Quella volta che feci a botte per colpa di un poeta “di rango”. Siate inflessibili con chi non è all’altezza dei suoi squilibri

Posted on Nov 16, 2018, 9:55 am
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Il 2 Giugno di qualche anno fa, alle undici del mattino, incontravo un amico. Un poeta di rango, apprezzato da buona parte dei poeti e dalla critica che contano, oggi, in Italia.

Talvolta di buona compagnia, più spesso naturalmente cupo e dotato di una suscettibilità piena di complessi che lo rende volentieri morboso e fragile, aggressivo e impertinente, ai miei occhi, ahimè, rappresenta il prototipo assai diffuso dell’anti-poeta.

Quel mattino avevo acconsentito a concedere un po’ di tempo, per l’ultima volta, pensavo, a colui che consideravo, senza appello ormai, un impudente smanioso di consacrazione, preoccupato di colpire, di legare gli altri a catene invisibili con la vanità di un istinto che indovina. A questo si riduce la poesia in lui. Nulla di grave, per un poeta. Fa parte del personaggio, dello charlatanisme inévitable de l’art. Ma ecco il problema: recita molti dei tic dei maudits su cui spesso indugia. Di sé dice sciocchezze come: “mordo anche da morto”. Ha digerito una posa da cui è sedotto, ecco tutto. E quale posa!… Rimbaud.

Non incarnando, tuttavia, la suprema maschera che si è scelto, ha inevitabilmente qualcosa di comico e di grottesco, del piccolo uomo fastidiosamente nevrotico e sgradevolmente privo di temperamento. È un raffinato. Un essere delicato, estenuato e colto. Un petulante privo di genio… grandi difetti non corrisposti da altrettanto genio. E questo è grave.

Privo del coraggio di pensare e vivere liricamente, di essere anche lontanamente vicino a un vero lirico, a qualcosa anche solo in parte estraneo alla semplice virtù di un affetto, dalla poesia sentimentale, non gli rimane che spacciare poesia lirica ‘intelligente’. Nulla, dunque, lo distingue dall’artista, dal santo, dal filosofo o dal dandy, dalle difese contro la vita, dai grandi sublimatori del dramma della contraddizione; dai commedianti, i simulatori, da un semplice: “gioco con l’ebbrezza, non più un essere inghiottiti da essa, una ripugnante mascherata, una dissacrazione, un parassitismo che toglie sostanza al sacro potere della trasformazione”, della creazione… e uno: “svuotare qualsiasi azione umana per mezzo della simulazione”.

In un’occasione, mentre eravamo sulla soglia buia delle scale di casa sua, e stavo per andar via, volle raccontarmi un lungo sogno che chiudeva così: “Ho fatto un sogno… Ormai sono un Rimbaud con gli occhialini, lo sguardo luminoso ma stanco”. Aveva compiuto la discesa nel maelström dell’abisso, fine del periplo, havre de grâce! Pare di sentirlo ancora echeggiare: “una volta ero potente, ero tremendo!” Con aria soddisfatta, gli premeva farmi sapere che questo sogno lo aveva raccontato solo a due persone; una immaginai fossi io, l’altro, il suo amico e famoso poeta milanese, che venera.

Lui mi avrebbe raccontato questo sogno parecchi anni dopo un episodio gravissimo, nel tentativo patetico di giustificare l’ingiustificabile – la sua impotenza come uomo e poeta.

Così, l’episodio…

Quel giorno, il 2 Giugno, lo incontrai e, scambiati i primi convenevoli e passate in rassegna le notizie della giornata, entravamo in un bar per un caffè e un gelato. Poco dopo ne uscivamo per camminare sotto un sole sopportabile, dopotutto. Per strada parlavamo del più e del meno. Arrivati nei paraggi di una chiesa, che si trovava al confine tra il centro storico e il porto, decidevamo di entrare insieme a una discreta folla. Era una chiesa che conoscevamo da anni, ma che non avevamo mai visto al suo interno. Distratto dalle chiacchiere e dalla chiesa, non mi resi conto che lui aveva ancora il gelato in mano. Da lì a poco si avvicinò il prete che, facendogli notare, a ragione, che in chiesa non era permesso mangiare, gli intimava cortesemente, ma seccamente, di uscire.

Nessuno di noi due è credente.

Non feci neanche in tempo a scusarmi, io, per lui, che il poeta, come in preda a una confusione interiore, furente e non più padrone di sé, diede il via a un’esplosione di collera, a una crisi di nevrastenia così incontenibile, e urlando una sequenza così impressionante e detestabile di pesanti insulti contro l’homo religiosus, che l’insulsa geremiade di un paio di interminabili minuti – tali dovettero sembrare a tutti – lasciava con il fiato sospeso i molti increduli testimoni. Gli echi rabbiosi, nella chiesa, erano impressionanti.

Preso il poeta per un gomito, cercai di tirarlo via dalla grottesca farsa; ma lui, come un cane in preda al delirio, e strattonando in senso contrario, continuava imperterrito. Anche il prete, a quel punto, si lascia andare a vigorose proteste.

E quando il poeta, infine, sembra lasciarsi portare via, dopo appena venti metri, in cui gli do dell’imbecille a profusione, non soddisfatto, si divincola per correre nuovamente in direzione del prete e scaricare l’ennesima raffica d’insulti irriferibili. Lo rincorro. A quel punto, ricordo, eravamo tutti all’esterno della chiesa e una discreta folla, ormai, si stringeva intorno ai protagonisti: io, il poeta e il prete. La discussione si era fatta più che animata. Arriva, in quel momento, un’ape car colma fino all’inverosimile di attrezzi, con i due fidati manovali del prete, occupati, quel giorno, a finire alcuni lavori in chiesa. Dopo un sommario aggiornamento da parte del padrone di casa, questi si inseriscono nella discussione.

Ero appena in disparte, in quel momento. Tutti se la prendono con il poeta, che non risponde… abbaia, anche se inizia a dare i primi segnali di cedimento. I manovali iniziano a essere aggressivi, a strattonarlo, spingerlo e circondarlo, con grande soddisfazione del prete. A questo punto, il poeta all’improvviso perde tutta la sua aggressività e ammutolisce, statuario, pietrificato, in balìa dei manovali. Fa solo una cosa: reggere con decisione la sua preziosa macchina fotografica appesa al collo. Perduta tutta la sua verve polemica, pallido, lo sguardo perso, dal lupo che pretende di essere, rivela in realtà la sua natura di creatura pletorica, il suo increscioso imbroglio da nevrotico. C’était un agneau qui se rêvait loup!

Impietosito, deciso a intervenire per concludere lo strazio, e la vergogna, e sottrarre così il poeta dalle grinfie dei manovali, mi faccio avanti. Inizio a discutere, nel tentativo di concludere lo sgradevole episodio: “Se volete parlare, parlate, ma non mettete le mani addosso… c’è stato un equivoco, uno sbaglio, finiamola qui, adesso basta”. A questo punto i manovali trasferiscono la loro aggressività su di me, che a mia volta divento automaticamente complice del poeta. Iniziano a toccare, a puntarmi ripetutamente il dito sul petto, a spingere, muso contro muso. Io reagisco, scagliando con decisione, a bruciapelo, un pugno in pieno a volto a chi aveva commesso l’errore di toccarmi con tanta irriverente insistenza. Scatta una rissa. Mi ritrovo, all’improvviso e mio malgrado, solo, coinvolto in una lotta con due persone. Nel frattempo il poeta si è messo in disparte, immobile, con gli spettatori; lo vedo con la coda dell’occhio, mentre lotto.

L’alterco si è fatto particolarmente violento con uno dei manovali. Pugni violenti, calci, lotta sull’asfalto caldo. L’altro manovale interviene a dargli manforte, giacché si è reso conto che il collega, una maschera di sangue, sta avendo la peggio. Due contro uno, ora, simultaneamente. Una stupida follia, che avrebbe potuto costare molto cara. E per cosa poi!

Una folla imponente, ormai, è lì, testimone della scena, compreso il poeta che, muto e perfetto esemplare di viltà, non muove un dito, non dico per lottare ma anche solo per cercare di sedare la folle rissa causata dalla sua fatale idiozia. I manovali stanno avendo la peggio e, vedendo uno dei due dirigersi verso il furgone, per prendere un paletto, qualcuno, un uomo della folla che non è certo il prete, si mette in mezzo per dividerci tutti, e gridare con plateale orrore: “Adesso basta! Basta!” È finita.

Passa una frazione di secondo, e prendo il poeta, ancora in trance, per un gomito e lo strattono via, velocemente, per una strada laterale, mentre in lontananza, non molto lontano dalla chiesa, si sentono le sirene di numerose sgommanti pantere entrare nel porto. Durante la ritirata, insistente, chiedo al poeta perché non avesse fatto nulla, perché fosse rimasto a guardare. Farfugliava, non sapeva cosa dire, poi come un fulmine a ciel sereno: – avevo la macchina fotografica! Prima penosa giustificazione. Alle mie energiche obiezioni, infine risponde sincero, e solo perché disarmato e ancora sotto shock: – da piccolo sono stato molestato psicologicamente da un cugino più grande e aggressivo. Seconda penosa e scioccante giustificazione.

Il poeta mi porta a casa sua. Al contrario dei due manovali, non avevo riportato danni, salvo alcune lievi ferite sul volto, frutto della lotta sull’asfalto, e gli abiti rovinati. Lui si offre di lavare la mia immacolata camicia bianca imbrattata di sangue non mio come un dipinto di Jackson Pollock, con uno zelo che tradisce l’ansia impossibile di voler cancellare l’onta della macchia dal suo amor proprio, dal suo ego drammaturgico infranto.

Il poeta – che sebbene sigillato da una fisiognomia delicata e nevrotica, nella vita era volentieri aggressivo, morboso, impietosamente polemico nei confronti dei suoi simili fino alla meschinità, convinto di essere potente – mentre lava la camicia, udite udite, vomita questo puro grumo di viltà: “Per favore, dis-cre-zio-ne, non diciamolo a nessuno, per favore, sarebbe sconveniente. D’accordo?” E detto da un poeta che allora aveva poco più di quarant’anni, malheureux come tutti quelli della sua razza, ma sano, abile, e non un riformato dalla vita.

Indubbiamente molto dotato come poeta, tuttavia, a guardare bene, spesso è un fuoco fatuo che tutt’al più ipnotizza le anime belle della poesia. Produttore di giochi d’essenza, ormai furbo per abitudine, a dispetto di una sua innegabile potenza, nei suoi versi prevale il millantatore alla scintilla, all’incanto. E si vede, e si sente. Ricorda i wortspielerei in cui Celan – eh magari! – finì per voltolarsi, e infine cadere. Avendo il grave difetto di essere un predicatore, alcuni suoi lavori fotografici li intitola Lezioni di tenebre; ha inoltre il pessimo vizio di volerti raccontare i suoi sogni più intimi e significativi… indizio notevole circa la morbosa invadenza del soggetto. È rimbaldiano e crede di essere il Rimbaud della sua regione, e anche qualcosa di più. Una volta, perché apprezzai una sua raccolta di poesie, che difesi, credeva di aver guadagnato alla causa, la sua, un complice, e spinse la sua spudorata sincerità fino al punto da sostenere di essere addirittura l’unico poeta davvero lirico rimasto in Italia. Non solo, questo poeta fa anche l’artista, il cultore di musica, il fotografo, il traduttore. Poesia-arte-musica-fotografia-traduzione, uno scioccante singolare generale, una quintessenza di profondità, la sensibilità di un Übermensch delle cose ultime, una creatura potente, secondo la sua presunzione neanche tanto dissimulata: “Sai, mi piace non sembrare niente di che e quando uno meno se lo aspetta, colpire”, disse una volta, in un eccesso di puerile complicità non richiesta. Poi, dopo sette anni e, immagino, tante bastonate, lo rivedo e sostiene accorato fesserie come: “Io non conto nulla, non si tratta di me, ma di queste, le opere. Il mio ego non c’entra…” E anche: “Io non ho piacere a scrivere poesie, mi vengono, rispondo a un’ingiunzione, getto semi, parole per chi vorrà accoglierle”. Sì, sì… oh, accogli la mia volontà di scoparti con le parole, il mio seme, anche se occulto sete di vanità, e potere, dietro l’apparente sincerità del mio digiuno! Queste cose di lui mi hanno fatto sempre un po’ sorridere. Non sono mai riuscito a vederlo in questi panni… sarebbe come confondere un amoroso eunuco per un focoso amante.

Ahimè, quando si è trattato di reagire a un pericolo tangibile, questo poeta non ha fatto fronte alla sua maleducazione. Qualcun altro ha pagato per la sua idiozia, per averlo voluto aiutare a uscire da una situazione penosa. Sembra una favola: “Una volta ero potente, oggi sono piccolo e dal cuore fragile. Ma sono stato potente. Ero terribile!” Ecco il potente e redivivo Rimbaud, ridotto a un cattivo attore dall’io drammaturgico sterile e dalla messa in scena incerta. E magari possedesse, anche solo in parte, la potente teatralità di Baudelaire, il: “jouer la comédie à soi-même et aux autres”, invece di di essere uno sgradevole impostore, e di rivelare nell’episodio della chiesa solo lo specchio di questa impostura. Dissipiamo ogni equivoco: anche se auspicabile, non è necessario saper lottare fisicamente, ma in certe situazioni o si è generosi e coraggiosi o avari e pavidi. È la vita, malgrado qualsiasi trauma o debolezza infantile, fossi anche destinato a prendere botte e a distruggere l’amata macchina fotografica. Certe debolezze, eventualmente, si perdonano a un genio, all’indimenticabile, all’inlicenziabile, alle vite da osanna. Certe idiozie sono una prova schiacciante sul genere di poesia che questo talentuoso poeta rappresenta: ferocia astratta di un nevrotico, aggressività zuppa d’ignavia, di una creatura che rivela di essere completamente insincera e non all’altezza dei suoi squilibri. Una fottuta contraddizione sterile, un clamoroso passo indietro in cui è crollato come un castello di carte tutta la sua umanità e la sua ‘potente’ poesia. È venuto meno con il dramma di un isterico dall’impostura intollerabile. Zero linfa, o linfa stagnante.

Sono stato vittima, dunque, di un gesto inutile, che ha dissolto all’istante il minimo rispetto che ancora conservavo per lui. Da tempo avevo intuito il tipo, e lo spettacolo pietoso di cui sono stato testimone, e protagonista involontario, mi ha aperto definitivamente gli occhi sulla poesia che è solo poesia, la virtù di un affetto interiorizzata fino al disgusto della potenza di una reazione esteriore, reale; la poesia di una sensualità eterea, nevrotica, tutta immaginale, incatenata ai sussulti di un animo ingolfato nel delicato, che non manca di sfoggiare la mediocrità del suo sangue, la sua ferocia astratta… la potenza dell’istinto degradato a simbolismo intellettuale o, più prosaicamente, al moderno leone da tastiera. Dotato dell’invadenza predatoria dell’animale, seduttore dissimulato, questo poeta non possiede, ahimè, la potenza della creatura, la sua concretezza oscena, selvaggia, non formale o meramente estetica; quella inquietante bellezza animale che, per chi ha occhi per guardare la fisiologia del mondo senza il conato del disprezzo e della paura, non suscita mai ribrezzo, o non dovrebbe, neanche nei suoi atti più abominevoli. Una creatura è sempre attuale, presente a se stessa, mai volgare, dotata di un potente charme geologico. In questo poeta, al contrario, neanche un pensiero di questa oscenità concreta, ma solo il lavoro senza pericolo di una musa delicata e sterile. Gli esseri umani, infatti, volgari lo sono quasi sempre, e il poeta è potenzialmente l’esempio estremo di questa volgarità, dato l’assoluto rigore delle sue esigenze di irrealtà, di simulazione allo stato puro. Rischia il ridicolo più degli altri. Guardate negli occhi un poeta, uno qualsiasi, e quasi sempre vi troverete dietro un velo da spiacevole predicatore del sublime, a cui manca il carisma della creatura… quando il pericolo incontrato dal poeta si rivela esser vero, quando si offre a lui sotto parvenze più tangibili, più immediate, quando si rivela essere più che mai un pericolo, in quell’istante il poeta dimostra di aver perduto irrimediabilmente ogni legame con il mondo reale e il suo mormorìo ininterrotto, il furore della sua evidenza silenziosa; con il tono delle creature e delle cose, la linfa della bellezza vivente. Con quella bellezza di cui nessuno vuole tenere realmente conto.

Nei Quaderni, Cioran scrive: “niente è più facile che fabbricare opposizioni servendosi di categorie”, che ridurre la vita tragica a un’opposizione immaginale, idealista o, peggio ancora, a un’opposizione di concetti, quando il creatore sfrutta le immagini, le corrispondenze e le connessioni analogiche come categorie, in cui la passione e l’arte sono garantite dal virtuale, da un surreale che non ha più alcun contatto con il reale e lo disprezza; niente è più facile che ridurre le grandi risposte creative ai nostri interrogativi sull’esistenza a una vile fuga dall’immanente. Esiste un solo modo per superare l’impasse: giocarsi tutto. In caso contrario è una creazione che è solo arte, il rifugio nel sublime, la cultura che di Omero preferisce l’Odissea, il poema dell’interiorità, dello spirito, della mente, all’Iliade, il poema della forza; la cultura che si trastulla con la pedanteria dell’espace littéraire di Blanchot, o l’anemica e incolore littérarité di Barthes. Sine effusione sanguinis.

Scorta l’inaderenza del creatore alla posa, allora, smascheratelo, poiché nella sua inopportunità avrà attentato alla linfa delle cose, al patrimonio di ognuno di noi. Siate inflessibili. Alcuni di loro non sono degni di giocare con la vostra umanità, e quella oscurità che vi avvolge come un sudario, perché se lo fossero stati, forse sareste anche più indulgenti. La grande creazione, infatti, ci trova più indulgenti, malgrado il suo giocare spesso e fatalmente con la nerità, solo quando ci rivela quell’abisso che mette in causa il fatto stesso di esistere; innanzitutto, la vita di chi vi scrive, di chi crea. In caso contrario è solo una fiction, un fottuto frisson anemico. Mero intrattenimento.

Qualunque critico, probabilmente, sosterebbe che il poeta di cui parlo è solo uno sciocco. – Ma no!, fottiti amico, è solo un vostro fine prodotto, gli risponderei io.

Luca Orlandini