Il male abita nel cuore dell’uomo, di ogni uomo. Per questo, se muore Riina non tiriamo un respiro di sollievo, al male non c’è fine. Secondo. I medici che hanno curato il corpo basso, tozzo, malvagio di Riina; il Ministro di Giustizia che permette alla famiglia di u curtu – che ha compiuto 87 anni il 16 novembre – di raccogliersi al capezzale del moribondo. Piccoli flash di umanità. Non di pietà. La cura, l’amore. Parole che contrastano, terribilmente, con quel piccolo, tozzo, brutto corpo simile a un rospo di ferro. Riina, dicono, non si è pentito di tutto l’orrore che ha provocato, di quell’orrendo red carpet di morte. Come se pentirsi cambiasse qualcosa. “Se sapessero i Mani perdonare…”: se crediamo a Virgilio, le anime dei morti sono spietate e Riina avrà il suo nell’aldilà, dove i fucili e la tracotanza sono zero. Secondo Dostoevskij, invece, proprio perché Riina non si è pentito, avrà un surplus di pietà. Nel capitolo dei Demoni che s’intitola La confessione di Stavrogin, così estremo che non fu pubblicato nella prima edizione del romanzo, il supercattivo Stavrogin – uno che fa il male per il gusto di farlo, senza che ciò gli procuri guadagno o un qualche ruolo nella gerarchia mafiosa – guaisce, “li obbligherò a odiarmi ancora di più”. Stavrogin si nutre dell’odio altrui, come il vampiro del sangue e del terrore delle vittime. Il monaco Tichon, che vive da eremita, circonfuso da reflui di santità, tuttavia, gli sega gli stinchi: “Peccando, ogni uomo pecca contro tutti gli altri e ogni uomo è in qualche modo colpevole dei peccati altrui. Non esiste un peccato individuale. Io sono grande peccatore, forse più di voi”. A rigore, Dostoevskij ci dice che siamo complici dei peccati di Riina. Perché non esiste un peccato singolare, ma esiste una colpa generale, che affratella gli uomini. Pazzesco. Per Dostoevskij, Riina è già assolto. E questo non è perdono, non è condono delle colpe. È una cosa più semplice, più difficile. Umanità. E l’umanità è innaturale, è più spietata del male.

Davide Brullo