“Questo mestiere non lo c**a più nessuno”: pochissimi oggi possono permettersi di mettere in scena Pirandello. Ecco perché i “Sei personaggi” versione bonsai di Scimone+Sframeli è superbo

Posted on Gennaio 25, 2019, 5:03 pm
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“Adattamento” o “riduzione” poco importa: è solo una questione di accordi formali piuttosto semplici da intessere quando la materia da plasmare e mettere sotto al sole (o agli occhi di bue) è di eccellente fattura. Quando il testo drammaturgico di partenza – “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello – viene spurgato dalle impurità, asciugato a dovere con precisione di un orefice e lustrato infine con olio e cera.

Pochi, pochissimi oggi possono permettersi di mettere in scena Pirandello. Pochi, pochissimi gli attori pirandelliani che calcano i palcoscenici italiani: Enzo Vetrano e Stefano Randisi sono un vertice irraggiungibile (“L’uomo, la bestia e la virtù”, “Pensaci, Giacomino!” e “I Giganti della Montagna” si inseriscono nella profonda e illuminata tradizione italiana delle “grandi messe in scena” dei testi del Nobel di Girgenti) ma una menzione d’onore va a Francesco Sframeli, l’altra metà artistica di Spiro Scimone, impegnato al “Petrella” di Longiano nel superbo e applaudito “Sei”, versione “bonsai” (un’ora secca) del capolavoro di Pirandello.

La veridicità del dramma – che l’autore siciliano chiamava commedia ma che commedia non è – appare evidente sin dall’apertura del sipario: sul fondale appare la facciata di una casa naif, impreziosita da una serie di finestre e porte che permettono la duplicazione della spazialità (in Pirandello lo spazio viene caratterizzato dai personaggi): un dietro, quindi un non-luogo che si fa luogo attraverso le voci degli attori, e un avanti, quindi il palcoscenico, dove l’azione si svolge.

Il lavoro del duo Scimone-Sframeli non si riduce allo “sforbiciamento” del testo scenico: a un corposo “levare” viene risciacquato il linguaggio, gli viene tolta parte della polvere. Così in occasione dello scontro tra attori e personaggi, la battuta “Questo mestiere non lo caga più nessuno” scende in platea con la naturalezza e l’efficacia della contemporaneità. Perché se è vero che fare l’attore è oggi qualcosa di elitario (e forse di meno urgente), i personaggi sono sempre meno reali ma più veri chi dà loro, per la durata di uno spettacolo, voce, fattezze e movimenti.

Le licenze poetiche – ottimamente integrate nel testo originale – non si fermano al “non cagare più”: fresco, seppure con una nota filologica d’autore, è il certosino lavoro operato sulla Figliastra che canta “La mula de Parenzo” ma che quando ride lo fa omaggiando Rossella Falk, fragorosa e squillante, spaccatimpani. Più “zoccola” e sensuale del personaggio originale, la Figliastra di “Sei” – davvero ben vissuto da Zoe Pernici – è un vulcano di contemporaneità: docile e suadente, ma anche timorata di Dio, scandisce in scena i tempi del dramma.

Spiro Scimone e Francesco Sframeli hanno capito uno dei misteri del laboratorio segreto di Luigi Pirandello: mettere in luce la consapevolezza delle apparenze, la scansione delle apparizioni. L’abito prima, poi il corpo e solo alla fine il pensiero detto, che friziona e stride, spesso, con quello che viene dato agli occhi del pubblico. Così anche qualche manierismo un po’ spinto – che in questo “Sei” diventa muscolare e leonina rappresentazione di una vera finzione – è teso a raccontare la frattura tra i personaggi e gli attori: non si salva nessuno dal dramma della vita. Solo i primi, “Quando si è capito il giuoco”, possono permettersi di vivere. In scena. Non altrove: solo sulle assi di un teatro.

In questo “Sei” viene girato il paradigma del testo drammaturgico: gli attori sono personaggi e i personaggi diventano attori in quanto i personaggi non si rivedono negli attori. Gli stilemi più comici rispetto al testo scenico tradizionale donano alla pièce un’apparente leggerezza. Il Padre (Sframeli), è una figura contemporanea: ha notato la Figliastra quando era una bambina, l’ha aspettata crescere e poi, una volta morto il padre biologico della ragazza, è andato a letto con lei, gioiello a disposizione degli uomini nel bordello di Madama Pace. Forse per lavarsi i sensi di colpa o solo per averla sempre a portata di mano, ha sposato la Madre (una brava Giulia Weber). Il doppio suicidio della chiusa – la Bambina piccola che affoga nel laghetto, il Figlio che si spara – spiega con efficacia che la realtà degli attori può essere cambiata, ma mai quella dei personaggi, costretti ad essere eterni nei ruoli che il poeta ha deciso per loro.

Alessandro Carli

*In copertina: Francesco Sframeli e Zoe Pernici in “Sei” – di Spiro Scimone, adattamento dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello. Regia di Francesco Sframeli. Foto di Gianni Fiorito