“Roma, primavera 2050… iniziano gli Internazionali di tennis”: un racconto di Daniele Mingucci

Posted on Maggio 26, 2019, 11:15 am
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Non dimenticare, non dimenticare il respiro. Visione periferica, occhi sulla palla e poi sul bersaglio… bum, espira, saltello, inspira. Eccola ancora…

Il sudore scende nello scavo dell’occhio, accanto al naso, ma non posso occuparmene ora. La palla sta ritornando, carica di effetto, angolatissima e velenosa. Non uscirà. Di nuovo il respiro, via! Un colpo dopo l’altro, un impatto dopo l’altro, un punto dopo l’altro. Gioia e frustrazione, frustrazione e gioia si susseguono senza un ritmo preciso, ma scandite dalla velocità del palleggio. Un ritmo anomalo, pressante, fatto di esaltazioni e cadute, ma carico di emozione, di adrenalina, con tutti i sensi acuiti e i battiti a mille. È il momento più alto, è il match, con i follower intorno, le dirette, i commenti, i rumori. È a Roma ed è ovunque perché la palla gira online con le sue traiettorie imprevedibili e perfette. Niente più arbitri, niente distrazioni e un pubblico infinito, mondiale. Eventi, uno dopo l’altro, la possibilità di ripetere tutto all’infinito e di perfezionarsi, perfezionarsi, perfezionarsi. Oggi il tennis permette a ognuno di paragonarsi coi miti, iniziando dalle origini fino ai forsennati delle nuove generazioni che a musica sprangata combattono a velocità e ritmi inimmaginabili. Non è virtuale, è reale come non è virtuale tutto il mondo: siamo connessi, siamo infiniti.

Tolgo la maschera e mi asciugo il sudore attorno agli occhi. È inutile portare la fascia, ma è l’unico difetto di questa macchina perfetta. Poso la mia racchetta e metto in carica i sensori, riguardo i passaggi chiave, analizzo i dati. Sono solo, ma un milione di follower sta ancora parlando di me. Ho battuto mille volte i numeri uno di tutte le epoche, con il legno, con la grafite, con i set infiniti delle origini e con golden point delle next generation. Sono pronto a diventare uno di loro.

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Roma 2006, finale contro Nadal. Io sono al posto di Federer che ho sconfitto al secondo turno. Sono troppo veloce oramai per quel tennis e ho giocato con la skill di John McEnroe e la sua prima racchetta. Difficile controllare il top di Rafa in quelle condizioni, ma ho la velocità, ho la visione. Vinco io. Le gambe sono le mie gambe, i colpi sono i miei colpi, sento la palla, sento il pubblico, le rugosità del campo, le maledette linee. È una macchina perfetta e non rimpiango di non averlo mai fatto sul serio. Io sono Federer, sono Mac, sono Bjorn, Lendl, Stefan e tutti gli altri. Ho il mio stile perfetto e sono pronto, tra poco, ad attraversare il Foro Italico, respirare la magia del Pietrangeli e immergermi nel verde e nel rosso, coperto solo dall’azzurro del cielo e dagli eroi di marmo intorno. Sono crollati tutti, gli altri miti: le altisonanti architetture di Francia, Inghilterra, America e Australia. Le immense platee sono diventate virtuali e le ripide scalinate – sì, anche quelle di Wimbledon – hanno perso di significato e magia. Ma Roma è diversa, Roma è un altrove rispetto a tutto il resto che si vede nel mondo e sarà qui il grande raduno dei campioni.

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Devo raggiungere il Foro Italico dove è allestito lo spazio per le sfide virtuali. Non c’è pubblico, saranno solo connessi e qui è nostro tutto lo spazio. Entro, senza tornelli e mi incammino. Respiro e mi guardo intorno. Non esiste il vuoto che ho trovato altrove quando ho cercato di visitare i grandi impianti del passato. Tutto è in perfetta armonia e sembra di sentire il rumore dei campi: sono solo con la sacca e cammino senza indossare la mia tuta di gioco. E sento il tennis, forse per la prima volta. Non è una sensazione, ci sono due ragazzini sul Pietrangeli. Sugli spalti è cresciuto disordinato del verde senza che la magia si sia persa. Non indossano tute neurali, ma picchiano una vera pallina, velocissima e un po’ spelacchiata. Colpi potenti, precisi, profondi, corse a perdifiato mentre le braccia volano a tutta forza sopra la testa. Il sudore tra i capelli, i segni profondi delle scivolate, qualche altra pallina sparsa a bordo campo. Un urlo gioioso dopo un lungolinea preciso, una racchetta che vola roteando verso la pallina che ha sbattuto sul fondo. Uno striscione con lembo cadente e il respiro, vigoroso e ritmato. Le palline in mano, poi una in tasca, e un altro punto. Ricomincia lo scambio, vivo di passione e agonismo. Gli sguardi si incrociano, i movimenti si anticipano… Sono immobile a guardare: non è lo stesso che in casa, non è lo stesso che avvolti nella perfetta tecnologia. Appoggio il borsone e muovo impercettibilmente gli occhi per seguire lo scambio dall’alto. Un piccolo bip mi ricorda che una delle racchette è da ricaricare, ma rimango assorto. Visione periferica – cielo – occhi sulla palla – polvere rossa – bum, cielo, bum, il verde intorno… Non c’è nessun campione, non ci sono i Rafa e i Pete virtuali del passato. C’è Roma, c’è il tennis… Respiro.

Daniele Mingucci

*Il racconto di Daniele Mingucci è arrivato primo nel contest letterario indetto da “Bnl Internazionali d’Italia”

**In copertina: Rafa Nadal, che si è aggiudicato gli Internazionali d’Italia, il 19 maggio scorso, contro Dokovic