Il racconto del giorno: “Aperta a tutti”. Incipit: “Sono aperta a tutti, nel vero senso della parola”

Posted on novembre 22, 2017, 12:46 pm

Un due tre, si parte. Armatevi di carta&penna, a sfidare i marosi del vostro cuore, le Amazzonie che si spalancano appena oltre il confine dell’intestino tenue. “Pangea” diventa palestra di scritture. Abbiamo chiesto ad alcuni studenti della Scuola Holden di Torino di costruire una redazione parallela. Un laboratorio di follie. Simile a una mongolfiera. All’opificio di un alchimista. Che si chiama Il Cannibale. Perché? Perché la scrittura è sempre ‘cannibale’, cioè, divora la vita. Saranno loro, questi baldi scrittori intrisi di futuro, a leggere e a giudicare i vostri racconti. Che potete inviare qui: info@pangea.news.

 

L’esatto contrario di chi pensa che sia possibile insegnare qualcosa

“Il Cannibale” rappresenta l’esatto contrario della volontà di qualsiasi becchino legato alla mercificazione editoriale. Qui sono ammessi racconti, critiche e recensioni (anche extra-letterarie), e soprattutto lampi d’identità: perché scrivere? È possibile inviare racconti o proporre spunti di qualsiasi tipo: saranno letti e analizzati dalla nostra redazione di giudiziosi sfaticati e successivamente – se considerati meritevoli – pubblicati su Pangea. Eventualmente e a vostra richiesta potrete firmare con uno pseudonimo: grazie alla scrittura si può essere trasparenti, mettere al centro la propria idea – che è parallela alla persona, ma più importante – e lasciare che il contenuto rimanga in primo piano, libero e sanguinario come il selfie di un cannibale nella homepage di Facebook. “Il Cannibale”, dopotutto, è l’esatto contrario di chi pensa che sia possibile insegnare qualcosa. (Nicolò Locatelli)

Aperta a tutti

Sono aperta a tutti, nel vero senso della parola. Datemi un centone e sono vostra fino all’orgasmo (mi sembra un buon compromesso). Felice io, felici voi. Abito qui in fondo al vicolo, in una soffitta. La casa è piuttosto piccola, una stanzetta con un matrimoniale, un comodino, un lavabo e un cesso, ma quello lo posso usare solo io, quindi che senso ha dirvelo, fate finta che non ci sia. Degli odori della strada non so che dirvi, tappatevi il naso e camminate veloce. Di giorno non lavoro, sto a casa. Leggo, guardo film, spio i passanti dalla finestra. Per esempio, c’è un nero qua sotto che spaccia. Marijuana, hashish, coca, chi ne ha più ne metta, ha tutto quel che può servirvi. La noia non è mai stata un problema e sapete perché? Perché non ricordo cosa c’era prima. A volte scendo, vado da lui e compro un paio di canne. La cocaina no, quella la uso solo se la porta un cliente.

Mia madre è morta l’anno scorso, ma non preoccupatevi, nulla di grave. Dopo che ha divorziato con mio padre –  all’epoca avevo solo cinque anni – è andata a vivere con un medico, sempre in questa città. Lui non è granché, sì, d’accordo, ha gli occhi azzurri, ma chi se ne frega. A lei questo non importava, voleva solo stare tranquilla. Economicamente, voglio dire. Per sentirsi meno in colpa, faceva le fotocopie nel suo studio e viveva con lui senza di me. Io stavo da sola nella vecchia casa. Questo però non pareva importarle, si sentiva comunque autorizzata a farmi prediche che non portavano da nessuna parte, prive di esempi concreti, a dirmi che emanavo un’energia negativa, che mi vestivo da vecchia, che il mio naso era storto (cosa peraltro non vera). Delle volte mi metteva in punizione senza motivo, non mi dava soldi e mi proibiva di uscire con gli amici, che già erano pochi. Sembrava ce l’avesse con me, forse era invidiosa, che so. D’estate andavamo nella casa del medico in Turchia, una splendida costruzione su uno scoglio isolato. La città era Smirne e mia madre sempre bellissima. Tutti gli uomini si giravano a guardarla, manco fosse una bestia rara. Un tizio al mercato era impazzito, aveva offerto sua moglie (tra l’altro spingendola malamente verso di noi) e una quantità strabiliante di denaro e animali. Incassato il rifiuto, ci aveva fatti sedere su un tappeto finemente ricamato, come se nulla fosse, e aveva preparato del tè. Noi all’inizio volevamo andarcene, ma il medico aveva detto che era maleducazione. Poi ci aveva riprovato, questa volta tentando un approccio meno irruento, più imprenditoriale. Esito della trattativa: negativo, negativo con pioggia d’insulti.

A quattordici anni vivevo praticamente da sola. Io e mia madre abitavamo in un appartamento vicino alla spiaggia (per modo di dire: lei non c’era mai). Così io mi vedevo con un’amica e andavamo a fumare in un vicolo dietro all’ospedale. Facevo il classico con lei, eravamo vicine di banco, tutto qua. Quando ho cambiato scuola abbiamo smesso di frequentarci. Finito il liceo, l’unica mia preoccupazione era sparire, lasciarmi alle spalle mia madre, il medico e la reputazione che mio malgrado mi era stata affibbiata. Non avevo fatto nulla di eclatante, sia chiaro, pura curiosità adolescenziale. Genova è paese, lo sanno tutti, piena di eroi e persone moralmente impeccabili, ovvero ipocriti con un buon conto in banca e una buona stirpe alle spalle. È una setta esoterica, se sei dei loro bene, puoi fare quello che vuoi, ma se sei solo minimamente diversa, ecco che non vai più bene e devi fotterti, tu e tutti i porci che cercano di spendere qualche parola a tuo favore. Ti darebbero fuoco come a una strega, una merdosa inquisizione. Forse, ripensandoci, lo fanno anche perché criticandoti destano meno sospetti, un assassino non torna mai sulla scena del delitto. Dev’esserci anche qualcosa di catartico in tutto questo, come se si trattasse di uno spettacolo dell’antica Grecia, un disperato tentativo di dire a se stessi: loro non sanno ancora di te, smetti finche sei in tempo

Io, parallelamente alla scuola, studiavo teatro, sognavo di fare l’attrice in qualche film importante, al cinema, mica in quelle serie tv da quattro soldi che passano alla tele. A me interessava la qualità del prodotto, non il compenso. E nel cinema spesso le cose vanno di pari passo, non credo che un regista del calibro di Scorsese ti paghi quattro soldi, per esempio. Cathy Moriarty, che a soli vent’anni, se non sbaglio, venne presa nel casting di Toro Scatenato, era il mio modello. Non scherziamo, non ho mai pensato di riuscire a fare una roba del genere in così poco tempo, sono realista. In Italia pensano che il cinema non sia un lavoro, che il teatro sia una roba da perdigiorno, ed è per questo che qui i tempi sono molto più lunghi, che non abbiamo le strutture. Certo, si tratta anche di una questione di soldi, gli americani ne hanno molti più, ma noi non siamo al verde, siamo degli idioti, che è diverso; viva i cinepanettoni e le italianate stupide. Dire che siamo il paese della cultura per eccellenza al giorno d’oggi, è un po come quando Mussolini diceva che l’Italia era un Impero; al tempo eravamo poco più che dei poveracci, oggi pure. Di moderno abbiamo fatto meno di zero, tanta scena e poca sostanza. Qui da noi se fai l’artista ti prendono in giro e sapete perché? Perché loro non hanno il coraggio di farlo, sono persone noiose, ingiallite e stropicciate. Ti sei messo in gioco e loro no, questo è quanto. Non conta quello che fai, conta cosa ricorda il tuo nome alle loro teste vuote. Magari a tredici anni hai fatto un pompino a un tizio di loro conoscenza, ed ecco che sei segnata per sempre.

Mia madre me l’aveva data vinta quasi subito, voleva mi togliessi dai piedi. Credo fosse per l’affitto della casa sulla spiaggia (quella in cui vivevo da sola). Trovati un lavoro e non chiedermi soldi, mi aveva detto. E così ho fatto: ero la sguattera di un ristorante che cucinava piatti tipici di non so dove, Cickenriko, si chiamava. Torino mi piaceva, una città con un’ anima forte, piena di giovani e di fervore. Proprio quello che serviva a me.

La mia prima casa era nei pressi della stazione principale, casa si fa per dire, una stanza condivisa a essere sinceri. Il mio coinquilino era uno spagnolo di due anni più grande, anche lui attore. Frequentai il Dams per pochi mesi, l’ennesimo corso universitario per tossici in cerca di una giustificazione o fannulloni che cercano di darsi un tono dicendo di essere artisti, che è quasi la stessa cosa. Ero poco costante e i compagni non mi andavano molto a genio. Così, siccome nel frattempo con lo spagnolo eravamo qualcosa di più che amici, (credeva lo amassi alla follia, pure io per un certo periodo) cominciai a frequentare la sua stessa scuola di recitazione. Mio padre continuava a mandarmi lettere dal carcere e io continuavo a non rispondergli, una o due volte nel corso degli anni ero andata a trovarlo, ma non avevamo molto da dirci.

Bussano alla porta, vado ad aprire. È il solito vecchio. Viene tutti i giovedì, alle otto e un quarto, orario inquietante per andare a puttane. Sarà vedovo e andrà a letto presto, o magari tornerà a casa e si ordinerà una bella pizza con sua moglie per festeggiare. Con questi faccio veloce, basta spogliarsi leggermente di più e cadono dalle nuvole. Le loro facce sono tutte un programma, dovreste vederle, si passa dalla concentrazione che io chiamo angelica, occhi chiusi e testa rivolta verso l’alto, a quella terrena, occhi aperti e sporgenti, bocca serrata.

Dov’ero rimasta? Ah, lo spagnolo. Stava cominciando a diventare pesante, lo liquidai. Diceva che ero strana, che gli sembrava non mi importasse nulla di lui. Mi dava della schizzata solo perché a volte non avevo voglia di baciarlo e mi rabbuiavo all’improvviso. Sospettava lo tradissi con l’aiutante del nostro maestro, voleva notizie di mio padre e di mia madre, del nostro rapporto. Non ho più attrazione sessuale nei tuoi confronti, gli ho detto un giorno. Ho raccolto le mie cose, le ho messe in valigia e me ne sono andata, lasciandolo seduto sul letto che si massaggiava le tempie, bianco come un fantasma. Di lui non ho più saputo niente. Al corso non si fece più vedere, persi il telefono, e così ogni possibilità di contattarlo. Alcuni momenti, tipo questo, mi rendevano triste. Se uno non riesce mai a legarsi davvero ad un’altra persona che può farci, è davvero colpa sua o si tratta forse di uno scherzo del destino? La risposta che mi sono data nel corso degli anni non è mai cambiata più di tanto: un po’ e un po’; il detto lo conoscete tutti. L’aiutante del maestro diceva che ero brava. Hai tanta energia, sei elettrica, ti muovi da Dio. Mi aveva fatto scritturare per una parte. Lo spettacolo era in collaborazione col teatro Stabile di Torino, di certo sarebbero state presenti alcune delle persone di fronte alle quali mi sarei esibita l’anno a venire, ai provini per entrare in accademia. Era stato l’aiutante del maestro a scrivere il copione de “Lo straniero”. Io avrei recitato la parte di Maria, la ragazza che Meursault conosce in spiaggia poco dopo il funerale della madre. Quella che viene picchiata e nonostante tutto non lo abbandona mai, neanche quando si macchia del peggiore dei crimini.

Le prove, escluso il fatto che ogni due per tre mi presentavo senza sapere la parte a memoria, andavano. L’aiutante del maestro, specialmente in sua assenza, mi elogiava davanti a tutti, mi sentivo importante. Non molto tempo dopo l’inizio delle prove, come previsto, mi chiese di andare a vivere con lui. Non ero molto convinta, ma d’altra parte non avevo una casa – mi avevano licenziata, una mia compagna di corso mi ospitava per pietà – per non parlare del favore che mi aveva fatto. Sono chiusa in bagno, mi sono lavata la faccia con l’acqua ghiacciata. Lui è appena andato via. Mi ha pagata di più stasera, credevo volesse qualche extra. E invece. Invece si è dichiarato, ha detto che mi ama e vuole portarmi via da questo posto, che sono troppo bella per fare la puttana. Nessuno mi costringe, non ho padroni – gli ho detto –  si guadagna bene e si lavora poco, lo faccio per questo.

Spengo il telefono, per stasera basta così. Mi serve del tempo per me, magari domani vado a teatro, o al cinema. Potrei conoscere qualcuno di interessante, come no, certo che potrei.

Mia madre la sentivo di rado, quando parlavamo al telefono sembravamo delle ragazzine smorfiose, di una falsità disarmante. La sera prima del mio debutto era arrivata una lettera di mio padre. Ancora ora, mentre vi parlo, non riesco a capire come diavolo abbia fatto ad avere il mio indirizzo, giuro. Diceva che si era completamente disintossicato, che il fatto di non aver potuto assistere alla mia crescita era il più grande rimpianto della sua vita. Bambina cara, ti amo, sei tutto quello che mi rimane, non lasciarmi pure tu, finiva così. La gola mi si era serrata come se qualcuno mi stesse strozzando. Avevo nascosto la lettera dentro un cassetto ed ero uscita in punta di piedi.

Il bar più vicino era a Santa Giulia. Zona universitaria, tanti bar, tanta gente. Avevo cominciato con una birra, poi ero passata al whisky e poi a qualsiasi cosa costasse meno di tre euro. Sudavo alcol da tutti i pori e mi guardavo intorno stralunata. Il barista si era fermato di fianco a me porgendomi un drink, Moscow Mule per essere precisi. Questo lo offre il signore seduto al tavolo là in fondo, aveva detto indicandolo. Lui mi aveva fatto un cenno con la mano. C’è anche un biglietto, tenga. Alla ragazza triste più bella che abbia mai visto, c’era scritto. Penoso quasi quanto la chiosa della lettera di mio padre, bella calligrafia però. Avevo tirato due colpi a mano aperta sul tavolino. Un tavolo in alluminio, dovrebbero chiamarli trappole per ubriachi. Apparentemente duri e soldi, in realtà instabili e leggeri. Era stato un tonfo sordo, tutti che mi guardavano. Lui si era alzato ed era venuto da me. Doveva avere all’incirca quarant’anni, portati bene. Aveva detto che faceva il poeta e mi aveva fatto leggere qualcosa di suo; alcune erano davvero carine. A metà drink mi aveva accompagnato al bagno a vomitare, del resto ricordo poco. Mi ero svegliata nel suo letto all’alba, mi aveva detto che era stato bello. In un gesto unico, avevo annuito e risposto che pensavo la stessa cosa. Lui mi aveva baciata sulla bocca penetrandomi con due dita, ero ancora bagnata. Lo avevo lasciato fare, poi avevo cominciato a toccarlo, dai pettorali ero scesa giù fino al pube. Come sei dolce, aveva detto. La frase, ricordo, mi disgustò, ma non riuscivo a fermarmi. Mi ero chinata e  avevo aspettato che entrasse. Con una mano mi accarezzava la guancia, il suo indice percorreva il mio labbro inferiore, faceva pressione, io aprivo la bocca e succhiavo.

Non durò molto e non fu particolarmente eccitante. Una volta fuori da casa sua, mi ritrovai nella stessa piazza della sera prima. Mi ero fermata e avevo controllato il telefono. Contavo almeno sei chiamate perse e diversi messaggi dell’aiutante. Lo avevo chiamato, cercando di rassicurarlo il più possibile, avevo dormito da un’amica perché ero troppo ubriaca, il telefono non l’avevo guardato, credevo fosse già a letto. La mia testa sembrava pesare almeno il doppio del solito.

Litigammo in malo modo, non voleva sentire ragioni. Se n’era andato sbattendo la porta, che tipo. Geloso, geloso o visionario.

Quella sera lo spettacolo andò piuttosto bene, una vera e propria ovazione nei nostri confronti, ma nessuno mi notò o chiese informazioni sul mio conto. Qualcosa era andato storto o il mio livello ancora inadeguato, fatto sta che ero intrattabile. Incontrai mister scenata davanti alla porta sul retro, l’entrata artisti, e quell’idiota ebbe ancora la faccia tosta di sorridermi come se nulla fosse. Sei stata brava, tesoro, aveva detto, ma oggi ti mancava qualcosa, forse conveniva ieri non uscissi. Cercò di accarezzarmi e ricambiai con un’occhiataccia.

In meno di mezz’ora ero a casa, credeva fossi ancora nel mio camerino. Da quando abitavo da lui, ogni volta che si parlava di spettacolo, si finiva a parlare della bellezza della recitazione; lui preferiva il momento della performance, la totale immedesimazione, io quello immediatamente dopo. Amavo l’energia in eccesso, l’ebbrezza, la vita che pur esplodendo non lascia spazio alla stanchezza e si moltiplica.

Terminata la serie di spettacoli, tornai a vivere dalla mia compagna di corso senza dir nulla. Gli avevo lasciato un biglietto sul tavolo della cucina. Non provo più attrazione sessuale nei tuoi confronti, mi dispiace da morire, scusami. Ti voglio bene.

Nel giro di un paio d’anni riuscii ad entrare allo Stabile di Torino. Con mia madre andava sempre allo stesso modo, solite cose. Non la vedevo spesso, ma d’estate continuavamo ad andare a casa del medico. Le relazioni andavano e venivano, saltuariamente mi vedevo con qualche vecchia fiamma, storie di una notte.

Al secondo anno di accademia fui espulsa. Motivazione: scarso impegno e poca maturità. Cominciai a soffrire di attacchi d’ansia ben più pesanti di quelli che mi avevano accompagnato fino a quel momento e fui costretta ricorrere a diversi strizzacervelli. Presto abbandonai le sedute, non riuscivo a prenderle sul serio.

Hai presente quando a un bambino di pochi mesi viene la bronchite, rischia la vita, ma poi ce la fa? Sì, ho presente. Hai presente l’entità del danno che la malattia arrecherà al suo corpo per il resto dei suoi giorni? Il suo fisico sarà più debole e soggetto a malattie dello stesso tipo ogniqualvolta si prenderà un semplice raffreddore, dovrà imparare a riguardarsi. Credo stia sbagliando paziente, dottoressa.

Cos’hai provato quel giorno? Quale giorno? Quel giorno di quindici anni fa. Cosa vuole che abbia provato? Non mi trovavo in casa sua, del resto ricordo poco.

Ogni volta che mi poneva una domanda, quella stupida dottoressa faceva rotolare una biglia verso di me, e pretendeva, dopo aver risposto, che gliela rilanciassi.

Strano tu non abbia ricordi nitidi di un momento così traumatico, di solito quelli si ricordano. Devo averli rimossi, dottoressa. Ti è capitato altre volte? Non sto parlando solo di ricordi, parlo anche di atteggiamenti, di persone in relazione a tuoi atteggiamenti. Non esattamente, signora, ho messo fine a qualche rapporto inutile, cose che succedono a tutti nella vita almeno una volta. Sei sicura? Sì, certo che sono sicura.

I discorsi che facevo alle sedute erano di questo tipo, morale della favola volevano i miei soldi.

Mia madre aveva completamente tagliato i ponti con me, – immagino per la faccenda dell’accademia – non mi dispiaceva, dopotutto si trattava di una formalità. Ci siamo risentite solo una volta al telefono, prima che si ammalasse. Papà è morto, aveva detto senza esitazione. Si è suicidato. Stamattina. Non ricordo cosa avevo fatto di preciso, forse riattaccai o qualcosa del genere.

Quella sera andai in discoteca da sola. L’entrata del locale era disseminata di luci al neon che, complice forse la sbornia che mi accompagnava da tutto il giorno, mi facevano sentire felice come non accadeva da tempo. Mio padre era morto e io ero felice.

La mattina seguente un mulatto dormiva di fianco a me. Ormoni ovunque, il loro odore penetrava le narici, impestava le lenzuola, la stanza intera. Me ne andai senza far rumore e lui non si svegliò.

A casa mi ero guardata allo specchio, sembravo invecchiata di almeno dieci anni. Avevo fatto colazione con una birra e stavo alla finestra. Sentivo che qualcosa mi stava sfuggendo, qualcosa di molto importante, come se inaspettatamente qualcuno, dopo avermi puntato una pistola alla testa, mi avesse chiesto quali erano le mie ultime parole. Dormii fino a sera tardi. Al risveglio, nettamente più tranquilla, dopo essermi vestita, ero uscita per una passeggiata. La città era grigia, infestata da una nebbia che sembrava fatta da una di quelle macchine del fumo che ci sono ai concerti (il senso preciso non l’ho mai capito). Sulla via del ritorno, dopo giorni e giorni passati da amici vari, andai a fare la spesa. Avevo comprato delle uova, del burro, un pacco di pasta e una bottiglia d’amaro.

Passai la sera in casa a bere, non avevo voglia di vedere nessuno. Il funerale di mio padre doveva essere finito da un pezzo. Ragionavo su quello che i miei parenti dovevano aver pensato di me, su quello che sicuramente aveva detto mia madre. Andai in bagno, vomitai le uova e tutto il resto.

Dopo che mia madre lo aveva lasciato, mio padre si era messo a bere. Forse beveva già da prima, in ogni caso mia madre non lo piantò per quello. Il loro matrimonio era combinato, credo che in Albania le cose vadano ancora così per certi versi. Si era trasferito in campagna e aveva sposato un’altra donna. Lei mi amava, potevo anche chiamarla mamma se volevo. Avevano avuto due figli, maschio e femmina, lui lavorava per una piccola impresa edile come muratore.

Passavo dei giorni con mio padre o con mia madre, a seconda delle volte. Di quel periodo non ricordo molto, solo Mara, la mia babysitter. Il resto è sfumato, distorto, come quando ti entra qualcosa nell’occhio e vedi male.

Una sera mio padre era tornato a casa ubriaco e sua moglie se l’era presa con lui, non doveva essere la prima volta, no di certo. Si era spinta troppo in là, aveva toccato i tasti sbagliati.

Non ricordo chi me l’abbia riferito (suppongo mia madre), sta di fatto che non tralasciò nulla. I bambini erano in casa. Loro avevano visto lui e viceversa. Dodici coltellate, sangue ovunque. Si era costituito, forse proprio perché si era accorto dei bambini, solo in quel momento doveva aver realizzato la cosa . Papà non è un uomo cattivo, è stata quella roba che beveva. Lo chiamano raptus, diventi pazzo per qualche minuto. Perdi il controllo.

Ero andata in tribunale con mia madre per testimoniare a suo favore. Quindici anni e sei mesi. A scuola ero sulla bocca di tutti, insegnanti, genitori, bambini come me. Mara mi vedeva varcare la soglia dell’atrio ogni giorno con le lacrime agli occhi e almeno inizialmente, per precauzione, fui ritirata.

I negozi a quest’ora sono tutti chiusi, le luci spente. Non c’è anima viva per le strade, nessun rumore, al massimo qualche topo che perlustra un sacco dell’immondizia. Questa città, con le sue vie anguste, imbrattate di liquidi che solo Dio sa cosa siano, non l’ho mai abbandonata del tutto. È come se una parte del mio spirito si fosse persa in questi vicoli per non tornare mai più.

Sono aperta a tutti, nel vero senso della parola. Datemi un centone e sono vostra fino all’orgasmo, il vostro. Per me è solo una parola come tante altre.

Moi