“Fino al fondo di me stesso”. Raúl Zurita, poeta combattente, ottiene il “Reina Sofía” (che vale 42mila euro). Da noi il poeta è vilipeso, la poesia (dicono) “non vende”, ma si continua a pubblicare di tutto…

Posted on Settembre 09, 2020, 10:46 am
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Ieri litigavo, con ferma serenità, per interposta persona, con un ‘promotore’. Uno di quelli che devono far vendere libri. Parlavo di un grandissimo autore – gratificato dall’al di là – che ha scritto alcune grandissime poesie (parere mio, sia chiaro, che vale quello di un cane bagnato). “Guardi, la poesia non si vende”, mi fa, il tizio. Che scoperta. Eppure si continua a pubblicare, gli dico. Non farebbero meglio a non pubblicarla più? (Per altro, con quel che si pubblica).

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Mi pare un delirio grottesco. L’Italia, in fondo, ha fondato la poesia moderna (Dante, Petrarca, bla bla) – e l’ha sputtanata. In effetti, da noi il poeta, se tale è davvero, ha il ruolo dello sfigato; altrimenti, se ricco e ‘introdotto’, è un fatuo oggetto d’arredo nei salotti letterari (esistono ancora?, censimento di fossili). Il resto lo sapete meglio di me: tutti si pensano poeti, grandissimi, per altro, e la poesia è il regno del livore, un rango che si misura in invidia. Amen.

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Alla ragione ‘umana’ – spesso gli uomini sono ominicchi e i poeti un fottio di lagne – si lega quella del ‘sistema’. Insomma, se il poeta muore per asfissia, se sta nel tormento dell’indifferenza – cosa che al poeta può anche star bene: sono gli altri, eventualmente, ad aver bisogno di lui, lui sta bene così – meglio così. Preciso la questione ‘sistema’. In Italia i premi sono affare per poveracci. Il Premio Strega e il Campiello, per dire di due dei più importanti, offrono allo scrittore 5mila euro. Roba che per me è manna, ma in assoluto, praticamente, ti cambia nulla. Certo, c’è il reflusso ‘d’immagine’, i libri ristampati con la bandella, il carosello delle interviste. Buon per loro: Strega e Campiello non premiano i poeti.

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Preciso ancora. Nel mondo ispanoamericano – non ho detto i fausti States, l’ambita Russia, le piane piene di applausi della Cina, luoghi dove il denaro gira come l’apericena – la poesia è presa sul serio. Il Premio Reina Sofía, che si assegna ogni anno dal 1992, può effettivamente dare un certo vulcanico impulso al poeta, per natura povero e nudo. Vale 42mila euro. Non sono pochi. Il paradosso – che misura l’indecenza culturale di un Paese che ha fondato la poesia ma in cui la poesia “non vende” – è che tolti alcuni (Alvaro Mutis, Mario Benedetti, Nicanor Parra, Juan Gelman, Ernesto Cardenal), i poeti più noti in quei mondi, così prossimi al nostro, sono totalmente ignoti qui. Chi conosce Bianca Varela, Fina García Marruz, Rafael Cadenas, ad esempio?

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Quest’anno il ‘Reina Sofía’ è andato a Raúl Zurita, cileno, classe 1950, la cui vita ha riprodotto un tragico cliché dei poeti in quel tratto di mondo: nel 1973, oppositore di Pinochet, viene arrestato. Zurita ha diversi legami, biografici (la mamma è una emigrata italiana) ed estetici (i suoi libri più grandi, Purgatorio, Anteparaíso, La vida nueva, si legano singolarmente a Dante), con l’Italia. La nota italiana Wikipedia che lo riguarda è lunga e fitta di dati: eppure, l’opera di Zurita, in Italia, è pressoché introvabile, come sempre dobbiamo la sua conoscenza a piccoli & piccolissimi (cioè, grandissimi) editori, Raffaelli (Claudio Cinti ha tradotto Purgatorio), Le parole gelate, Squilibri, Valige rosse. Qui potete leggere un profilo di Lorenzo Mari. Non credo che il premio, pur così importante, cambi qualcosa: in Italia la poesia non vende ma in troppi si credono poeti.

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Come è degno di un uomo di genio, Zurita ha ottenuto la prima pagina di “El País”. Rafael Gumucio ha descritto così la sua opera: “A Raúl Zurita sono bastate una decina pagine su una rivista per lasciare un segno indelebile nella poesia cilena. La rivista si chiamava Manuscrito e nella dittatura installata di recente (era il 1975) costituì una boccata di aria fresca. La rivista durò soltanto un numero, ma nessuno poteva attendersi che Áreas verdes, dello studente di ingegneria Raúl Zurita, 25 anni, si sarebbe rivelato un tale successo. La poesia cilena aveva conosciuto fino ad allora la parola totale e terrestre di Pablo Neruda e l’ironia geometrica e risoluta di Nicanor Parra. Zurita, che conosceva la matematica quanto Parra ma che si abbeverava alle acque oscure di Residencia en la tierra di Neruda, cercò di coniugare entrambe le possibilità liriche, e trovò la sua voce… Tutta la poesia di Zurita è il combattimento interiore di un essere che abita i disagi del mondo. Un uomo costretto a dare tutto per parlare di ciò che non ha nome, che è ovviamente il dolore, ma che a volte si trasmuta in amore, come in Dante, e quando appare è solo per sparire, con grazia raggiunta”.

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In una intervista rilasciata qualche anno fa a “El País” (che leggete integralmente qui) Zurita ha detto: “La poesia ha bisogno di radicalità e passione, non ti accontenti mai. Non so se quello che faccio sia buono, cattivo, mediocre, ma non posso rassegnarmi e continuo a fare ciò che faccio… Ho il Parkinson e lavoro con la mia vita, senza commiserarmi, arrivando fino al fondo di me stesso. Se vi arrivo, in qualche modo è come se fossi giunto al fondo dell’essere umano”.

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Naturalmente, non sono i premi che contano, la poesia va, indipendente dai poeti. Eppure, è quando c’è un criterio, un carato, un crisma, che puoi ribellarti: al contrario, fai castelli di sabbia in una palude. Ci sono i falsi poeti e i veri poeti, come i falsi e i veri profeti. A volte, non ci sono neanche quelli. (d.b.)