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Queste neve è una benedizione. Ovvero: leggere Pasternak davanti al mare innevato, con gli angeli che rotolano e Dio che si fa la barba

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Riccione, otto di mattina, 27 febbraio. Il bianco danneggia irrimediabilmente la retina, organo istituzionale della ragione, per cui, per me, oggi potrebbe essere il 31 febbraio. Neve. Canticchiare Il mare d’inverno è una offesa al dio che si sta sbriciolando in fiocchi. Bisogna percorrere queste vie che rintoccano ghiaccio con Boris Pasternak nel cappotto, il poeta della neve.

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Benvenuti a Riccione: 27 febbraio 2018, mare d’inverno

“La neve cade e ogni cosa è in subbuglio,/ ogni cosa si lancia in un volo”, canta il poeta in una lirica tarda, scritta negli ultimi anni, tradotta con monacale perizia da Angelo Maria Ripellino. Armo la bicicletta. Più che pedalare, navigo, il manubrio è il timone della mia sgangherata zattera. Slitto. Voglio andare a vedere il mare. Proprio ora. Ora è il momento esatto. Tra poco il cielo si chiuderà ancora, sfidandomi con il suo viso da cane. Ora, con la luminosa certezza di Alessandro Magno, sfondo l’aura del cavalcavia, creo un tunnel nel freddo. I fiocchi di neve rintoccano rari, sono corazzato di giacca. Le mani, nude, si gonfiano, rosse, il cuore accelera. Ricordo di aver letto un pensiero di Gian Ruggero Manzoni, un cristallo estetico dato al pasto dei social. “Per chi ancora non lo sapesse, non esiste un fiocco di neve eguale a un altro, quindi, quando andate a calpestare la neve, o a sciarci sopra, distruggete opere uniche forgiate dalla natura (un pensiero a questo, prima di calcare le piste innevate, ve lo domando con tutto il bene che vi voglio, e che voglio ad ogni fiocco di neve quando seppi da mio padre quel che vi ho detto)”. Il mare è lì. D’estate sta zitto, acquattato dalla calca. Il mare non c’è, d’estate. Il suo cuore è sepolto nell’Adriatico croato, al di là della mia facoltà natatoria. Ora, d’inverno, il mare è tornato e sento il suo scalpitio. Imbocco il sentiero di uno stabilimento balneare innevato, che pare un rudere etrusco, lo sbadiglio arcano dei vani. Lascio la bici. Visione che abbacina, viso ferito. Dune di neve. Il mare muove la sua schiena con forza, ha il colore di un pitone, ne ascolto il ruggito, fiero. Nessuno lo può incatenare, ora. Nel cielo c’è uno squarcio, una grotta. Lì, immagino, fanno le capriole gli angeli. “Densa, densissima la neve cade./ E chi sa che il tempo non trascorra/ per le stesse orme, nello stesso ritmo”. Leggo Pasternak davanti al mare, e il mare mi ascolta, si acquieta. Anche il cielo si ferma di fronte alla parola del poeta. “Chi sa che gli ultimi anni, l’uno dietro l’altro,/ non si succedano come la neve,/ o come le parole di un poema?”. Che versi bellissimi. Gli anni sono commisurati alla neve. Si susseguono, giorni ineguagliabili e floridi, ma che si sciolgono, infine, nel turbinio del tempo. Anche il poema è come la neve: qualcosa di unico, di fragile, la cui bellezza cristallina è tale perché divampa distruggendosi. davDopo aver letto una poesia restiamo con le mani bagnate, lacere d’acqua, come dopo aver afferrato la neve. Che bellezza. La neve rompe le consuetudini della vita, disfa le norme: scuole chiuse, uomini murati in casa, forse svaniti, una magnificenza che ci strazia gli occhi. La neve rende ovvio l’impossibile. Gioco a capire cosa sia la neve. Dio che si taglia la barba; un santo che tosa una tigre bloccandole il torso con le ginocchia; gli angeli che scintillano in una lotta australe per detenere il bene ai confini del cosmo. Il freddo ci costringe a vivere in una cangiante interiorità. Il mare misura il ritmo della neve. Siamo sempre più piccoli, con il freddo, facciamo surf su una parola, tra la lingua e le caviglie. Ora, io, ad esempio, abito una zona strana, tra l’occhio sinistro e la fronte. Il corpo non ci appartiene quasi più, nel dominio del freddo. Tutto è nuovo, rinnovato da una feroce innocenza. Benedetta. (d.b.)

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