Recalcati, lo psicanalista à la page, sbarca in Rai. Meglio lui dei giochi scemi e dei programmi ridicoli, ma quando parla d’amore allinea una serie di cliché esorbitanti

Posted on Marzo 01, 2019, 12:11 pm
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Tradimento e perdono sono i due lemmi che tengono insieme la trama della catechesi recalcatiana nella quarta puntata di Lessico amoroso, un ciclo di sermoni che la terza rete RAI manda in onda il lunedì in seconda serata.

Poiché si è appena conclusa una prima tornata di rampogne dedicate al tema della famiglia (Lessico famigliare), gli autori del programma, considerati i tempi ormai maturi e la buona predisposizione del telespettatore medio dell’italica penisola, hanno pensato bene di propinare anche un’altra serie di trasmissioni dedicata all’amore. E lo hanno fatto costruendo un piccolo palinsesto non con i dubbi, con le sfumature talvolta sordide e tragiche del Carver di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore o con la malinconica e disperante levità di un Barthes di Frammenti di un discorso amoroso, e nemmeno con la provocatoria e disvelante innocenza del Pasolini di Comizi d’amore, ma affidandolo alla prosopopea di chi la sa lunga come lo psicoanalista à la page Massimo Recalcati.

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È meglio chiarire subito. Credo che Recalcati abbia più di una qualità: la cultura, la chiarezza dell’esposizione, l’eloquio morbido e sincero anche quando affronta argomenti come, appunto, la famiglia e l’amore; e credo che la RAI, anche se in tarda serata, quando si presume sia finito il devastante effetto ottundente di programmi grossolani e ridicoli, faccia bene a trasmette qualcosa che finalmente non preveda la presenza di comici, di vallettine giulive, giochi scemi o l’ennesima replica di film che nemmeno mia nonna, se fosse ancora viva, guarderebbe più. Ma se si parla di lessico, allora proviamo a dire le cose come stanno.

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I due sostantivi che danno il titolo alla puntata – Tradimento e Perdono – hanno un dannato peso specifico forse più di quell’altra famosa diade sulla quale Tolstoj forgiò quel capolavoro della letteratura che è Guerra e Pace. Ma perché, allora, tradimento e non semplicemente adulterio?

Perché introdotto nella trappola del discorso amoroso, la parola tradimento fa tremare le vene ai polsi, fa arrivare il sangue alle tempie, rende folle anche il più mansueto degli esseri umani e, questo, Recalcati lo sa, perciò la riverbera e la fa schioccare ad arte come un domatore la sua frusta. Diciamola tutta, sappiamo cos’è un tradimento dall’insegnamento evangelico, ossia dal racconto con il quale abbiamo appreso la meschinità di Giuda e la tragica conseguenza del suo vile atto. Da lì, poi, per imitazione, abbiamo calato quell’esempio sulle nostre misere esistenze credendoci migliori di quello che siamo. La parola adulterio (dall’etimo latino ad-àlterum ire, andare a oppure verso altri), invece, dice semplicemente le cose come stanno, senza riserve, preconcetti e, soprattutto, senza volare troppo alto. Ma mi rendo conto che farebbe poco effetto a parlarne in televisione. Constatata la sua miserrima consistenza oso addirittura spingermi oltre dicendo che, se consumato all’interno del matrimonio, l’adulterio è addirittura impossibile, chimerico, giacché all’interno di quel tutto che è il matrimonio non vi è altro verso cui andare. Chi con matrimonio monogamico sposa una donna, non può che averle sposate tutte, ecco perché il matrimonio è un’esperienza totalizzante e va studiato ontologicamente. (Chi non si occupa di questa austera disciplina, per cortesia, pratichi il silenzio). Il matrimonio si ascrive alla totalità dell’essere, al panta ta onta della filosofia greca, il matrimonio è materia per tomisti. Di monogamico, insomma, il matrimonio non ha nulla. In realtà, esso è soltanto pantogamico, e l’adulterio (o il tradimento), ça va sans dire, è pura scemenza.

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E il perdono? Il perdono è davvero la parte più dolente dell’argomento. Recalcati lo spiega paragonandolo al Kintsugi, un’antica arte giapponese che consiste nel rimettere insieme – nel senso vero e proprio di riattaccare – con l’oro o l’argento fusi, i cocci di vasi rotti. Non vi è dubbio che l’immagine di un manufatto “cicatrizzato” è molto più poetica e rassicurante di quella di una ceramica in frantumi finita nella pattumiera, ma parlare del perdono che si cerca e magari si ottiene dopo un adulterio, pardon, un tradimento, mi sembra davvero azzardato ed eccessivo se non fosse soltanto un espediente retorico. Il concetto di perdono rimanda inevitabilmente a quello di peccato (ecco un’altra titanica diade) e subito l’aria si satura di miasmi di zolfo, da qualche parte si intravede lo zampino del diavolo e qualcuno si asperge con acqua santa. Consumare un adulterio, andare verso l’altro, è quasi sempre rispondere al bruciante richiamo del desiderio, all’odore del sangue, ossia a quel precipitoso e insoddisfacente sentimento che è quanto di più prossimo e contiguo a un’alterità sempre inafferrabile e irraggiungibile ma che, tuttavia, non è nel peccato. Come bene aveva detto Lacan, che di Recalcati è il nume tutelare, il desiderio è in rapporto con la Legge, con il linguaggio, con lo strappo e la rottura dell’innocenza, ma mai con il peccato che invece si colloca sempre dalla parte del divino, della sfera del sacro e del religioso. E se allora non vi è peccato possibile in amore, di certo è assurdo parlare di perdono e ancora più prosaicamente blasfemo pensare di perdonare nientedimeno che il desiderio, l’aver desiderato. Ma poi, se non abbiamo mai sentito sulla schiena il legno duro di una croce e nelle mani il doloroso penetrare dei chiodi, chi siamo noi per assolvere l’altro dai suoi peccati? Il desiderio vuole soltanto essere perennemente soddisfatto e infine compreso, non essere perdonato. Essere perdonato, oddio! Questo sì che è un peccato.

Vincenzo Liguori