“Non sognate di seguirmi nel mezzo delle fiaccole”. Per Remo Pagnanelli, poeta intransigente

Posted on Aprile 24, 2020, 11:41 am
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“Dare la voce; e vorrei che non fosse come accendere un titolo, solito titolo al gioco della borsa letteraria. Oggi esperto di crolli anche colui che mai ebbe pensiero, né bezzi da giocarseli all’illusione, all’incanto. Degno dei poeti cui crediamo sarebbe l’atto di fede, il lasciarli dimenticare”, Marzio Pieri.

Troppo spesso si assiste ad un uso critico deleterio, scialbo, se non fuorviante della poesia. La mappatura nebulosa che noi ci ostiniamo a chiamare Canone, Stile, comincia ad essere tentata dall’idea di fare una riserva delle sue zone inesplorate. Luoghi di selva, entropie e fuga, esperienza di parole che hanno costeggiato senza accedervi, la tradizione quale “uso amministrato del senso comune”: un cumulo di cicatrici del vento. Ma per una strana ostinazione, forse silvestre, le parole si sono tenute fuori dal gioco, librandosi in aria, la loro tradizione sta per paradosso di potere di nuovo darsi voce nella loro singolarità di voce, non affraternata a nessun simile, mai fattasi questuante di un coro di sodali o ad un qualche tributo di civiltà.

Ansie di canoni, terrori di oblio, forsennate edificazioni di menzogna per accaparrarsi un brandello di eternità. Far luce sul cono d’ombra, neutralizzare l’orfanità, costituzione stessa del poeta, che perdura in un ramo senza tronco di genealogie approntate. Una certa tentazione delittuosa pervade il tempo dell’ossessione della memoria per istantanee in sequele. I compilatori della memoria collettiva si affacciano felici del dominio allo scranno del fantasma pubblico. Illusorio trono d’ombre e subissi! Questo il destino dei compilatori della posterità, la cerimonia svuotante. Ma la voce del poeta è più ostinata, mai ostile e sempre destinata a recedere dalla fila delle liste, strama la rete fatua della gloria come promessa dell’eterno. Si ripone nel luogo di chi non ritorna colui che scelse il canto. Per custodire e fondare una memoria altra, oltre la voracità stentorea dei regesti e degli annali. Un esempio di questa istanza pura è rinvenibile nell’opera del poeta Remo Pagnanelli. Questo ci attrae della cifra e del coraggio di questo giovane poeta e critico di Macerata, che qui vogliamo ricordare, senza consolazione o rammarico di sorta: riammettere nel canone dei perduti, come contentino di colpevolezza e superficialità della storia dei suoi testimoni è cosa ridicola. La società dei poeti è molto simile al popolo di delatori nelle cloache della storia presente. L’assassinio è il più puro fiore del silenzio.

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Pagnanelli si volge in un altrove più chiaro, sonda con forza e attenzione, per fare capire cosa sia il rammemorare, cosa sia l’oblio speculare, riuscendo a spossessare le nostre debolezze troppo umane, e per dirla con un suo adagio di ironia assorta, farci come per paradosso godere la “luce ultima della fine senza fine”. Egli ci ha condotto per vari capitoli sommersi e riemersi di un’opera dai titoli sempre icastici, possenti, ironicamente sottili: Epigrammi dell’inconsistenza (1975-1977), Dopo (1981), Musica da viaggio (1984), Atelier d’inverno (1985), L’orto botanico (1986), Preparativi per la villeggiatura (1988). Un viaggio in una dimensione di rigore bianco ed insanguinato, in cui la parola sonda l’entità multiforme della sua insorgenza, del suo farsi via o sprezzatura col mondo: “amici delle corte arcate, amici che/ invecchiate in fontane bambine, non/ sognate di seguirmi nel mezzo delle/ fiaccole, vi attende la consolazione/ di un battello gigante tra estuari erbosi/ fino allo spazio degli Elisi/ un’incursione/ dietro quinte oleose di piante e rare alghe/ umane (un dio più perituro di altri avendo/ simulato una forma di pietà)”.

Queste parole del poeta spiegano con la forza di emblema la gloria come imposizione ed impostura. Egli vide che la storia degli uomini nella scrittura non era un manipolo di volumi rilegati, condotti da tribunali di complici col suono di corone di alloro e rotocalchi. Solo una confluenza plurima di orizzonti a cui guardare integralmente, in un rigore feroce. Il rigore non risparmia nessuno: “la purezza è un vessillo luttuoso” come ebbe a scrivere. Persino agli amici si può chiedere di condursi tutti ad un bivio, senza chiedere una possibilità di seguito.

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Di un poeta andrebbero difese le tattiche di diversione piuttosto che le prove di ammissione della sua presenza al mondo. Pagnanelli sembra a volte esortarci alla diversione che l’opera stessa impone sul mondo: “Volgi il canto in un cantuccio spoglio/ muto come l’Incomprensibile”. Questi versi hanno una qualità di sanificazione dello sguardo. La mutezza e incomprensibilità non sono delle derive di annichilimento, quanto piuttosto delle soglie di un luogo definitivo, spoglio, univoco. Dove la parola sappia adeguatamente germinare, senza sdoppiamenti o giochi anagrafici di sorta. Pagnanelli stesso, nelle sue accortissime indagini critiche su tutto il secondo novecento della poesia italiana, da uomo del suo tempo, proprio nel paradosso di seguire ogni attualità e differenza, sapeva scorgere una insondabile alterità in cui memoria storica e oblio permanente sono facce similari di un unico fondamento su cui non smise di interrogarsi mai.

L’altezza della sua “lezione” (se mai egli stesso si sia condotto in una postura didattica), nella poesia e nella critica, consiste proprio nell’aver saputo sondare l’ampio spettro di Mnemosyne, esservisi condotto dentro con ogni fedeltà ad un suo ritratto: il ciclico perdersi e ridonarsi di Mnemosyne, di cui l’arte musaica del poeta è figlia ed esecutrice. In alcuni versi il poeta afferma: “Scucita l’anima si cerchi un ordine di altra memoria/ si conservi per quella senza soccorso”. Vedersi nello specchio convesso dell’al di là, nel Dopo e in una sorta di veglia dell’eterno, verso un oltrepassamento del confine biologico: l’anima non ha luogo di sorta, in cui riadagiarsi, conservarsi senza alcuna difesa possibile, che non sia forse un tentativo di lambire il futuro. Questa trama di congedo non ci conduca in aporie senza uscita. Fuorviante è credere che si tratti di una semplificante tentazione dimissionaria del gesto della parola. Nessuna dichiarazione di autoannullamento o esodo extrastorico, una dichiarazione di poetica non può essere che uno sguardo fedele, sul mondo, come lo stesso poeta ebbe a pronunciarsi: “La poesia è per me operazione archeologica, nella duplice direzione di discorso del Principio e conservazione e custodia di ciò che è andato perduto o che si sta perdendo, di ciò che comunque il nostro cervello antichissimo vede di continuo ‘riaffiorare’. Nell’esistenza catacombale che si presenta al nostro ‘mandato’ rifiutato dalla società del rumore, il poeta è il custode non solo del linguaggio quale patrimonio della specie e della Memoria, ma il custode di quel museo che raccoglie i reperti (per tramandarli) della Natura […]. Non c’è chi non veda che in questo compito è rilevante l’aspetto politico. Ecco perché non si può parlare di Neo-Arcadia per la produzione di quanti, in maniera anche eccessiva e animistica, assumono l’Enciclopedia, non nelle tonalità nostalgiche ma con intenti catalogatori. Il Museo, allora, sarà il luogo mentale attivo e non passivo, di continenti sommersi che il futuro forse sarà in grado di raccogliere e restituire all’autentico. Il poeta, cioè colui che sta dalla parte della terra, di ciò che si sottrae rispetto all’apparenza del mondo, ha di nuovo un ruolo cardine da svolgere”.

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Col sodale Guido Garufi, amico di poesia, avventure e vita, l’interrogazione sul senso dell’opera, sulla sfera della sua più interna memoria fu per lui perentoria. Il rapporto della parola con la memoria collettiva è un rapporto di avvolgimento del tempo e incrinatura della rappresentazione, come si può avvedere da un saggio scritto insieme del 1979, Alterità e presenza della scrittura: “La scrittura è il luogo chiuso di un lavoro senza fine” (Blanchot), l’editore decreta la morte del libro, ma non la fine della scrittura, l’artefice prosegue nella scrittura, non cessa il cammino, non rinnega le precedenti stazioni. […] Non c’è futuro né passato, la scrittura è presenzialità intenzionale (della mano e della mente) che si aggancia alle due fasi, in una probabile intuibile circolarità dove l’ultima opera è anche la prima scritta, dove l’ultimo capitolo si Aggancia al primo. Nella biblioteca di Alessandria, secondo un racconto metaforico di Borges, era conservato il primo libro, quello nel quale era scritta la parola che poteva incidere nella storia, mutare forse la dialettica del servo-padrone ma un incendio distrusse il primo libro. Tutti gli altri, che da quello discendono, sono conservati nella biblioteca di Babele, ma questi sono duplicazioni del “proto”, tendenza a recuperare l’archetipo perduto, quella verità o quella parola, che per dirla con S. Paolo è facitrice. Sarebbe opportuno esaminare il senso di questo incendio, magari mettendolo in relazione al sorgere dell’istituzione, alla sempre più frustrante operazione di controllo da parte del potere”.

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Il tentativo della parola poetica si configura dunque come istanza di far convergere l’ultima parola pronunciata verso il primo libro ormai perduto nel rogo, nella tensione di restituzione. Non casualmente le parole di Pagnanelli hanno spesso la forma di fughe o inni: la fuga si compone come proiezione ultimativa, l’inno come evocazione inaugurale. In questi due poli Pagnanelli ha dato prove di un’altissima concertazione del suo destino singolare ed umano, in ogni sua componente, in immagini di grande spessore evocativo e visionario. La sua attenzione per le minuzie, l’oggetto minimo, le figure di isolamento e intimità (a volte si scorgono deità nascoste, pittori dimenticati, reverendi, scribi, insetti, ministri cinesi, querceti), lo fanno partecipante attraverso una pratica di visione, di dilatazione psichica che oltrepassa o sfrondi il tempo in una serie di fotogrammi o dagherrotipi, impasse e accelerazioni. L’interazione tra la natura e la psiche sembra a volte completamente abolirsi, conducendoci in una sorta di “arcadia infinitesimale”, mente del poeta abitata da una natura in costante simbiosi con la coscienza stessa di chi la ritrae. In questa natura, nei suoi enigmi di metamorfosi, si è chiamati ad un compito più arduo, ad una memoria più profonda, ad un fondo inaspettato i dettagli rivelatori al passaggio. In questa sorta di sorpresa di gravità e vertigine dei suoi versi, dei suoi molteplici fondali, si può rinvenire la bellezza di una avventura unica.

Edoardo Manuel Salvioni

***

Qui allegata una selezione di testi, alcuni da anni non più rinvenibili su rivista, altri dalle opere edite:

Inno

l’opera continua, continuamente passiva e paziente
di adulti querceti centenari, in odore di santità,
l’opulenza ostentata di ministri cinesi,
dalle barbe e pelurie, nella sera smosse e smorzate
come la loro saggezza, da ondulati mormorii d’acque
in pausa – qui piccoli ritardatari giocano a perdersi
in zattere invase da convoi di farfalle, insetti
a eliche.

*

Preludio e principio di fuga

Non pensarla come una trasgressione,
Non vantartene. È passata …
Soltanto una concisa trasvolata
Che termina in un clamore svolazzante
Di piume, con il solito scelto fondale
Biondo oro.

Te la sei vista brutta un momento
E credevi di non poter passare.
Invece attraverso te, bucandoti il corpo
È stato più facile del previsto;
Oh icona traditrice, so stare al gioco
E starci comporta far finta di non
Capire gli spostamenti e accettare
Compostamente la regressione.

*

Versi protocristiani

anima che manchi, se siamo davvero congiunti,
prendiamo una vacanza dalla terra, diamoci per vinti,
(cinti come quegli etruschi sul coperchio,
tutto è finito un’altra volta)
nella formella ho i grandi occhi deboli
e non sorridenti di Teodora, spalancati
sul buio fetido degli acquitrini …
(oh, i tonfi sordi della storia, i bulbi gonfi)

*

G.G.

Devi avere la forza e l’entusiasmo – dice –
Di altri passati e invetrati in bella mostra,
Un po’ benedicenti, di altre lontanissime
Generazioni.
Come posso – non t’accorgi
Che anche le suppellettili non sono più le stesse.
Nella nebbia ci arrotolano su carri bestiame
E via, strutture di cemento, a far da sculture
Nei giardini (pochi) dei nuovi ricchi cristiano
Socialisti.
Ma è da credere – presto o tardi daranno
Compostezza e ordine, anche per noi ci sarà
Un posto frondoso e tranquillo, di faglie
In cui pescare e assopirsi
(lui che va giù
Senza accorgersene, senza fiatare, è così che
Vuole, e lei che traguardandolo intuisce
La microstoria, il dio selvaggio addetto
Alle sparizioni)

*

preparativi per la villeggiatura

bè, non ardono di nessuna giovinezza (gli invisibili), nemmeno nel visibilio.
Se li hanno spazzati senza riguardo, per questo vuoi dire che lo stesso vivono
nella memoria, nella poesia che la memoria resuscita?
Non vivono, sono larve nella mente di qualcuno. Se li hanno spazzati via e la
loro gioventù non illumina alcun tramonto, non importa… , per qualche reverendo
Smith, per qualche metafisico scriba cristiano, essi solleticano il tumulo
pesante delle parole. Direbbero, per allentare la rabbia, che lo stesso albergano
nei nostri cuori. No, è finita per essi, e nessuno che non sia colpevole,
pensa alla trovata della poesia.

*

Inediti da varie riviste

Ora che il fuoco sottile delle lamine è il sogno
Della visibilità, un verde pendant di pellicani neri
Si versa nel parco opaco e voi, fratelli separati,
che la nebbia sbriciola via corruciati e stanchi,
scendete dando le spalle

*

-.-.-.

(al demiurgo)

anche noi scendendo dalle Porte Scee
che ancora si dispongono vi
scivoliamo come lubrificati.
Per i crudeli il sorriso non è
Dei migliori ma ne tentiamo uno
Sotto luttuosi ombrelli

Caro demiurgo, per quanto lontano sei,
i miei lai non t’hanno mai raggiunto.
È per rassicurarti che ti scrivo.
Sto per venire da te ma non ho più bocca.

Il dio che ogni tanto mi visita
Disse: – torna a essere uccello dell’alba
Il frullo argenteo del mattino, che scuote
E guida le acque specchianti fuori dalle secche,
che infine imbuca le foglie del giovane dormiente –

Remo Pagnanelli