Il Colombo della scienza si chiama Realdo, nel 1559 scopre il clitoride, “sede preminente del piacere femminile”, spalancando le porte al nuovo mondo della sessualità

Posted on Aprile 29, 2019, 8:46 am
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“Se la tocchi mentre la donna è bramosa di sesso, molto eccitata, e come in preda a frenesia vuole ardentemente un uomo, questa parte si indurisce e si allunga alquanto. Gentilissimo lettore, non vi sono dubbi: essa è la sede preminente del piacere femminile”. È il 1559, e Realdo Colombo dà la notizia al mondo: le donne in mezzo alle gambe, dentro il sesso, hanno qualcosa, “una sorta di pene, come i maschi, una protuberanza” che se stimolata provoca “strani spasimi nervosi”. Realdo Colombo era sicurissimo: questa ‘cosa’ c’è, ce l’hanno tutte, tutte ne godono, lui ne aveva ‘testate’ a decine. Quello che Realdo chiamò “Amor Veneris vel dulcedo”, è un altro, romantico nome del clitoride.

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Realdo Colombo era un anatomista, insegnava all’università, ed è morto pochi mesi dopo la pubblicazione del suo Sull’anatomia, manuale frutto di “studi che mi sono costati tanta fatica, e che diranno la verità sul corpo umano”. Riguardo al clitoride, Realdo non si era fermato alla mera osservazione visiva, empiricamente scoprendone qualità erettili ed erogene: “Se lo strofini a un pene, o lo tocchi anche solo con un dito, a causa del piacere, produce un seme che si spande di ogni parte, più veloce dell’aria”. Questo ‘seme’ sono le secrezioni vaginali, per Realdo “lo sperma della donna, denso, ed eccellentemente concotto”, prodotto nell’utero dai “testicoli femminili, leggermente più grandi e sodi di quelli maschili”. Realdo c’aveva visto bene, ma era un uomo del ’500, e a quel tempo gli organi sessuali femminili non avevano nomi propri né relative funzioni in quanto non ancora ‘distinti’ da quelli maschili. Realdo ragionava secondo un punto di vista maschio-centrico e monosessuale, cioè aveva come unico modello base e riconosciuto punto di riferimento scientifico e culturale il corpo maschile, di cui quello femminile era ritenuto una versione incompiuta, con organi genitali acerbi, incapaci di svilupparsi all’esterno, e perciò “rimasti rovesciati all’interno”. Bisognerà aspettare il 1700 affinché agli organi sessuali femminili siano riconosciuti proprietà, nomi e ruoli specifici.

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Realdo Colombo passò i suoi guai a causa del clitoride: prima che nel libro, informò doverosamente i suoi superiori della ‘novità’, ed essi non la presero bene: lo denunciarono per eresia. L’invidia accademica lo travolse: Gabriele Falloppio, suo collega e forse suo alunno, obiettò che il clitoride lo aveva scoperto prima lui e prova ne era il suo Osservazioni di Anatomia, libro uscito dopo quello di Colombo, ma che l’autore vantava contenesse nozioni antecedenti. Falloppio accusò il morto Colombo di plagio, altri accusarono Falloppio di essere lui il copione, e da Copenaghen Kaspar Bartholin tuonò contro i colleghi italiani, nient’altro che due vanagloriosi: “L’invenzione o la prima osservazione di quella ‘parte’”, precisò Bartholin, “è nota fin dal II secolo”. E nel 1548, 11 anni prima del libro di Colombo, l’anatomista inglese Thomas Vicary aveva notato che “la vulva ha nel mezzo una membrana, detta in latino tentigo”, che però per Vicary niente c’entrava col sesso e col piacere: “Da essa fuoriesce l’urina, che altrimenti si riverserebbe dappertutto nella vulva”, e Vicary credeva pure che la tentigo fosse lì per mantenere stabile la temperatura corporea alterata dall’aria che entrava attraverso la fessura vaginale (!).

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Realdo Colombo non riversò le sue attenzioni sesso-anatomiche solo sul clitoride e nel suo libro, alla sezione “a proposito di cose che di rado accadono in anatomia”, ci racconta di un caso di “incertezza sessuale” che lo aveva grandemente colpito: quello di un ermafrodita “il cui pene non superava la lunghezza né lo spessore di un mignolo” mentre “l’apertura della sua vulva era così stretta, che a stento la punta d’un mignolo poteva passarvi”. Colombo chiama questo ermafrodita “donna”, capisce che questa persona si “sente” tale, ma non può aiutarla in nessun modo: “Voleva che le tagliassi il pene con un coltello, per lei un ostacolo quando desiderava il rapporto con un uomo, e di allargarle l’apertura della vulva, sì da renderla capace di ricevere un pene. Ma la dissuasi. L’operazione l’avrebbe uccisa”.

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Realdo Colombo l’ha scoperto e gli ha dato medaglia orgasmica, ma a inizio ’900 arriva Freud, a offendere e a rompere le scatole al clitoride: l’assunto che le donne provino un piacere clitorideo prima della penetrazione maschile, quando finalmente grazie all’uomo e al suo pene raggiungono il piacere vaginale cioè per Freud quello vero, è una stupidata che ha fatto e fa incaz*are: senza chiedere lumi non dico al clitoride, ma a nessuna tra le sue proprietarie, strafatto di coca quindi con buona parte di cellule cerebrali bruciate, Freud mette le donne in balìa orgasmica del maschio, stabilendo che se ti tocchi o ti fai stimolare da un uomo senza penetrazione penica, o se godi della titillazione ma non con un pene dentro, sei immatura nonché sessualmente deficitaria. Sebbene Alfred Kinsey nel suo celebre Rapporto abbia ridato dignità al clitoride e al suo orgasmo, è stata Simone de Beauvoir, ne Il Secondo Sesso, a sbugiardare a dovere il saputello. Le femministe anni ’70 hanno invece ‘usato’ il clitoride, e il suo orgasmo, come riscatto dalle soffocanti pretese maschili: tra loro, in campo letterario, va di dovere ricordata Carla Lonzi che ne La donna clitoridea e la donna vaginale, orgogliosamente scrive che il piacere vaginale è stolta creazione della società patriarcale, che per dominare ha bisogno di un modello di donna passivo, legato indissolubilmente alla procreazione: “Il matriarcato è una mitica epoca di donne vaginali glorificate, ma la donna non è la grande-madre, la vagina del mondo, bensì la piccola clitoride per la sua liberazione”.

Barbara Costa

*In copertina: frontespizio attribuito al Veronese del “De Re Anatomica” (Venezia, 1559), in cui Realdo Colombo spiega al mondo scientifico la scoperta del clitoride