Renato Carosone: compie un secolo il gigante della musica. Si è esibito con Marlene Dietrich, ha unito lo swing alla tradizione partenopea, è il simbolo dell’Italia nel mondo

Posted on Gennaio 03, 2020, 11:35 am
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È il 7 settembre 1959 e in tv va in onda “Serata di gala” quando Emma Danieli annuncia all’improvviso, in diretta, che Renato Carosone – all’apice del successo, mentre Tu vo fa l’americano, Torero, Caravan Petrol e O sarracino sgorgano da radio, juke box e voci degli italiani – si ritira dalle scene: quella sarebbe stata la sua ultima apparizione, l’ultima performance. Non è uno sketch del varietà, è tutto vero. Proprio lui, che il 3 gennaio di 5 anni prima (nel suo 39esimo compleanno) era stato il primo musicista ad apparire sul teleschermo, acceso da solo quattro ore nelle case dei cittadini. Gli spettatori non sanno neanche se applaudire quando la presentatrice lo chiama e lui – impacciato e giovane rispetto all’immagine rimasta impressa nelle generazioni successive, con l’imbarazzo di chi non si sente così importante da dovere spiegazioni – preferisce glissare e sedersi al piano, rimandando i saluti a fine puntata. Motiverà soltanto molti anni dopo la scelta, con il semplice fatto di essersi reso conto che la produzione discografica stava evolvendo altrove, verso forme lontane dalle sue. Carosone considerò d’aver occupato la sua nicchia, che era meglio lasciar spazio ad altri. Accadeva in un mondo, quello dello spettacolo, dove ogni anno nuovi cantanti vanno a sommarsi ai precedenti, incapaci – quando non hanno più niente da dire – di uscire dal giro in cui hanno tanto faticato a entrare. Certo Carosone continuerà ineluttabilmente, in virtù di un estro dirompente, a scrivere canzoni e occuparsi di musica, specie classica (Bach, Chopin, Beethoven e naturalmente Gershwin). Si dedicherà alla pittura. Sarà richiamato più volte in Rai a esibirsi in serate celebrative ma lo showbiz, sostanzialmente, si concluse e non riprenderà mai più.

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Forse a vedere questo signore pacato e sorridente, ad ascoltare oggi i suoi brani o i suoi rimpasti di canzone napoletana e traditional jazz, alcune di quelle generazioni successive potrebbero pensare a un artista “convenzionale”, disimpegnato, accondiscendente verso i gusti del grande pubblico. Ma orecchiabilità non significa per forza commercialità. Oltre all’uscita di scena controcorrente c’è, tra i tanti riassunti nei libri a lui dedicati, un altro episodio-spia di una personalità divergente e “alternativa”, proprio alla fine della sua vita: l’ultima volta in sala d’incisione. La firma finale di Carosone sarà, nel 2000, per un suo fan: l’esuberante e istrionico Tonino Carotone. Prima di lasciarci, qualche mese più tardi, il maestro ricompariva nell’album d’esordio di un giovane cantante da festa della taranta, Mondo difficile. Nazionalpopolare il successo, non il prodotto.

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Carosone si è esibito accanto a mostri sacri come Marlene Dietrich e Lionel Hampton (Mambo italiano contiene uno dei migliori assoli nella storia del sax), attraversando quattro continenti: Medioriente, Nord Africa, Sudamerica, fino alla Carnegie Hall e al Madison Square Garden; da cui negli anni Ottanta ripartirà in tour, dal Canada all’Argentina. Un artista internazionale, in grado di vendere dischi ovunque all’estero senza ricantarli, in lingua originale; summa della napoletanità alla stregua di un Totò, e al tempo stesso di un’intera nazione; simbolo dell’Italia molto più globale degli attuali Pausini e Ramazzotti in un’epoca, ricordiamolo, senza internet e social. Gli Usa in particolare lo celebreranno, citandolo in film e musical. A prescindere dalla folta presenza di italoamericani, di cui Carosone rappresenta comunque – come Domenico Modugno – un portavoce dei loro racconti e ricordi, un’icona della terra d’origine. Uno che ce l’aveva fatta dopo una lunghissima gavetta, viaggiando per mare e per terra con orchestrine e compagnie di ballo, ma che conservava ancora lo spirito di chi aveva cominciato a suonare, nel 1938, per divertire i soldati al fronte eritreo e somalo, dove resterà sino alla fine della guerra sposandosi con la donna che gli resterà accanto per sempre.

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Carosone è stato dunque nazionalpopolare non per la serialità dei contenuti riproposti all’ascolto, ma per l’assoluta creatività delle composizioni e il loro speciale connubio con l’ironia dei testi di Nisa, immediati nonostante il simil-dialetto. Come nazionalpopolari – in senso quasi gramsciano – sono stati, cambiando arte, De Filippo e Troisi, per restare nella sua terra; o Camilleri, in tempi recenti. Compositore erudito, di formazione classica, profondo conoscitore dello spartito. Come l’amico del nord, Fred Buscaglione: l’altro personaggio degli anni ’50 ‘dissonante’ rispetto alle mode, che per pura coincidenza lascerà le scene, ma in maniera tragica, appena qualche mese dopo. Anche lui, diplomato al conservatorio, affidò le sue battute ai versi parodistici di un paroliere, divertendosi a giocare col dixie e la bossanova, il tango e la ballad. Così Carosone, a 100 anni dalla nascita, si distingue nella storia della musica moderna per la sua particolarissima riproposizione della lezione dello swing americano e della tradizione partenopea. Un’autentica e pionieristica fusion di generi contaminati dalla sua cultura: le radici che, nonostante il giro del mondo, tenne sempre piantate nel nostro paese.

Giuseppe Gaetano